paranoia nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La scienza del nemico (gdclm/vii)

L’aspetto forse più debole del pensiero di Guy Debord è la teoria del segreto generalizzato, che presuppone un funzionamento perlomeno efficace, anche se nocivo, della macchina spettacolare. Forte di questa convinzione Debord aderì negli anni a varie ipotesi dietrologiche, così guadagnandosi la fama di Grande Paranoico. Nella prefazione del 1979 alla quarta edizione italiana de La Società dello Spettacolo, Debord si diceva convinto che le Brigate Rosse fossero una creazione dei servizi segreti italiani; e precisava — qui c’è del genio — come la sigla SIM, Stato Imperialista delle Multinazionali, evocasse in verità i Servizi d’Informazione Militare, ovvero l’intelligence fascista, per via d’un «lapsus del computer con cui era stata programmata la dottrina».

Nessuno oggi può dubitare del coinvolgimento dei servizi segreti nelle vicende degli anni di piombo. Fino a qualche anno fa (e ancora mi pento di non avere fatto uno screenshot) il sito ufficiale dei servizi ammetteva candidamente che nella loro storia «si sono a volte verificati gravi comportamenti divergenti e in contrasto con i fini istituzionali dei Servizi». Ma davvero erano capaci di programmare terroristi col computer? Questo pare più difficile: si tratta pur sempre di carabinieri. In verità, come hanno dimostrato i casi recenti di Mohamed Merah o di Anonymous, l’eventuale ruolo dei servizi segreti nella produzione di atti terroristici è molto meno lineare, imprevedibile e perfettamente disfunzionale.

Ovviamente quella del computer era una metafora, peraltro stupenda: la macchina economico-burocratica sarebbe assimilabile a un calcolatore perché interamente automatizzata nei metodi e nelle procedure. Il problema di Debord è che ha preso alla lettera tutti quei libri e documenti — come The Managerial Revolution — nei quali i tecnocrati si vantavano di essere in grado di controllare la società. Ovvero si candidavano a dirigerla, sparandole magari un po’ grosse. Debord si beve tutto:

La scienza specializzata della dominazione si specializza a sua volta: si parcellizza in sociologia, psicotecnica, cibernetica, semiologia, eccetera, vegliando all’autoregolazione dei vari livelli del processo.

Cinquant’anni più tardi, c’è ancora chi prende sul serio quella propaganda. Nel 2001 la rivista Tiqqun, organo del sedicente Partito Invisibile, dedicò un lungo articolo alla cosidetta «Ipotesi cibernetica», all’idea cioè che esista una «tecnologia di governo che federa e associa tanto la disciplina quanto la biopolitica, la polizia come la pubblicità». Il che sarebbe, in fin dei conti, piuttosto rassicurante: noi che pensavamo che nella cabina di pilotaggio ci fosse al massimo una scimmia, come nella barzelletta.

Prendiamo ancora la questione urbanistica: nel 1967, Debord considerava che «l’urbanismo è il compimento moderno di un dispositivo necessario a salvaguardare il potere della classe dominante». Insomma l’architettura delle banlieues sarebbe ottimale, secondo Debord, al fine di amministrare l’esistenza e i consumi dei proletari. Questa è probabilmente la stessa cosa che i progettisti, in termini vagamente meno diabolici, solevano dichiarare. Ebbene, è oggi evidente che questi «maledetti architetti» (come direbbe Tom Wolfe) erano semplicemente, e banalmente, degli incompetenti vanagloriosi. Vale per loro, come per gli addetti marketing delle grandi aziende, gli analisti del rischio finanziario e i funzionari che infiltrano cellule terroristiche, il famigerato Principio d’Incompetenza di Laurence Peter.

In Guy Debord, son art et son temps, il profeta del segreto generalizzato finalmente ammetteva:

Si è creduto che l’economia fosse una scienza; evidentemente ci si sbagliava. D’altronde è ormai sotto gli occhi di tutti che non si tratta né della prima, né dell’ultima delle scienze del nemico ad essersi rivelata fallace.

Pochi mesi prima di alzare la mano su di sé, Debord realizza che il progetto politico moderno è fallito e noi viviamo nel suo fallimento. All’ultimo viene meno l’incrollabile fiducia nell’ordine dello Spettacolo. La sua nocività è un difetto strutturale, non uno scopo perseguito. Uno può fare tutte le ipotesi cibernetiche che vuole: il controllo totale, l’ologramma perfetto. Poi scopre che la regina delle poderose tecnologie cui ricorrono i persuasori occulti non è altro che… Microsoft Powerpoint. Ogni calcolo, diagramma o simulazione, anche ammettendo che non contenga errori, viene comunicato ai decisori per mezzo di uno strumento tragicamente inadeguato. Oggi, uno smisurato numero di competenze disciplinari sono messe al servizio di decisioni del tutto aleatorie. I presunti esperti sono incapaci di gestire il fattore umano e altri cigni neri. Gli inconfessabili segreti grondano da tutti i pori della macchina. E intanto il Partito Invisibile annuncia l’insurrezione. Ma contro chi? (continua)



Gli antiraffaelliti

Alla fine di agosto ho parlato di un libro che stava per uscire. Ho affermato che il libro é interessante ma che non condivido le sue conclusioni. Ho scritto inoltre che, sfortunatamente, sono proprio queste conclusioni a circolare in rete. Il libro parla di come é stato inventato il popolo ebraico — interessante — e conclude che gli ebrei non esistono, anzi i veri ebrei sono gli arabi di Palestina. Ho spiegato dove stava secondo me la debolezza di questa argomentazione. In questo nuovo bizzarro antisionismo proprio come nel sionismo, la discendenza dagli ebrei dell’Antico Testamento sarebbe un titolo di proprietà sulla Palestina. Ma la geopolitica del DNA dove ci porta? In seguito a questo post sono stato accusato, nell’ordine : di essere un sionista, di non avere letto il libro, di essere al soldo della propaganda israeliana. Ma la migliore é, come la precedente, del professor Antonio Caracciolo che sbotta : “Lei si firma Raffaele ed è un Raffaele.” Cos’avrà voluto dire? Cosa sono i Raffaele? Il professor Caracciolo sarà forse un antiraffaelita?



L’interpretazione della storia

Abbiamo scelto d’impiegare la parola STORIA per descrivere le vicende dell’umanità, e dunque non sarà il caso di lamentarci se poi tutto sembra così ordinato. Prima c’era persino un grande architetto, che componeva ogni cosa e soprattutto Adamo ed Eva. Il mondo era un testo, e come tale andava interpretato. A garantire l’universale ed inesauribile interpretabilità di ogni cosa dell’universo, evento metereologico, storico, chimico – a garantire una fiduciosa paranoia – c’è sempre Lui, o chi per lui. L’importante è scorgere il volto umano, la mano invisibile. Il credente non è altro che un cospirazionista, per il quale ogni cosa ha un significato. O più di uno. E il cospirazionista non è altro che un interprete, che vede strategie testuali là dove (forse) vi sono soltanto fenomeni casuali.

La sovrainterpretazione è il primo segno di paranoia: dalla critica letteraria più spericolata all’ermeneutica biblica, fino al sano vecchio cospirazionismo, il rischio è sempre di produrre un’aspettativa di senso eccessiva. E però, alcuni testi esigono la loro giusta dose di paranoia. Accettare soltanto una lettura storico-letterale della Bibbia significa perdersi gli infiniti sensi allegorico anagogico morale, e magari qualche profezia. E decifrare un’opera come il Finnegans Wake (per chi ne avrà il coraggio) come se ci fosse un solo e unico piano semantico, e le sue parole avessero un solo e unico significato, sarebbe altrettanto sterile. Lì Joyce agglutinava parole per comporre il suo hundredlettered word, che sovrapponeva le immagini di ogni cosa. Più in generale, non coglieremmo le figure retoriche (ad esempio l’ironia) senza cogliere ad un tempo due o più strati di significato, coesistenti nello stesso testo in maniera intenzionale. Se io fossi Dio, la disposizione stessa di queste mie parole avrebbe senso fin dentro la frequenza delle lettere che impiego, la forma dei caratteri, i sensi possibili ed eventuali delle mie figure. Se io fossi il Grande Vecchio che ordisce il gigantesco complotto nel quale vi affannate come comparse, riuscireste senza dubbio a ricollegare ogni cosa e prevedere i moti futuri della storia.

Però meglio non esagerare. Prima, stabilire se ciò che si ha di fronte è effettivamente un testo, ovvero un sistema teleologico (valga come definizione biunivoca: un sistema teleologico, ovvero un testo). Poi, valutare il livello di ordine intrinseco al testo, valutarne per così dire la profondità. Quanti significati possono essere stati intenzionalmente riposti nel testo? E cosa significa d’altronde intenzionale? Davvero ogni elemento è sotto controllo, nell’atto della significazione? E quale valore hanno i piani semantici non intenzionali, o semi-intenzionali, o mancati, o sussurrati? Queste domande sanciscono il limite tra l’interpretazione e la sovrainterpretazione, tra economia e paranoia.

Tornando al problema iniziale, possiamo riformularlo come segue: quanto valgono i modelli teleologici in Storia? In verità, che in ogni attimo si scrivano sceneggiature per lo svolgersi della Storia – certo discordi e contrastanti – sembra accettabile. Sono programmi politici, piani terroristici, dottrine pubbliche o segrete, progetti, idee. Volti umani, mani invisibili ovunque. Fini e mezzi, interferenze. E se queste sceneggiature fossero profonde e polisemiche come un’opera d’arte? Per questo, la Storia avrebbe bisogno di critici letterari. E non soltanto per definirne un’estetica. Si tratta di valutare sceneggiature che vengono rappresentate con copiose dosi di sangue; di disporre gerarchicamente le strategie testuali; prevederne le svolte e i colpi di scena. Critica necessaria perché essa sola può rendere conto di una scrittura storica razionale, dettagliata, simbolica e polisemica (com’è – ad esempio – quella dei profeti del nuovo ordine mondiale armati di fucile e Corano). Applicare gli stessi strumenti di lettura che si usano per Joyce; perché taluni scrivono la Storia come fosse il Finnegans Wake.