Mel Gibson nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Esserci

Ascolto questo spiritual bellissimo, celebre nella versione di Johnny Cash: “Were you there when they crucified my Lord?” Fa pensare a chi ti chiede cosa stavi facendo quando hai appreso delle torri di New York, tu dici “bah ero a casa e mi è arrivato un sms”, e io immagino la stessa scena duemila anni fa; con Gesù Cristo.

In realtà quella domanda riassume con giusta forza il problema della responsabilità, che è appunto un esserci. La domanda sulla presenza non riguarda più la fruizione dell’evento, ma la propria partecipazione all’evento. Se qualcosa è accaduto e tu non c’eri, significa che hai lasciato che accadesse. La domanda ricorda a ogni cristiano appunto questo: che ognuno ha lasciato che venisse ammazzato il Signore, e quindi ognuno è colpevole (è uno dei due nodi teorici del film di Mel Gibson; l’altro essendo la regressione etimologica sul concetto di Passione).

L’ esserci potrebbe quindi bastare a fondare un’etica, essenziale quanto inderogabile. I processi non riguarderanno la presenza dell’imputato sul luogo del crimine; ma la sua assenza.

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La Passione in cifre

In esclusiva, un estratto della sceneggiatura del film di Mel Gibson :

Ascoltate le preghiere di queste anime pie, il nostro Salvatore e Redentore Gesù Cristo apparve e disse loro: « Considerate, sorelle, che ho versato per voi62.000 lacrime, e gocce di sangue nel giardino degli ulivi 97.307. Ho ricevuto sul mio sacro corpo 1.667 colpi. Schiaffi sulle mie guance delicate, 110. Colpi al collo, 120. Sulla schiena, 380. Sul petto, 43. Sulla testa, 85. Ai fianchi, 38. Sulle spalle, 62. Sulle braccia, 40. Alle coscie e alle gambe, 32. Mi hanno colpito la bocca 30 volte. Hanno gettato sul mio prezioso volto i loro infami sputi, 32 volte. Mi hanno preso a calci come una bestia, 370 volte. Mi hanno spinto e gettato in terra, 13 volte. Mi hanno tirato per i capelli, 30 volte. Mi hanno preso e trascinato per la barba, 38 volte. Incoronandomi di spine, mi hanno fatto 303 ferite sul capo. Ho gemito per la vostra salvezza e conversione, 900 volte. Di tormenti che avrebbero potuto uccidermi, ne ho sofferto 162 volte. Di estreme agonie, come se già fossi morto, 19 volte. Portando la mia croce fino al calvario, ho fatto trecentoventuno passi . »

da La clef du paradis et le Chemin du ciel, 1816 (reperibile qui).



La messa di Mel Gibson

Cosa significano quelle parole – “It is as it was” -, attribuite al Papa e poi smentite, a proposito del film La Passione di Cristo?

Bisogna tornare al IX° secolo, quando nacque la disputa sulla natura della presenza del corpo di Cristo nell’ eucarestia, cinta agli estremi dal realismo fisico di Pascasio Radberto († 895) e dal simbolismo “vuoto” di Berengario di Tours († 1088). La posizione realista, poi confermata dal Concilio di Trento, sosteneva che l’ostia consacrata fosse realmente il corpo di Cristo, a scapito dell’esperienza dei sensi: e che quindi la messa fosse un sacrificio, sorta di ripetizione della crocifissione: questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato è chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione. La cosa non andava giù ai riformatori, per ragioni anche politiche (demolire il sacramentalismo significava screditare il sacerdotalismo). A Zwingli vennero gli incubi: Cristo che “si presenta a noi rivestito degli accidenti del pane. Un pane che, mostruosamente, ci guarda con occhi umani!”. Tant’è che ancora oggi a distinguere i cattolici dai protestanti proprio il modo di concepire la Messa: per i secondi poco più di una rappresentazione commemorativa del sacrificio di Cristo, destituita della centralità che le è propria nel cattolicesimo.

I cattolici, di fronte alla ripetizione sacramentale del corpo di Cristo, di fronte all’ostia e al vino consacrato, affermano: It is as it was. Lo scarto è minimo, ciò che basta a non sminuire il sacrificio della croce (poiché, come nota nota Pietro di Poitiers, “Se fosse vera l’immolazione, che ogni giorno si fa sull’altare, sarebbe segno che non è stata sufficiente la sola morte di Cristo”). Questa identificazione tra rappresentazione e evento è caratteristica quindi del sacrificio della messa: ed è proprio la funzione sacramentale che sembra essere stata rivendicata dai poteri alti nei confronti della pellicola (probabilmente la più bella e profonda che sia mai stata fatta su Gesù Cristo, perché capace di trasformare in materia una regressione etimologica), negando ogni filtro rappresentativo. Già il Concilio Vaticano II, rivendicando un simile valore eucaristico alla lettura della scritture, si era sporto nella direzione di dare pieno statuto sacrificale, cioè liturgico, alla rappresentazione narrativa della vita di Cristo. Questo film, nelle intenzioni di chi ha pronunciato la frase (lo “pseudo” Giovanni Paolo II), è una Messa. La pellicola è il corpo di Cristo. Il sangue che vi sgorga copioso è vino consacrato, la carne dilaniata è il pane. Questo film è la Passione di Cristo: ma dietro alla tautologia (tale soltanto per l’abitudine di confondere la relazione segnica con una relazione d’identità, l’abitudine che il paradosso di Magritte svela) si nasconde la prospettiva teologica di un valore eucaristico della visione. Comunione (visione collettiva al cinema), Memoriale (il racconto delle ultime dodici ore), e la Presenza di Cristo. Nei migliori cinema.



The Passion

Una mia amica ha visto The Passion a San Diego :

Ieri sera sono andata a vedere il fantastico film di Mel Gibson, che qua ha fatto scalpore, ed e’ il film che ha incassato di piu’ ed e’ sold out fino a non so che mese…e vattelapesca! Al cinema c’era gente che piangeva e gridava impazzita “Stop it! Stop it!” per la crudezza e la violenza (il soldato romano che frusta quel povero Cristo, nel vero senso della parola, in una maniera davvero sanguinosa), ma io l’ho trovato davvero bello e toccante.