neofascismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Violenza senza fine

I saggi, i forti e puri “uomini della Tradizione”, praticano l’apolitìa; quelli meno saggi, meno forti e puri, possono leggittimamente dedicarsi all’attivismo [...], “senza però cedere interiormente” all’illusione di poter “agire su processi che ormai, dopo gli ultimi crolli, hanno un’irrefrenato corso” [Evola].

Ma in cosa può consistere la legittimità dell’attivismo [...] se tanto non serve a niente?

Per rispondere a questo interrogativo bisogna considerare innanzitutto una cosa: lo schema antropologico proposto dall’ultimo Evola è ricalcato esattamente su quello consueto a innumerevoli dottrine iniziatiche. Vi sono due classi di persone: quella di coloro che giungono al secondo e più alto grado dell’iniziazione, e quella di coloro che, non potendo o non volendo staccarsi dal mondo, restano ad un primo grado di iniziazione. Il comportamento di questi ultimi non può essere forte e puro e privo di illusioni quanto basta; occorre quindi che gli iniziati di grado superiore, i saggi, orientino gli iniziati di grado inferiore verso il raggiungimento di obiettivi mondani [...] che di per sé sono vani, privi di qualsiasi utilità, ma che hanno una preziosa funzione didattica. A forza di perseguire per disciplina degli obiettivi vani, e di insistere al tempo stesso nella difesa della propria interiorità minacciata dal contatto col mondo, anche gli iniziati di grado inferiore, per ora troppo poco forti e puri, si faranno le ossa, diventeranno un giorno sufficientemente forti e puri da potere accedere al grado superiore. In questo caso, il processo di perfezionamento, promosso da un’appropriata didattica del compito inutile, può richiedere molto più della vita di un individuo: ma qui si punta sulla razza [...].

[...] La nostra impressione è che queste farneticazioni abbiano una parte non trascurabile nelle attività terroristiche degli ultimi anni.

F. Jesi, “Uno studio sul neofascismo e sulla cultura di destra: il linguaggio delle idee senza parole”, in Comunità, n. 175, p. 67-68.

Furio Jesi era giovane eppure quasi morto, aveva cioè poco più di trent’anni e cinque lo separavano dalla fine, che su Comunità iniziarono ad apparire suoi lunghi saggi. Talmente lunghi che qualcuno fu poi pubblicato come libro. Per diversi numeri, in ogni numero; un ritmo impressionante. Secondo i canoni consueti Furio Jesi sarebbe scrittore di destra (studioso di Eliade, di Bachofen, di Spengler, di esoterismo, di mito…) – se non si fosse dedicato a smentirlo continuamente, da sociologo della cultura e testimone della storia, lavorando alla decostruzione dell’ideologia di destra. Un’opera necessaria di classificazione, che limpidamente traccia le distanze che lo separano dal supermarket dell’eroismo evoliano, dalla merda che riempie i scaffali delle librerie esoteriche, dalle cave buie dell’eversione. Chi ha parlato di una legittimazione di facciata di fronte alla cultura dominante, una sorta di entrismo “adelphiano” mediato dall’abiura solenne, probabilmente non ha nemmeno aperto una pagina di Jesi.

Qui m’interessa piuttosto confrontare il passo di Jesi citato con un altro. Dapprima in effetti la sua interpretazione della violenza terroristica mi era parsa troppo teorica e troppo irresponsabile per potere essere davvero una spiegazione. Teorica, nel senso che raramente la realtà sociale risponde alle teorie filosofiche che vorrebbero governarla: nessuno, insomma, sarebbe così folle da cadere in questa trappola iniziatica. Irresponsabile, nel senso che mi riesce difficile immaginare un pensiero che legittimi la violenza non come mezzo politico, ma come fine spirituale. In realtà un pensiero del genere esisteva già, ben prima di Evola, di Junger, o di chissà quale altro sanguinario nazista. Georges Sorel aveva teorizzato la stessa “didattica del compito inutile”, la stessa pedagogia della violenza, nella sua filosofia del sindacalismo rivoluzionario. Sorel, pensatore del mito e della violenza, pensatore ambiguo e scomodo, in cui si confondono destra e sinistra. Anche in Sorel si trova l’idea di una violenza senza fine, valida in quanto tale. Una tale idea rappresenta il lato oscuro, sepolto, dell’intera storia del pensiero politico occidentale, che ha isolato la violenza nella sua necessità strumentale. Ed ecco quindi la citazione, dall’introduzione di Roberto Vivarelli agli scritti politici UTET, da pagina 27 in poi:

Qui con grande evidenza si fa luce la preoccupazione moralistica di Sorel, la guerra come la violenza proletaria viste in funzione educativa, di fronte al quale il successo materiale del proletariato, i problemi tattici per ragiungerlo, non contano nulla. [...]

L’accento è posto tutto sulla funzione moralizzatrice della lotta. [...] Il problema di una società più giusta, o almeno meno ingiusta, è totalmente eluso nella rivoluzione permanente teorizzata da Georges Sorel.



Eurasia Infinita

“Eurasiatismo” sembra diventato il mot de passe di un universo politico e culturale che non esiterei a definire di “destra radicale” se non ci trovassimo proprio nello spazio ambiguo di una riconfigurazione delle ideologie otto-novecentesche: lo spazio, insomma, nel quale le destre estremissime rapidamente scivolano in “sinistre nazionali”. Ma vediamo un po’, di cosa parliamo quando parliamo di eurasiatismo (o piuttosto, di neoeurasiatismo): ovvero quale sia il senso del suo emergere in questo contesto storico. Parliamo, ad esempio, di un PROGETTO EURASIA. L’Europa da Dublino a Vladivostok. Idea magari carezzevole, ma è come per organizzare le vacanze: non importa dove, importa con chi. E tu ci andresti in vacanza con Julius Evola? Il volto del vate del neofascismo figura in un elegante fotomontaggio sulla prima pagina del sito La terra degli Avi, che ufficialmente coordina il Progetto Eurasia: in secondo piano scoppiano le torri gemelle.

Gli Avi, si sa, l’America non l’hanno mai digerita: sul volto ha dipinte la democrazia, il libero mercato, la borghesia dominante, l’uguaglianza dei diritti, il mito della scienza e della tecnica. Insomma, la modernità. Gli Avi hanno la Tradizione, si abbeverano all’ Origine, hanno Radici profonde che non gelano. In questo senso appare più chiaro cosa significhi eurasiatismo, come alternativa all’atlantismo, o  euramericanismo (braccio geostrategico della “grande finanza”, o poundiana usurocrazia); e più profondamente come alternativa alla modernità. Alternativa finalmente praticabile, con la caduta del socialismo reale – così odiosamente positivista – e l’islamica promessa di un Oriente reazionario (Oriente romantico, spengleriano). Insomma, eccolo il sogno: “ Eurasia-Islam il Reich del futuro”, il terribile impero sul quale non tramonta mai il sole. La grande Europa hitleriana, ma ancora più grande, enorme, sconfinata.

Possiamo inseguire le tracce del Progetto Eurasia fino a comporre la mappa del socialismo nazionale contemporaneo, facendoci trasportare dai collegamenti ipertestuali in un vortice di svastiche contraffatte, antisemitismi colloquiali, tradizionalismi, cospirazionismi, ex-marxismi, anti-imperialismi. Da Rinascita Nazionale di Ugo Gaudenzi (che sogna “la più Grande Europa da realizzare”) fino alla Brigata Eurasiatista (con passamontagna e molotov: ma suvvia, sono giovani!), passando per Orion e la Società Editrice Barbarossa di Maurizio Murelli (per la quale esce il libro del teorico dell’eurasiatismo  Nikolaj Trubeckoj).

Improbabili partiti politici portano avanti europeismi smodatamente aggressivi, inneggiando ad Hamas o al Baath, ispirati all’incubo comunitarista e reazionario (insomma neonazista) di Jean Thiriart. Da parte sua il fantasmagorico Eduard Limonov, profeta di un nazionalbolscevismo grottesco che seduce hooligans dada-punk e nostalgici, sogna di trasformare la Russia in happening situazionista e spingerla fino a Gibilterra: per adesso si accontenta di spiccare come narratore di sé stesso ( Libro dell’acqua, Alet).

I contenuti e gli autori della rivista La Nazione Eurasia, animata da Claudio Mutti e altri attivi eurasiatisti di una certa “Società Nazionale” disegnano perfettamente il profilo politico di questo progetto, i cui fascistissimi idoli sono Thiriart, Drieu la Rochelle, Evola, de Benoist. Roba tosta. A quell’esperienza succede, dal gennaio di quest’anno, la “rivista di studi geopolitici” EURASIA, pubblicata dalla casa editrice di Mutti, le Edizioni all’insegna del Veltro.

La mia impressione è che l’eurasiatismo potrà diventare una categoria fondamentale del panorama politico, dando forma alle scombinate pulsioni di quell’antimodernismo profondissimo che da destra e sinistra tenterà di seppellire l’Occidente: “ Lo scontro tra Eurasia e America, fra Terra e Mare, fra Civiltà tradizionale e Mondo Moderno, tra Imperium e globalizzazione è inevitabile alla lunga, perché iscritto nelle leggi immutabili della Storia e della Geografia.”