Quentin Skinner nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



A cosa serve Quentin Skinner?

Un paio di anni fa abbiamo intervistato Quentin Skinner per la rivista Post. Col pretesto di presentare il personaggio, avevo scritto una breve presentazione che suonasse come un manifesto programmatico, o anche come un atto guerresco nei confronti della “disciplina comunemente nota come filosofia”.

Quentin Skinner

Quentin Skinner è uno storico delle idee, e un grande storico: ed è tale perché ha avuto il coraggio di riflettere profondamente su cosa siano le idee, e su cosa sia la storia. In maniera esplicita, lo ha fatto in alcuni saggi raccolti in italiano per i tipi del Mulino in un piccolo libro del 2001 intitolato Dell’interpretazione. Qui – ovvero in oltre trent’anni di riflessione metodologica – lo storico inglese ha rivendicato l’influenza di Wittgenstein e della teoria degli atti linguistici, e incrociato diverse traiettorie continentali: teoria marxista dell’ideologia, ermeneutica, strutturalismo, epistemologia foucaultiana, Begriffsgeschichte. Skinner ha attirato la nostra attenzione sui dispositivi di decontestualizzazione e astrazione che permettono di sintetizzare il « contenuto filosofico » di un corpus letterario, a costo di snaturarne il senso. Chi volesse, potrebbe identificare in questa prospettiva metodologica, decontestualizzata quanto basta, il « contenuto filosofico » dell’opera di Quentin Skinner. In effetti la questione è precisamente filosofica, ovvero anti-filosofica.

Per Skinner, come per Marx, Saussure, Foucault, Gadamer e Koselleck, le idee sono essenzialmente degli oggetti storici, e la storia è l’orizzonte del loro senso. Con questo intende che le idee fanno parte della storia, che influenzano le vicende umane; che i testi sono proiettili, sono lame, sono alabarde; e all’interprete non resta altro che comprendere la funzione extra-discorsiva dei discorsi. Il loro senso, dice Skinner, è il loro uso. Se questo motto vi pare banale, può darsi che non abbiate mai aperto un manuale di filosofia: splendidi acquari nei quali galleggiano le dottrine disincarnate, limate per sembrare tutte uguali, favole suggestive, chiacchiere eterne, segue dibattito. La radicalità del procedimento skinneriano è di mostrare – in negativo – che la filosofia è una finzione, costruita per espunzione, selezione, censura, traduzione, uniformizzazione, adattamento, neutralizzazione di una collezione eterogenea di testi e discorsi. Un gigantesco artificioso collage. Una falsificazione, e pure scadente. Una Biblia pauperum grottesca e vuota. Skinner non sta semplicemente proponendo ai suoi pari un paradigma metodologico, ma soprattutto tentando di rispondere ad alcuni problemi essenzialmente ermeneutici sul significato dei testi. Se rinuncia a porsi l’unica vera domanda che conta per accedere al significato – che cosa stava facendo l’autore? – l’interprete si condanna a un fraintendimento infinito. E poiché la filosofia rifiuta la dimensione pragmatica, performativa, contestuale del testo, conservandone il residuo astratto e universale, il lavoro ermeneutico sarà necessariamente antifilosofico. Si parlerà allora di storia delle idee, o storia del pensiero, o delle mentalità, o concettuale.

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Il regno delle tenebre. La strategia dell’indecifrazione nel Leviatano.

Disclaimer

Assurdità, nonsenso, pazzia, vanità, mistificazione, allucinazione, superstizione, sproloquio, oscurità: sono alcune delle accuse che Umanisti e Moderni hanno rivolto alla dottrina scolastica. Di queste accuse, il Leviathan di Thomas Hobbes è una summa. Osservando en abyme come il discorso moderno ha reso conto del discorso scolastico ci si chiede soprattutto in che modo la distribuzione delle parti in un conflitto politico ha potuto prendere la forma di un fraintendimento così radicale, che culmina nell’accusa di follia ma, con assai poca coerenza, corteggia l’ipotesi di un inganno deliberato. E se il “progresso” necessariamente comportasse questa particolare forma di offuscamento nei confronti del passato, di (auto)inganno retorico?

John Calvin And Thomas Hobbes By Spacecoyote

Cratilo – A me pare, Socrate, che costui non emetterebbe altro che suoni privi de senso. (…) Fa rumore, io direi così, agitando inutilmente se stesso, come uno che agitasse un oggetto di bronzo percuotendolo.

Platone, Cratilo 430A

1. Vasi di bronzo, corpi incorporei e quadrati rotondi

Quando gli Analitici, ovvero logici e filosofi di tradizione anglosassone, rimproverano ai Continentali d’essere dei gran chiacchieroni, confusi e contraddittori, è un’antica tradizione anti-scolastica e anti-papista che si perpetua. Roma si sarà pure spostata a Parigi, facendo tappa nella Foresta Nera, ma l’accusa che gli analitici muovono a Derrida & soci è sostanzialmente identica a quella che negli anni 1660 Thomas Hobbes, fiero difensore dell’anglicanesimo, muoveva agli eredi di Tommaso d’Aquino: ovvero, di costruire magniloquenti edifici speculativi su parole prive di significato. In effetti, scrive Hobbes, “the Writings of Schoole-Divines, are nothing else for the most part, but insignificant Traines of strange and barbarous words, or words otherwise used, then in the common use of the Latine tongue”2. Il pensatore inglese, molto prima dei neopositivisti3, individua nei concetti universali e nell’inganno del verbo ‘essere’ con i suoi derivati – “Entity, Essence, Essentiall, Essentially”4 – la fonte di gran parte dei pseudo-problemi della (falsa) filosofia. Imposture intellettuali, per citare il titolo del celebre pamphlet contro la filosofia continentale5, sulle quali reggeva il potere della Chiesa di Roma, o quel poco di potere che ancora le restava in Inghilterra dopo la Riforma, secondo l’opinione di Hobbes: un potere accademico. Depositato in categorie ontologiche, assiomi metafisici, protocolli sperimentali, luoghi retorici, e gelosamente custodito nelle scuole di teologia.

Si potrebbe dedicare uno studio interessante alla storia di questo argomento così amato dagli anglosassoni, e occasionalmente dai viennesi, che chiameremo reductio ad nonsensum, dissimile dalla più celebre reductio ad absurdum poiché non riguarda la logica degli argomenti bensì la semantica degli enunciati. Argomento radicale, che interrompe il dialogo negando all’interlocutore la qualità di essere razionale parlante, retrocedendolo a bestia o cosa, capace solo di fischiare, mugghiare, rimbombare. Di seguito tuttavia ci limiteremo a esaminare come l’impiego di tale argomento nel Leviathan abbia una funzione centrale nell’economia dell’opera. Un’economia perlocutoria, nella quale gli argomenti e le figure sono disposti al fine di produrre un effetto concreto6: la decomposizione degli ultimi lacci e legacci che stringevano la Corona alla Pantofola. Il primo nodo era stato sciolto da Enrico VIII, oltre un secolo prima, appropriandosi della sovranità spirituale della cristianità inglese. A Hobbes restava da sciogliere l’ultimo ingombrante nodo, fondando un sapere autonomo che facesse tabula rasa della tradizione scolastica: la metafisica, la fisica, la gnoseologia, la fisiologia, la teoria della percezione, la linguistica, l’ermeneutica, l’etica e ovviamente la politica. Insomma tutto ciò che per Hobbes apparteneva alla filosofia, intesa come “knowledge acquired by reasonning”7.

Si definiva così, in negativo, il profilo della non-filosofia. Il teologo scolastico non è accusato semplicemente di dire cose scorrette, di ragionare male o di partire da presupposti erronei, ma addirittura di non dire nulla, di parlare una non-lingua. Ed è proprio ciò che Hobbes intende dimostrare sistematicamente nel Leviathan, con la sua teoria del linguaggio insignificante. Secondo lo scrittore inglese, i “Words Insignificant” sono di due generi: i neologismi privi di definizione, coniati in abbondanza dagli scolastici e altri filosofi con le idee confuse, e le descrizioni composte da termini contradditori8. Ad esempio, scrive Hobbes, sono privi di senso i concetti di “Incorporeal Body” e “Incorporeal Substance”, perché contraddittoria qualsiasi proposizione che predichi il primo termine del secondo. Altrove nel Leviathan, abbiamo la conferma metafisica – all’insegna di un risoluto materialismo9 – di questa certezza grammaticale: “Substance and Body signify the same thing”10. E di conseguenza, “substance incorporeal are words, which when they are moine together, destroy one another, as if a man should say, an incorporeal body”11. Nello stesso modo, la descrizione “Round Quadrangle” non significa alcunché, “but is a mere sound”12.

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Un concetto é un concetto

Questo post di Oreste Scalzone, che al suo interno contiene un post di Maurizio Blondet, a parte qualche dérapage mi pare interessante; intendo dire che lo sono entrambi, il contenitore ed il contenuto. Interessanti perché dicono cose condivisibili: sull’usabilità dei concetti schmittiani e sul rapporto tra legge ed eccezione (ho scritto cose simili a proposito del DL 181/2007). Però è inutile fare finta di niente: l’accostamento tra questi nomi – un operaista e un cattolico tradizionalista – è anch’esso interessante, forse anche per quei dérapages che finiscono per diventare dei lapsus di chi cita. Scalzone lo sa, e scrive una lunga premessa per giustificare la scelta di pubblicare un articolo di Blondet. Ma risolvere tutto sostenendo che “un concetto è un concetto” non è soltanto troppo semplice, è anche sbagliato (come insegna Quentin Skinner: un concetto è uno strumento).

Box-L

Scalzone non può convincerci del fatto che il suo citare Blondet non è un gesto neutro, né può convincere sé stesso. Scalzone dovrebbe riflettere alla ragione per cui il sommo giurista del Reich è diventato il pensatore di riferimento della sinistra che fu o non fu marxista, invece di fingere di non essere turbato dagli smottamenti del piano ideologico. Io credo che il turbamento sarebbe quantomai salutare, come diceva quello: nosce te ipsum. Chissà fin dove Scalzone aderisce a ciò che cita: l’ambiguità sta anche qui, nel gesto di citare. Ad esempio, Blondet preferirebbe che ci fosse, al posto di Berlusconi, “un capo risoluto come Adolf Hitler”, e cose simili le dicono altri, in maniera più garbata. Diciamo che siamo diventati tutti più comprensivi, quasi fatalisti; ma solo là dove ci piace esserlo. Ciò che m’incuriosisce sommamente è: quale ideologia sta prendendo forma? Chi includerà e chi escluderà? Quale pantheon avrà? Che danni farà? Avrà un capo risoluto? Ma certo, possiamo anche continuare a scrivere che un concetto è un concetto, e che le ideologie sono sempre quelle degli altri.