nazione nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Sarete assimilati? Due riflessioni sulla sovranit√† dello Stato e l’amministrazione delle periferie

I

Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della banlieue. Catastrofe finale dell’entropia migratoria, paradigma dello “stato di eccezione” o rompicapo amministrativo, scenario post-atomico senza la deflagrazione d’alcuna bomba, la periferia francese √® diventata un luogo cruciale del nostro immaginario politico. Mito ma anche concetto, paura irrazionale e profezia ragionevole. Il disaccordo sulle cause — tsunami demografico, delirio urbanistico, ideologia comunitarista, capitalismo selvaggio, ecc. — non serve a nascondere che qualcosa di terribile sta accadendo nella polis occidentale. Il ministro leghista che evoca per l’Italia un “rischio banlieue” non dice nulla di scandaloso e peraltro ripete ci√≤ che disse il leader del centro-sinistra cinque anni fa: “Noi abbiamo le peggiori periferie in Europa. Non credo che le cose siano molto diverse rispetto a Parigi. √ą solo questione di tempo.” Bene, anzi male, ma tempo per cosa?

Il “rischio banlieue” non evoca semplicemente in un generale disfacimento della periferia — aumento della criminalit√†, deterioramento delle condizioni economiche, accentuazione dei conflitti comunitari: che sarebbero un rischio soltanto per chi vive — ma un fenomeno politico cruciale, ovvero la costituzione di spazi autonomi dalla giurisdizione statale. Ovviamente, chi evoca un “rischio banlieue” in Italia sottace il fatto che questo rischio √® gi√† effettivamente realizzato in alcune parti del paese, e capita dunque che in Francia, per profetizzare il destino catastrofico delle banlieues, si parli di… “rischio Gomorra“. Il mito ha luogo sempre altrove. E i napoletani Cosang sfottono: “la Francia si atteggia ma l√¨ non esiste sistema”.

Nella banlieue proprio come in certi spazi governati dalle cosiddette mafie, le istituzioni e i rappresentanti dello Stato sono considerati illegittimi e rinunciano all’esercizio della sovranit√†. In effetti si potrebbe dire che, in base a un calcolo puramente economico, la banlieue √® lo spazio in cui la rinuncia alla sovranit√† rende di pi√Ļ di quanto costa.¬†Ma se la banlieue √® consustanziale al benessere a basso costo che partecipa a produrre (e questo Saviano lo ha scritto benissimo), la sua “extra-territorialit√†” rappresenta anche una minaccia. Salendo i gradini di una “scala della delinquenza” fino all’aperta sedizione, la banlieue rischia di costituirsi come soggetto politico ostile. Per amministrare questo rischio, lo Stato interviene puntualmente esercitando una pseudo-sovranit√† di tipo coloniale e ricorrendo a una forza pressoch√© militare.

Rispetto alla situazione italiana — radicata nella guerra di unificazione — quella francese stupisce per la sua rapida maturazione, e attira ovviamente la nostra attenzione come fallimentare (o¬†doloso) modello d’integrazione dei flussi migratori. Alla banlieue accade ci√≤ che avrebbe dovuto accadere al proletariato secondo Karl Marx: acquisendo l’autocoscienza, un insieme di individui si costituisce come soggetto politico. Marx aveva torto, perch√© una classe — proprio come un pezzo di legno — non pu√≤ raggiungere l’autocoscienza in mancanza di un sostrato.¬†Le recenti vicende francesi suggeriscono per√≤ che le segmentazioni etniche, religiose e linguistiche — se pure non determinano naturalmente l’aggregazione — svolgono bene la funzione di sostrato alla soggettivazione politica, dando un contenuto alla fantomatica “coscienza di classe”. E cos√¨, tra gli osanna dei cosiddetti islamo-gauchistes √® avvenuta una etnicizzazione della lotta di classe. Gli orfani del socialismo si consolano con il nazional-socialismo, gli orfani del comunismo con il comunitarismo.

Non c’√® in questo mito¬†alcuna posizione da prendere, perch√© ci √® gi√† data: l’entit√† nemica che ci minaccia l’abbiamo costruita per nostra necessit√†, e ne godremo finch√© non saremo annientati. Nessuno d’altronde ha bisogno d’una soluzione, fintanto che la banlieue continuer√† a rendere pi√Ļ di quanto costa. E quando i costi avranno definitivamente superato il benefici, sar√† ovviamente troppo tardi per tornare indietro.

II

A quale titolo chiedete l’emancipazione? In considerazione della vostra religione? Ma essa √® nemica mortale della religione dello Stato.*

Tra le numerose razze extraterrestri che minacciano la Federazione dei Pianeti Uniti, il motto pi√Ļ suggestivo appartiene senza dubbio ai Borg: “Voi sarete assimilati, la resistenza √® inutile”. Essere assimilati dai Borg — cio√® diventare simili ai Borg — √® terrificante perch√© significa rinunciare alla propria identit√† ; tanto vale essere completamente annichiliti. E tuttavia non sarebbe pi√Ļ pacifico un’universo di soli Borg — una pacifica borghesia? Ecco la questione. Das ist hier die Frage.

Der Judenfrage, per esempio.¬†Quando verso la met√† dell’Ottocento gli ebrei cominciano a uscire dai ghetti, gli si chiede innanzitutto di assimilarsi — ovvero di rinunciare a ci√≤ che li rende ebrei per accomodarsi alla societ√† in cui vivono.¬†Bruno Bauer, che leggiamo attraverso Karl Marx, pone la condizione: che l’uomo rinunci alla religione per essere emancipato¬†civilmente. La resistenza √® inutile. Voi sarete assimilati. O annichiliti.

La questione ebraica di Bauer e Marx √® simile ad altre questioni, dalla¬†questione nativo-americana alla questione islamica che tormenta le periferie occidentali. Ovviamente oggi non si parla pi√Ļ¬†di assimilazione, perch√© nessuno ci tiene a passare per un Borg, ma piuttosto d’un “Islam moderato” che conservi, delle proprie caratteristiche, solo quelle solubili nella societ√† democratica. Magari con l’aiuto di qualche sanzione amministrativa. Sfortunatamente la Storia non √® in pendenza, e invece di rotolare tutti docilmente verso l’assimilazione, qualcuno ¬†– cui la pace Borg non conviene — prende la strada opposta della dissimilazione.

Curve di solubilità per sistemi a solubilità diretta e inversa,
dalle quali si deduce che la temperatura della Storia non è costante.

Se lo Stato √® naturalmente assimilazionista, la pratica dissimilazionista serve bene a ogni tentativo di sottrarsi alla giursidizione statale e dare forma a entit√† politiche autonome. Per questo la banlieue — come luogo da assimilare e luogo che si sottrae all’assimilazione — √© la figura centrale per comprendere negativamente la posta in gioco del politico. Lo Stato moderno sorge da un duplice processo di centralizzazione e assimilazione, artificiosamente incarnato nella forma mitica della¬†Nazione. I nazionalismi necessariamente perseguono¬†l’assimilazione (pi√Ļ o meno forzata) delle minoranze etniche, linguistiche e religiose: in Francia, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Cina, eccetera.

L’assimilazione consiste in una sola cosa, ovvero che tutti s’impegnino a rispettare la stessa Legge, poich√© lo Stato moderno consiste nell’esercizio uniforme di una sola Legge. Ma questo √® tutt’altro che semplice o banale, perch√© noi siamo la Legge che ci siamo impegnati a rispettare. Come possiamo allora rinunciare a ci√≤ che siamo? In questo contesto prendono piede le forze centrifughe della dissimilazione, la resistenza inutile delle periferie, dei clan e delle chiese. Di questo, anche di questo, sempre di questo, ci parla il Leviatano di Thomas Hobbes. Perch√© gli uomini non piombino nella guerra civile, un solo potere deve regnare, una sola Legge, una sola violenza, un solo Dio in terra.

Lo Stato √® una divinit√† gelosa, che non disdegna il fumo degli olocausti. Ma se non fosse altro che un idolo osceno? Ebrei e cristiani lo pensavano dell’imperatore romano. I cattolici inglesi della Regina, i cattolici francesi della Rivoluzione. Oggi, musulmani radicali contestano che la sovranit√† possa appartenere ad altri che Allah: quando le folle adorano come un idolo la Nazione, argomentava Sayyid Qutb, regna l’Iniquit√†. Questo monoteismo militante non √® una superstizione irrazionale, bens√¨ un ragionevolissimo strumento di lotta politica, sviluppatosi a partire dagli anni Trenta in Egitto, in Pakistan, in Iran. Ragionevolissima √® la strategia della dissimilazione, l√† dove si vogliono conservare o instaurare leggi e poteri locali, piccoli feudi, riserve e fortezze. Ragionevolissima √© allora la risposta degli stati, ragionevolissimi i genocidi culturali, ragionevolissima l’islamofobia mascherata da laicit√†. Ecco tutti gli ingredienti per una tragedia.

Contrariamente a ci√≤ che si pensava, l’assimilazione non √® un destino necessario. In effetti, se i Borg ripetono da trent’anni che la resistenza √® inutile, √® anche vero che continuano ad essere sconfitti.



L’invenzione del popolo ebraico

Gli ebrei non esistono! L’eco del libro di Shlomo Sand sull’Invenzione del popolo ebraico risuona per la rete, si amplifica, si deforma, diventa antisemitismo cubico, nel quale gli ebrei non si limitano pi√Ļ a ordire a complotti, ma sono essi stessi il gigantesco complotto. La tesi fiorisce nelle sentine della contro-informazione e alimenta l’antisionismo della¬†sinistra nazionale. Si capisce perch√© faccia comodo l’idea che l’ebraismo sia un’invenzione: oltre a togliere legittimit√† allo stato d’Israele, affranca l’antisemitismo da ogni connotazione razzista. Torna in mente la strana teoria di Alain Badiou, che scrisse nel 2005 che gli ebrei avrebbero dovuto abbandonare il nome di “ebrei” perch√© si trattava di un concetto nazista, ovvero smettere di essere ebrei. Il povero vecchio pazzo ex-maoista sembrava proporre una sorta di genocidio pulito o di negazionismo identitario, ma la sua posizione era cos√¨ eccentrica che pochi se la sono sentita di riproporla.

Al contrario, Shlomo Sand ha tutto per piacere senza scandalizzare troppo: ebreo, israeliano, documentato anche se un po’ confuso.¬†Adesso dopo una tourn√©e mondiale — Israele, America, Francia, eccetera — il suo libro sta per uscire anche in Italia per Rizzoli, che ovviamente ci tiene a puntare sul potenziale esplosivo delle tesi dello storico israeliano. Questa la presentazione dell’editore:

Secondo le tesi e i documenti esposti da Sand, gli ebrei¬†di oggi non sono i discendenti diretti di coloro che¬†lasciarono la Palestina durante le repressioni romane:¬†anche perch√© la Diaspora √® un mito creato a posteriori. (…)¬†L‚Äôidea di un popolo ebraico che, nonostante le persecuzioni e l‚Äôesilio, ha¬†attraversato la storia mantenendo la propria fede e la propria identit√†¬†√® alla base del sionismo e della stessa fondazione dello Stato d‚ÄôIsraele.¬†Secondo Shlomo Sand, per√≤, √® un mito senza basi storiche. La presenza di¬†comunit√† ebraiche (sefardite) nell‚ÄôAfrica settentrionale e poi in Spagna, e¬†degli ebrei ashkenaziti nell‚ÄôEuropa centrorientale si deve all‚Äôespansione¬†della religione ebraica, a cui si convertirono le trib√Ļ berbere e i kazari, un¬†popolo che nel Medioevo fu a capo di un vasto impero a cavallo del Volga.¬†Il popolo ebreo √® in realt√† una somma di popolazioni eterogenee che in¬†epoche e luoghi diversi della storia si sono convertiti alla stessa fede. La¬†tesi storiografica di Sand ha enormi implicazioni politiche (accettarla¬†vorrebbe dire rinunciare alla caratterizzazione etnica di Israele). Per¬†questo l‚Äôuscita del suo libro ha scatenato fortissime polemiche, in Israele e¬†non solo.

La ricerca di Sand √® interessante, fintanto che si limita a raccontare le operazioni culturali e ideologiche messe all’opera nell’Ottocento per costruire il mito sionista. Nessuna segreta cospirazione: un libro simile lo si potrebbe scrivere su Mazzini o sull’abate Siey√®s, su George Washington, su Ataturk. Ma Sand questo non lo dice, e si capisce che sta cercando lo scandalo.¬†Lo storico israeliano, specialista della storia dei nazionalismi, dimentica di segnalare ai lettori meno accorti¬†che gli ebrei non sono un’eccezione: √® proprio il concetto di popolo a essere una finzione, qualcosa che va costruito, una moda ottocentesca. Vale per gli ebrei, per gli italiani, per i francesi e perbacco… per i palestinesi. Ecco, appunto, i palestinesi. Ma Shlomo Sand non scrive nemmeno un capitolo sull’invenzione dei palestinesi, un popolo tanto vero da chiamarsi come una divisione amministrativa dell’impero romano.

I popoli sono tutti inventati, e questo non li rende meno reali. Sono la forma provvisoria che prendono certe rivendicazioni economiche e politiche. La maggior parte delle nazioni nasce da un programma d’ingegneria linguistica e filologica, talvolta da una falsificazione. Probabilmente il sionismo fu un progetto davvero catastrofico, tra i peggiori esiti del nazionalismo ottocentesco, ma gli argomenti di Shlomo Sand non lo rendono pi√Ļ sbagliato.

Il problema √® che Sand, oltre a non essere uno storico della Diaspora, √®¬†razzista. Sul serio. Secondo lui, il fatto che gli ebrei non siano una razza, geneticamente parlando, significa che non sono un popolo.¬†Sarebbero dunque i palestinesi i veri discendenti dagli ebrei della Bibbia. Argomento davvero debole: perch√© la genetica non √® una categoria politica, e di certo non fonda i popoli, e soprattutto non c’interessa.



La resistenza inutile

A quale titolo chiedete l’emancipazione? In considerazione della vostra religione? Ma essa √® nemica mortale della religione dello Stato.*

Tra le numerose razze extraterrestri che minacciano la Federazione dei Pianeti Uniti, il motto pi√Ļ suggestivo appartiene senza dubbio ai Borg: “Voi sarete assimilati, la resistenza √® inutile”. Essere assimilati dai Borg — cio√® diventare simili ai Borg — √® terrificante perch√© significa rinunciare alla propria identit√† ; tanto vale essere completamente annichiliti. E tuttavia non sarebbe pi√Ļ pacifico un’universo di soli Borg — una pacifica borghesia? Ecco la questione. Das ist hier die Frage.

Der Judenfrage, per esempio.¬†Quando verso la met√† dell’Ottocento gli ebrei cominciano a uscire dai ghetti, gli si chiede innanzitutto di assimilarsi — ovvero di rinunciare a ci√≤ che li rende ebrei per accomodarsi alla societ√† in cui vivono.¬†Bruno Bauer, che leggiamo attraverso Karl Marx, pone la condizione: che l’uomo rinunci alla religione per essere emancipato¬†civilmente. La resistenza √® inutile. Voi sarete assimilati. O annichiliti.

La questione ebraica di Bauer e Marx √® simile ad altre questioni, dalla¬†questione nativo-americana alla questione islamica che tormenta le periferie occidentali. Ovviamente oggi non si parla pi√Ļ¬†di assimilazione, perch√© nessuno ci tiene a passare per un Borg, ma piuttosto d’un “Islam moderato” che conservi, delle proprie caratteristiche, solo quelle solubili nella societ√† democratica. Magari con l’aiuto di qualche sanzione amministrativa. Sfortunatamente la Storia non √® in pendenza, e invece di rotolare tutti docilmente verso l’assimilazione, qualcuno ¬†– cui la pace Borg non conviene — prende la strada opposta della dissimilazione.

Curve di solubilità per sistemi a solubilità diretta e inversa,
dalle quali si deduce che la temperatura della Storia non è costante.

Se lo Stato √® naturalmente assimilazionista, la pratica dissimilazionista serve bene a ogni tentativo di sottrarsi alla giursidizione statale e dare forma a entit√† politiche autonome. Per questo la banlieue — come luogo da assimilare e luogo che si sottrae all’assimilazione — √© la figura centrale per comprendere negativamente la posta in gioco del politico. Lo Stato moderno sorge da un duplice processo di centralizzazione e assimilazione, artificiosamente incarnato nella forma mitica della¬†Nazione. I nazionalismi necessariamente perseguono¬†l’assimilazione (pi√Ļ o meno forzata) delle minoranze etniche, linguistiche e religiose: in Francia, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Cina, eccetera.

L’assimilazione consiste in una sola cosa, ovvero che tutti s’impegnino a rispettare la stessa Legge, poich√© lo Stato moderno consiste nell’esercizio uniforme di una sola Legge. Ma questo √® tutt’altro che semplice o banale, perch√© noi siamo la Legge che ci siamo impegnati a rispettare. Come possiamo allora rinunciare a ci√≤ che siamo? In questo contesto prendono piede le forze centrifughe della dissimilazione, la resistenza inutile delle periferie, dei clan e delle chiese. Di questo, anche di questo, sempre di questo, ci parla il Leviatano di Thomas Hobbes. Perch√© gli uomini non piombino nella guerra civile, un solo potere deve regnare, una sola Legge, una sola violenza, un solo Dio in terra.

Lo Stato √® una divinit√† gelosa, che non disdegna il fumo degli olocausti. Ma se non fosse altro che un idolo osceno? Ebrei e cristiani lo pensavano dell’imperatore romano. I cattolici inglesi della Regina, i cattolici francesi della Rivoluzione. Oggi, musulmani radicali contestano che la sovranit√† possa appartenere ad altri che Allah: quando le folle adorano come un idolo la Nazione, argomentava Sayyid Qutb, regna l’Iniquit√†. Questo monoteismo militante non √® una superstizione irrazionale, bens√¨ un ragionevolissimo strumento di lotta politica, sviluppatosi a partire dagli anni Trenta in Egitto, in Pakistan, in Iran. Ragionevolissima √® la strategia della dissimilazione, l√† dove si vogliono conservare o instaurare leggi e poteri locali, piccoli feudi, riserve e fortezze. Ragionevolissima √© allora la risposta degli stati, ragionevolissimi i genocidi culturali, ragionevolissima l’islamofobia mascherata da laicit√†. Ecco tutti gli ingredienti per una tragedia.

Contrariamente a ci√≤ che si pensava, l’assimilazione non √® un destino necessario. In effetti, se i Borg ripetono da trent’anni che la resistenza √® inutile, √® anche vero che continuano ad essere sconfitti.


Rot and assimilate.
Hot to annihilate.