metafore nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La radice del male

In questa campagna elettorale specialmente caratterizzata dalla vaghezza dell’offerta politica, sia Beppe Grillo che Silvio Berlusconi hanno flirtato con i temi del sovranit√† economica e monetaria. A un primo livello, pi√Ļ superficiale, ammiccando ai sostenitori dell’uscita dall’euro; a un secondo livello, meno evidente, suggerendo la possibilit√† di rivedere l’attuale posizionamento geopolitico dell’Italia; e a un terzo livello, quasi occulto, dando l’impressione di dare credito alla stravagante teoria del signoraggio bancario‚ĄĘ.¬†Flirtare, ammiccare, suggerire, dare l’impressione: tutto sta nel formulare enunciati che siano interpretati in maniera diversa secondo l’interlocutore, impiegando metafore che alcuni leggeranno¬†sub ¬†figura e altri in veritate. Perch√© i cospirazionisti fanno comodo fino a un certo punto, per√≤ a dargli troppa corda si rischia anche di perdere credibilit√†. Ancora una volta tutto √® nella vaghezza. Mentre andava in onda una campagna elettorale ufficiale si stava svolgendo un’altra campagna elettorale, non-detta ma perennemente evocata, a base di allucinazioni e semplificazioni.

Prendiamo appunto il signoraggio: una truffa di cui siamo vittima da millenni, anzi no da secoli, o magari solo dal 1971, truffa per cui ci troviamo tra le mani delle banconote da dieci, venti o cinquanta euro che per√≤¬†valgono solo pochi centesimi, perch√© se ci pensate sono solo pezzi di carta, e cos√¨¬†i banchieri ci fregano la differenza tra valore nominale e costo di produzione! C’√® da dire che l’argomentazione fa acqua, come spiega bene Thomas Morton. Persino¬†Paolo Attivissimo, dal pulpito di uno che confuta ufologi e apparizioni mariane, rifiuta di occuparsi di signoraggio¬†col pretesto che √© una scemenza. Questo non ha impedito alla teoria di diffondersi, entro e fuori Internet, grazie anche agli improbabili spot di¬†Alfonso Luigi Marra — alla cui diffusione abbiamo contribuito tutti noi, forse lasciandoci un po’ scappare la burla di mano.

Il successo (crescente) della teoria del complotto sul signoraggio non insegna forse nulla di sensato sull’economia monetaria, ma racconta molto della nostra societ√†. Quella del movimento anti-signoraggio √© una storia italiana, vero orgoglio del made in Italy. Emerge in superficie a met√† degli anni Novanta con la proposta del giurista¬†Giacinto Auriti di azzerare il reddito da signoraggio, ovvero il profitto ottenuto dalla banca centrale che emette la moneta. Auriti, animatore fin dal 1971 di un circolo di studi politici ed economici, si √® ispirato alle teorie del poeta fascista Ezra Pound che vedeva nella moneta, come fonte del debito e dell’usura, la radice di tutte le disfunzioni economiche. Sono proprio queste idee ad ispirare nel 2003 la fondazione di un movimento chiamato, appunto,¬†CasaPound. Ma √® tutto il mondo della piccola imprenditoria ad essere sensibile alla critica delle banche “usuraie”, e tanto pi√Ļ sensibile quanto l’accesso al credito si fa difficile.

A rendere popolari le idee di Auriti non √® tuttavia un movimento politico bens√¨ un comico di cui si parla molto ultimamente… Nel 1998 Beppe Grillo collabora con¬†l’anziano giurista per lo spettacolo Apocalisse Morbida, nel quale descrive il meccanismo di “stampa e prestito” del denaro e il “sistema del debito” come una truffa ai danni dei cittadini ordita dalle “banche private”. Accortamente Grillo non usa mai la parola “signoraggio” — a rischio di essere confutato — e per questo oggi ancora alcuni¬†accusano di essere “amico dei banchieri”, sottovalutando in maniera ingiusta il suo contributo alla causa. Non √® forse anche merito della sua influenza se nel 2011 Antonio di Pietro (che all’epoca si faceva dettare la linea da Gianroberto Casaleggio) credette¬†opportuno presentare un’interrogazione parlamentare sul signoraggio, suscitando un certo sconcerto?

Se Grillo diffonde un certo frame intepretativo (come direbbe Giuliano Santoro) capace di accogliere in s√© il concetto per rispondere a una domanda politica ancora latente, la parola “signoraggio” sale alla ribalta nel 2005, con un’incredibile¬†sentenza che accoglie una domanda di risarcimento “derivante dalla sottrazione del reddito di signoraggio”, intentata da un’associazione di consumatori. Il risarcimento, per un totale di 87 euro, equivale a una quota individuale sul totale di cinque milioni di euro che sarebbero stati indebitamente accumulati da Bankitalia tra il 1996 e il 2003. In seguito alla sentenza (diffusa massicciamente su Internet) Bankitalia si √® vista recapitare numerose domande di risarcimento, prontamente rimandate al mittente. Per chiudere la questione, il 21 luglio 2006 la¬†Corte Suprema di Cassazione ha stabilito che sussiste difetto assoluto di giurisdizione in ordine a simili pretese in quanto ‚Äúal giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sopranazionali‚ÄĚ. Ma √® troppo tardi: come una palla di neve, la teoria del signoraggio inizia a rotolare e ingrossarsi, assorbendo frammenti di altre teorie economiche e fantaeconomiche…

Il signoraggio √® ancora un guscio vuoto, o semi-vuoto, fino all’esplosione della bolla americana dei subprimes nel 2008. D’un tratto, l’onda d’urto del terremoto nella finanza americana lo trasforma in un concetto economico capace di spiegare in maniera semplice la crisi: la finanza √® una truffa, il denaro √® un inganno, la cartamoneta √® un furto. La crisi non esiste. O meglio esiste soltanto come simulazione, come realt√† virtuale che ha preso il posto di un’economia sana: non esistono crisi economiche, esistono soltanto crisi finanziarie. Adesso Grillo non √® pi√Ļ il solo a denunciare i danni del capitalismo finanziario: mentre la sinistra si ostina a credere nelle virt√Ļ miracolose dei rammendi keynesiani, la destra si scopre “antimercatista“. Sei mesi prima che sulle prime pagine dei quotidiani si potesse leggere a caratteri cubitali del fallimento della banca americana¬†Lehman Brothers,¬†Giulio Tremonti pubblicava un libricino di grande successo,¬†La paura e la speranza, che annunciava “la crisi globale che si avvicina”. Tremonti di fatto impost√≤ la campagna elettorale di Berlusconi, che vinse le elezioni legislative del maggio 2008 dimettendo i panni del politico liberale per quelli, oramai pienamente consoni, del leader populista. La diffusione delle idee signoraggiste nell’entourage del cavaliere getta una luce nuova e suggestiva sulle famose “cene eleganti” di Arcore.

Il simultaneo sdoganamento del neo-fascismo, la nuova fortuna dell’anticapitalismo e il crescente euro-scetticismo hanno fatto da terreno fertile alla diffusione delle teorie del complotto sul signoraggio. Nel 2007, le edizioni Macro pubblicano, tra un libro sui rettiliani e l’altro, il saggio¬†Euroschiavi di Marco della Luna e Antonio Miclavez, che deve il suo successo editoriale alla rivelazione dei presunti “segreti del signoraggio”. A questo punto, la storia tipicamente italiana del signoraggio incontra un’altra traiettoria: quella di¬†Zeitgeist: Addendum, secondo capitolo di una serie di documentari cospirazionisti di Peter Joseph visti su YouTube da qualche milione di persone. Dopo un primo Zeitgeist centrato su Ges√Ļ Cristo e l’Undici Settembre, L’Addendum muove da una critica dell’economia monetaria per pubblicizzare l’utopia fricchettona del designer Jacque Fresco. Qui la parola “signoraggio” non viene mai formulata, ma le argomentazioni sul potere delle banche, la moneta come debito e la riserva frazionaria si ritrovano nella dottrina italiana del “signoraggio secondario”. In questo caso per√≤ Ezra Pound non c’entra nulla: i film e il movimento Zeitgeist sembrano piuttosto un’eredit√† sfilacciata della controcultura americana, tra no-global, X-Files e new-age scientista.

Le teorie legate al signoraggio si articolano in varie forme e linguaggi, da sinistra a destra, e possono risultare pi√Ļ o meno ragionevoli: si va dal delirio di tipo semi-patologico (i signoraggisti in senso stretto, che denunciano una “differenza tra valore nominale e costo di produzione del denaro”) a formulazioni vaghe che sembrano conciliabili con modelli economici riconosciuti come legittimi. Nel mezzo si parla di “credito sociale“, “fiscalit√† monetaria“, “reddito di cittadinanza“, “moneta del popolo“, “riserva frazionaria“. Ma come collocare, ad esempio, le opinioni formulate da¬†Luciano Gallino nel suo¬†Finanzcapitalismo, che gode di una certa reputazione tra i lettori di Repubblica? In un certo senso, il capitolo sugli “Effetti perversi della creazione del denaro” nel libro di Gallino non √® altro che una versione ripulita, razionalizzata e socialmente accettabile delle teorie anti-signoraggio. Anche per lui, in un certo senso, la crisi √® soltanto virtuale, o pi√Ļ precisamente una contaminazione del reale da parte del virtuale. La radice di ogni male √® questa zecca impazzita che inonda l’economia di simulacri.

Questo non significa che i signoraggisti dicono le stesse cose del sociologo Luciano Gallino. Significa tuttavia che potremmo considerare alcune loro formulazioni come delle metafore di fenomeni monetari pi√Ļ complessi, cui ricorrono nell’incapacit√† di descriverli pi√Ļ esattamente, o ancora come delle versioni primitive, infantili, di teoria economica. Poetiche, tornando a Ezra Pound. La “differenza tra valore nominale e costo di produzione” sarebbe allora un modo semplice e istintivo, quasi religioso, di rappresentare qualcos’altro: ad esempio lo scarto tra la ricchezza “reale” e i suoi significanti, gli attivi finanziari in generale. Il signoraggio √® una nuova grande narrazione‚ĄĘ¬†che spiega il tracollo dell’economia italian come crisi finanziaria prima che economica, causata da uno scompenso nella rappresentazione del capitale invece che dal calo della produttivit√† del lavoro, dal sottoconsumo, dalla caduta del saggio di profitto o da altri fattori economici strutturali.

In fin dei conti tutte le teorie cospirazioniste possono essere considerate come delle metafore, o personificazioni, metonimie, amplificazioni. Con questa dimensione metaforica e poetica della politica √® necessario fare i conti: e nell’impossibilit√† di educare il maggior numero ad abbandonarla, anzi nell’impossibilit√† di pensare una politica che non sia fondata sulla retorica, sarebbe opportuno perlomeno lavorare a costruire metafore migliori.



La zecca pi√Ļ pazza del mondo

Oggi mi rivolgo agli amici del signoraggio: secondo loro il denaro — essendo fatto di mera carta — sarebbe una truffa ai danni dei cittadini.¬†Ho gi√† scritto su questo argomento e proposto l’ipotesi che il signoraggio sia soprattutto una metafora sfuggita di mano.¬†Per√≤ devo confessare: trovo che sia una bella metafora, e forse ho trovato un modo di usarla. Per spiegare l’Arte Contemporanea‚ĄĘ.

La teoria del signoraggio bancario attira l’attenzione sul fatto che il denaro √® un segno convenzionale e pone la questione della concreta convertibilit√† tra significati e significanti. Insomma parlando di signoraggio interroghiamo la verit√† del denaro, una faccenda quasi metafisica. Ma come poi spesso accade, le metafore finiscono per essere prese alla lettera. Su di esse si addensano superstizioni, errori, bugie — e ancora isterie, rivendicazioni, populismi. √ą facile confutare tutte queste articolazioni: ma come si confuta la metafora?

Nel 2007 la crisi dei mutui subprime sembr√≤ addirittura corroborarla, rivelando che nella pancia delle banche e dei fondi d’investimento una parte della ricchezza rappresentata, iscritta su titoli di credito, non corrispondeva ad alcuna reale ricchezza che potesse essere riscossa. Chi ha emesso questi titoli dal nulla, ovvero da semplici promesse, ha incassato denaro sonante in cambio di carta straccia: proprio come, nella narrazione signoraggista, farebbero le banche centrali stampando moneta. In questo senso, il signoraggio √® una versione romanzata e fantasmatica della crisi — sta all’economia come la teoria della cicogna alla riproduzione, o Adamo all’evoluzione.

Perci√≤ a me la metafora del signoraggio piace: come finzione speculativa e grande feuilleton fantaeconomico. E allora agli amici del signoraggio voglio regalare un contributo, e non mi riferisco alle belle magliette che trovate in vendita sull’eschaton shop in cambio di pochi pezzi di carta senza valore. No, voglio proporre l’uso della metafora del signoraggio in un contesto particolare: il sistema dell’Arte Contemporanea‚ĄĘ,¬†inteso come gigantesca zecca clandestina che emette discrezionalmente dei titoli di credito che prendono il nome di ¬ęopere¬Ľ. Come dice anche¬†Aude de Kerros in L’art cach√© : Les dissidents de l’art contemporain, un libro che sentiamo di condividere dalla prima all’ultima riga, ¬ęlanciare un artista equivale a un’emissione paramonetaria¬Ľ.

Il problema della moneta, dicono i signoraggisti, √® lo scarto tra costo di produzione e valore nominale. Secondo loro, l’intera differenza sarebbe intascata da una casta di avidi banchieri. Questo √® evidentemente falso: la differenza esiste in teoria, ma nessuno la intasca. Tutt’al contrario sul mercato dell’arte, dove lo scarto tra costo di produzione e prezzo di mercato pu√≤ raggiungere svariati milioni. La firma di¬†un artista come¬†Damien Hirst su una¬†stampa numerata costituisce una garanzia simile a quella fornita dal banchiere centrale quando firma le banconote. Eccolo qua, il vero signoraggio! E come al solito, Gummo aveva anticipato tutto.

Se ai tempi di¬†John Ruskin il prezzo di un’opera si limitava a dare ¬ęla misura del desiderio che i ricchi del paese hanno di possederla¬Ľ, oggi il prezzo misura esigenze d’immobilizzazione e investimento del capitale. L’arte non √® pi√Ļ soltanto un bene di lusso da collezionare o esibire: √® un attivo finanziario. Il suo valore viene stabilito¬†per convenzione, prodotto ex nihilo attraverso la ¬ętrasfigurazione del banale¬Ľ opera da una ristretta cerchia di critici — una specie di Gruppo Bilderberg, ma molto pi√Ļ noioso. A margine della metafora fantaeconomica, possiamo porre una domanda inquietante: le opere d’Arte Contemporanea‚ĄĘ¬†sono dei titoli spazzatura? Questo concetto √® formulato in maniera sintetica su un’altra maglietta, semplice ed elegante, attualmente in promozione.

A proposito di “metamorfosi delle opere in titoli derivati” e di rischio d’implosione della bolla, Alessandro Montesi ha scritto un bell’articolo su Linkiesta.¬†Montesi, che √® meno fantasioso e molto pi√Ļ preparato di me, non parla delle¬†conseguenze sistemiche di questo rischio.¬†Eppure banche, fondi d’investimento, gruppi finanziari e Stati detengono una parte del loro capitale sotto forma di opere d’arte, anche per via dei rendimenti piuttosto interessanti (mediamente tra il 14 e il 17%) per non parlare degli sgravi fiscali. L’unico difetto sono le delicate condizioni di liquidabilit√† delle opere, che poggiano su convenzioni culturali ed estetiche che potrebbero improvvisamente cambiare. Ma il mercato non se ne cura: l’Arte Contemporanea‚ĄĘ¬†sarebbe universale e ¬ętoo big to fail¬Ľ.

Forse √® cos√¨. Chi aveva previsto lo scoppio della bolla nel 2008 (ad esempio, ehm,¬†me) √® stato costretto a rimandare la profezia.¬†D’altronde si tratta solo di fantaeconomia…



Adamo vive e lotta insieme a noi

Le celebrazioni darwiniane di questo 2009 hanno il pregio, pi√Ļ unico che raro, di celebrare una materia viva. Non il solito mito inoffensivo cui si rende omaggio per riflesso condizionato, ma un mito offensivo sul quale oggi ancora si battaglia. Oggi ancora? Sarebbe pi√Ļ esatto dire oggi soprattutto. A leggere sui giornali certe ricostruzioni dell’impatto de L’origine delle specie sulla societ√† dell’epoca, pare davvero che il testo fosse stato scritto e scagliato contro i creazionisti. I quali, invece di arrendersi all’evidenza, hanno voluto perseverare nella loro arcaica superstizione. Sfortuna vuole che i creazionisti siano un’invenzione piuttosto recente, e che il testo di Charles Darwin reagisse piuttosto contro i lamarckiani, che non erano superstiziosi ma scienziati. L’ingegnosa soluzione del naturalista inglese – la selezione naturale – risponde a un problema che non ha nulla a che vedere con l’ermeneutica biblica. Che gli occidentali abbiano creduto fino al 1859 che il racconto del Genesi fosse storicamente vero, poi, √® una colossale panzana.

Qui il problema √® ovviamente che cosa significhi credere. Prendete Origene: quando parla di Adamo, ci tiene a precisare che questa balzana leggenda ebraica √® vera in senso non storico bens√¨ spirituale, e questo √® chiaro se la si interpreta correttamente. L’opinione √® ovviamente personale, ma ci mostra in che modo veniva considerata – nel terzo secolo – una storia di creazione, costole, serpenti e alberi: assai poco plausibile, magari ridicola. Roba da ebrei. Origene era cristiano, cio√® un pagano sedotto dallo gnosticismo giudaico, e considerava quella storia come un messaggio in codice. Sotto la lettera di un mito grottesco, il significato vero e proprio. Dubito che nella societ√† ottocentesca si pensasse esattamente come il vecchio Origene, ma come lui si era capaci di giostrarsi tra diversi registri interpretativi, e sono certo che lo siamo ancora oggi. Io posso affermare, ad esempio, che la teoria dell’evoluzione riguarda il piano storico e che il racconto biblico sviluppa un discorso ontologico-tassonomico: ogni singolo animale “discende” da un archetipo: il cane, il gatto, l’uomo (Adam Kadmon). E buona notizia, questa versione √® gi√† insegnata nelle scuole: nelle ore di filosofia, alla voce platonismo.

Oggi, contrariamente al terzo e al diciottesimo secolo, il conflitto tra questi registri √® diventata una posta in gioco politica locale: in America, catalizza la tendenza autarchica e anti-federale dei WASP repubblicani; nel mondo islamico (in Turchia, ad esempio) la lotta contro i regimi militari laici. Certi politici italiani, da parte loro, seguono la moda: un po’ per farsi notare dagli elettori cattolici, un po’ anche per rompere i coglioni. Non √® un conflitto tra passato e presente, tra superstizione e ragione. Entrambe le posizioni nascono in seno al presente, disegnate e definite dai conflitti in atto.



Mystical Machine Gun

Qualcuno dunque ha minacciato di scatenare in Italia una guerra civile – prenderemo i fucili – e poich√© le parole hanno cessato di avere senso, ci siamo giustamente permessi d’ignorarlo. L’abitudine ha eroso i significati, ha spogliato le ideologie, ha sepolto le icone. Ma l’abitudine non ci ha reso forti: ci ha reso indifferenti. Il forte sopravvive; l’indifferente perisce senza rendersene conto. Permettiamoci invece per un attimo di aggirare questa coazione all’indifferenza, e penetrare nell’oscena chiacchiera elettorale. La questione √® grave e per nulla seria: √® possibile ancora la politica l√† dove le parole non hanno pi√Ļ senso?

Se la politica √® la disciplina degli atti linguistici attraverso i quali si mette in scena la legittimit√† dei rappresentanti, la stabilit√† semantica √® la prima condizione di felicit√† della forza illocutoria di questi atti. Ma Agostino insegnava che i tropi si riconoscono facilmente nel caso che la frase risulti troppo chiaramente assurda. E poich√© assurda sembra essere anche questa storia di fucili, si √® subito corso ai ripari depotenziando la chiamata alla armi, riconducendola al linguaggio figurato. Lo stesso apologeta del fucile si √® corretto, regalandoci una lezione di esegesi tipologica degna di un teologo alessandrino: “Non bisogna mai interpretare le parole alla lettera”, e aggiungendo altrove (qui piuttosto citando San Paolo) che “il vero fucile √® la penna”. L’irruzione di un problema ermeneutico in questa pigra campagna elettorale √® senz’altro affascinante, e sorge il sospetto che ogni enunciato politico, ogni promessa, ogni simbolo, possa suscitare il dilemma: utrum sub figura an veritate

Senz’altro l’astuzia dell’ambiguit√† appartiene all’arte della politica, ma √® un segno di grande confusione che di questi fucili non sia chiaro comprendere la consistenza effettiva. Segno forse di un paese che da cinquant’anni si trova in bilico tra la guerra civile e la messa in scena figurale di una guerra civile. Siamo forse noi folli per avere creduto sul serio nella realt√† di quei fucili? O irresponsabili coloro che non vincolano la propria oratoria alla chiarezza? Nella confusione, tutto fa brodo, tutto significa qualsiasi cosa o forse nulla.



Azzar razza

I tentativi d’impiccare Alberto Asor Rosa a una frase contenuta in un suo libro sono caratteristici di un certo modo isterico di gestire la questione antisemitismo, e in particolare, la vexata quaestio dell’antisemitismo di sinistra. Se la scivolata di Asor Rosa sulla “razza ebraica da vittima a persecutrice” fosse davvero una manifestazione di antisemitismo (e in un certo senso lo √®) sarebbe comunque assurdo, a seguito della catastrofica diagnosi del male, pretendere che a combatterlo basti la censura dei suoi sintomi. Se Asor Rosa fosse disposto a scorgere l’ombra di pregiudizio che lo abita, e ritrattasse, l’antisemitismo non sarebbe quell’ideologia surrettizia che giustifica il catastrofismo degli isterici. Sembra invece necessario che i pregiudizi inconsci (finch√© sono scivolate, lapsus, atti mancati) affiorino e siano verbalizzati. Questa verbalizzazione deve avvenire negli ovvi limiti di ci√≤ che definirei l’ordine pubblico, poich√© i sintomi non ci mettono nulla a diventare cause. Ma se il problema sono i sintomi che diventano cause, allora parte consistente del problema sono coloro che danno visibilit√† a questi sintomi (estrapolando frasi da testi che avrebbero letto in quattro), e che li autenticano come antisemiti, trasformando una scivolata in una manifesto programmatico. Gli isterici, appunto.

Una seconda questione gestita rovinosamente √® relativa all’uso del termine “razza”, altra occasione ghiotta per delegittimare l’interlocutore. Si sa, non esistono razze da un punto di vista antropologico; cio√® non esistono razze di esseri umani nel senso in cui si parla di razze di animali. Ma il linguaggio delle scienze sociali (come d’altronde quello delle scienze dure, come d’altronde il linguaggio in generale) si compone di metafore lessicalizzate: termini sbagliati se presi alla lettera, per√≤ utili. Annessi per analogia, sono poi resi proprietari di una nuova area di significato. Il termine “razza” √® stato a quanto pare de-lessicalizzato sull’onda emotiva del rifiuto del razzismo biologico, e a sostituirlo ne sono venuti altri (etnia √® molto in voga). Ma esisteva da prima che a qualcuno (Gobineau o chi per lui) venisse in mente di prendere l’analogia alla lettera, studiarla, teorizzarla, fondarla scientificamente e infine vedersela falsificata. Se fu proprio la metafora infelice a suggerire tale programma di ricerca, vada per la sostituzione. Cambia tutto? Forse no. Resta che l’uso del termine “razza” da parte di Asor Rosa √® prima di tutto anacronistico. E con ci√≤ intendo: √® anacronistico prima di essere razzista. Asor Rosa ha una certa et√†, e la sua lingua non √® certo la mia: chiss√†, magari dice anche “negro”, “palt√≤″ e “nembo kid”. Nembo Kid! E nessuno gli dice nulla!



Il contagio delle idee

Qua in giro si parla un mucchio di¬†memetica, con quell’alone di cosa figa e un sconosciuta ai pi√Ļ che √® propria dei pi√Ļ classici virus della mente: e infatti, chiosava¬†Dhalgren, probabilmente l’unico meme √® l’idea di meme. Tant’√® che propongo il seguente esperimento: cercare di tracciare la¬†genealogia¬†dell’idea di meme che ci ha contagiati, per capirne i canali di trasmissione e le modalit√† (ricordarsi dove se ne ha letto/ sentito parlare, e da l√¨ regredire fin dove √® possibile). Il problema fondamentale per√≤, se vogliamo uscire dal campo della vaghezza, √® capire bene una cosa:¬†se di virus della mente di possa parlare in senso proprio o figurato. Se cio√® si tratti di una metafora molto evocativa oppure di un modello¬†scientificamente¬†fecondo per spiegare le cose sociali e culturali. Il linguaggio della sociologia √® ampiamente costituito da metafore lessicalizzate con valore scientifico approssimativo: dalle “forze” sociali alle “rivoluzioni”. Il problema della scientificit√† √® centrale quando si parla di memetica, la quale si vorrebbe “biologia” dei fenomeni sociali: e in quanto tale dovrebbe funzionare secondo le sue leggi (non solo su un piano analogico, valido tutt’al pi√Ļ per un saggio pubblicato da¬†Castelvecchi). Sul fondamento di una “teoria naturalistica della cultura” s’interroga¬†Dan Sperber¬†ne¬†Il contagio delle idee (¬†Campi del Sapere,¬†Feltrinelli, 1999), optando per una risposta affermativa alla domanda se sia possibile un’approccio materialista alla cultura (e noteremo che il passo √® breve per ritornare a¬†Marx, cio√® un approccio materialista alla storia). Sperber non cita mai il termine “meme” (forse un poco “sporcato” dalla sua diffusione capillare in ambiti extra-scientifici) ma propone un’epidemiologia delle rappresentazioni che, interpolata magari con certe intuizioni degli storici francesi (dalle¬†Annales¬†a¬†Foucault) e di¬†Feyerabend¬†e¬†Wittgenstein, potrebbe dare dei risultati interessanti.