plagio nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La misura della catastrofe

Umberto Galimberti cura la posta del cuore per un settimanale di costume, insegna filosofia all’università di Venezia e scrive saggi. Riguardo alla sua prima e principale attività, basti una breve descrizione:

Una pagina aperta sulle emozioni. Quelle che uomini e donne cercano di comunicarsi, e non sempre riescono. Uno spazio per riflettere insieme a Umberto Galimberti, che ogni settimana si affaccerà sul mondo delle donne. Così geloso di sé, e pudico. A volte incomprensibile agli uomini, perché sa combinare gli opposti. Il filosofo aspetta lettere e storie che lo disorientino. Parole diverse, che sappiano ignorare la logica. Fatte di desideri e silenzi. Levità e sofferenza. Come la femminilità.

Riguardo al suo ruolo accademico, ricordo che quando la facoltà stava ancora a Ca’ Nani Mocenigo una sera il professore, di fretta, mi lasciò il suo registro d’esame da consegnare a qualcuno. Io già che c’ero lo sfogliai e, trovandovi un’estenuante fila di trenta e trenta e lode, mi feci un’idea piuttosto negativa dei suoi metodi di valutazione. Infine riguardo alla terza attività, quella più precisamente filosofica, mi sono limitato a orecchiare le dicerie che circolano sul suo conto: il professore avrebbe una vistosa tendenza a riciclare nei suoi libri interi passi suoi e dei suoi studenti. Venne addirittura colto sul fatto un paio di anni fa, per un plagio che sembrava piuttosto il cattivo riciclaggio di un altrui prestito.

In principio, il riciclaggio e l’auto-riciclaggio non mi turbano. Possiamo ammettere che un professore si faccia aiutare dai suoi assistenti, e possiamo ammettere che vecchi articoli vengano utilizzati per scrivere libri, e viceversa. Il sottoscritto avendo letto praticamente ogni pagina scritta da Umberto Eco, di cui alcune riciclate, può confermare che il fenomeno non riguarda solo la produzione galimbertiana. Tutto sta nella misura. Ebbene, nel suo Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale. Teoria e pratica del “copia e incolla” filosofico, in uscita imminente per Coniglio, Francesco Bucci mostra che Umberto Galimberti ha travalicato vigorosamente questa misura. La rigorosa analisi quantitativa di Bucci (che sull’argomento aveva già scritto un articolo e che del nuovo libro ci manda un estratto) fornisce risultati davvero affascinanti. Non solo i “tassi di riuso” sono astronomici (fino al 95% di materiale riciclato), ma soprattutto, scrive l’autore,

questo estesissimo fenomeno di “copia e incolla” genera “anomalie”, spesso anche macroscopiche, di carattere logico e/o semantico. Oltre all’estraneità tematica dei brani, ci imbattiamo infatti frequentemente: in affermazioni, argomentazioni, giudizi ecc. tra loro contraddittori, contenuti non solo in libri diversi, ma anche all’interno dello stesso libro e anche a poche pagine di distanza; in brani contigui privi di nessi di consequenzialità; in discorsi uguali fatti su (o attribuiti a) pensatori diversi, appartenenti persino a differenti ambiti disciplinari; in parole dal significato radicalmente diverso usate indifferentemente come fossero sinonimi, e altro ancora come vedremo.

Gli esempi scovati da Bucci farebbero la fortuna di un novello Sokal che volesse ridicolizzare la filosofia continentale: uno stesso passo piuttosto vago che ritorna tre volte, la prima volta con “l’essere” come soggetto, la seconda con “il simbolo” e la terza con “il mito”; o un altro passo in cui Jung prende il posto di Heidegger. Se in effetti  il riciclaggio e l’auto-riciclaggio non mi turbano, il problema qui è il catastrofico risultato. Lo strategismo sentimentale è dietro l’angolo…



Illusioni perdute

Se mai avete avuto a che fare con le Patrologie del Migne (la più esaustiva edizione dei testi della tradizione cristiana latina e greca), e non conoscete la storia incredibile che ci sta dietro, oppure se non ne sapete assolutamente nulla ma volete assistere alla stupefacente genesi dell’industria editoriale moderna ad opera di un imprenditore geniale e senza scrupoli, v’invito caldamente a leggere il libro di R. Howard Bloch, uscito nel 1994, God’s Plagiarist: Being an Account of the Fabulous Industry and Irregular Commerce of the Abbé Migne (in italiano: Il plagiario di Dio; in francese: Le plagiare de Dieu. La fabuleuse industrie de l’abbé Migne). Tutto quello che sapete é falso. L’abate Migne, la grande figura della cristianità della vostra estate 2009.



Il peccato originale

«Come inventore dell’assassinio e come padre dell’arte, Caino doveva essere un genio di prim’ordine. Tutti i Caini furono uomini di genio.»
Thomas de Quincey

La pianificazione di una catastrofe, di un delitto, di una truffa, è senza dubbio “opera dell’ingegno”, e in quanto tale dovrebbe essere tutelata e il plagio perseguito. Sull’argomento, ricordiamo la proposta del giurista inglese John Austin di corrispondere agli autori di nuove fattispecie di reato i diritti maturati dal loro utilizzo giurisprudenziale (On crime considered as plagiarism, 1844, p. 122).

La controversa filosofia di Austin era che la legge non dovesse punire il reato in quanto tale, ma l’occorrenza del reato come plagio del “reato originario”, storicamente verificato e giuridicamente codificato. In altri termini, ogni reato avrebbe dovuto essere ricondotto alla categoria del plagio e ogni diritto al diritto d’autore: questo per essere fedeli alla Lettera ai Romani, nella quale l’apostolo Paolo sostiene che il peccato imita la norma che lo proibisce ed è questa imitazione a costituirne il carattere riprovevole (“Non avrei conosciuto il desiderio, se la Legge non avesse detto: non desiderare”, Rom 7, 7).

Il progetto di riforma del Common Law da parte di Austin s’interruppe tragicamente nel 1859, quando inspiegabilmente John Stuart Mill lo uccise soffocandolo con un pinguino. Omicidio originalissimo, per il quale la corte – estremo tributo alla visione di Austin – non poté condannare l’assassino.



Comma sense

A causa di un errore tipografico, dall’ultimo libro di Umberto Galimberti, il noto editorialista dell’inserto femminile di Repubblica, sono scomparse le virgolette.



le poison de l’esprit du desespoir

TENDING TO PROVE,
THAT THEY WERE WRITTEN, NOT BY ANY ANCIENT AUTHOR,
BUT ENTIRELY BY THOMAS CHATTERTON.

CHATTERTON, solo.

Leggiamo questo (legge il giornale). “Chatterton non è l’autore delle sue opere… Com’è stato infine dimostrato. – Questi deliziosi poemi sono realmente di un monaco di nome Rowley, che l’aveva tradotti da un altro monaco del decimo secolo, di nome Turgot… Quest’impostura, che a uno scolaro si perdona, sarebbe criminosa più avanti.” Come! il mio nome soffocato! spenta la mia gloria! l’onore mio perduto!

Thomas Chatterton s’impose la morte a diciott’anni. Alfred de Vigny, nell’eponima pièce (1835) attribuisce alla delusione di non essere stato riconosciuto autore dei suoi falsi la ragione del gesto insano. La beffa fu così perfetta che beffò il suo artefice. O forse è soltanto un problema logico: “sto mentendo”, ma come fai? La simulazione pseudoepigrafica di Thomas Rowley giunge a vita propria, nell’irreversibilità del processo che trasforma il falso in vero, lo ipostatizza a memoria imperitura. Non andò così ai burloni che scolpirono falsi Modigliani: poiché ebbero l’accortezza di conservare delle prove. Vertiginoso paradosso, che sia il falso a dovere essere provato. La morte di Chatterton, d’altronde, è l’unica soluzione possibile al paradosso del mentitore. Solo la morte può rendere vera la disperata iterazione del falso logico chattertoniano: sto mentendo sto mentendo sto mentendo.



Words which could only be your own

La Fondazione Elia Spallanzani scopre le inquietanti prove di un plagio, perché insomma, il catalogo SBN nazionale è una fonte ufficiale e mica il primo che passa. Il mio unico commento è che Gummo ha iniziato a contaminare la realtà.



La pseudoepigrafia di sé stessi

Finché nacque l’autore: prima di allora si poteva osare la firma di divinità supreme e minori, celarsi dietro nomi rubati alla storia. False firme di entità false, o interamente sostituite dal falso. Se l’apocrifo falsifica il vero (simulandone i fenomeni), la pseudoepigrafia suggerisce che non esiste nulla oltre la mistificazione. Vi è il falso, ma nulla di falsificato. Un nome soltanto, ma nessun autore: la firma rimanda al vuoto. Ma infine la più ambiziosa falsificazione è pretendere di scrivere a proprio nome: pretendere la verità di sé oltre ciò che si è inciso e proferito. Più onesto ammettere che ogni scrittura è pseudoepigrafia di sé stessi; rivendicando la menzogna perfetta.



Bodysnatchers

Tale RG spedisce in giro delle mail nelle quali mi accusa di plagiarlo, e, colmo d’indignazione, mi vedo costretto a (hem) confermare tutto. Cerchiamo di andare con ordine. Il 25 giugno del 2004 venne su queste pagine lanciata l’ operazionepseudo-VUE, che consisteva nell’invito a farvi apocrifi del sottoscritto. E da allora prosegue. Il 19 ottobre mi giunge una mail che due giorni dopo pubblico, cambiando il titolo e aggiungendo un’azzeccata citazione di Lord Byron. Il 30 ottobre viene pubblicata sul blog della fondazione Elia Spallanzani la mail di RG, nella quale dichiara “plagiato” questo testo. Si tratta della sua seconda mail pubblicata: nella prima (pubblicata il 25 ottobre, ma spedita il 19 secondo sua ammissione) delirava di accordi, cospirazioni e confessioni. Ebbene, il nostro “plagiato” nel suo testo ricicla alcuni punti della mia mail di risposta del 19 ottobre (e quindi, notate, preveniva il futuro plagio plagiandomi per primo). La cosa davvero strana è che il mittente della mail da me ricevuta e “plagiata” si era firmato proprio Elia Spallanzani, lo scrittore al quale è dedicato il blog sul quale sono apparse le mail. I responsabili della fondazione mi hanno assicurato, in mail privata, di essere ambasciatori e di non portare pena. E chi sarei io per supporre di essere finito in una delle loro astruse macchinazioni?