razzismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La difesa della razza

Secondo uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Psychological Science, chi ha un basso quoziente d’intelligenza è più propenso ad avere visioni politiche conservatrici e razziste. Tuttavia, secondo uno psicologo della prestigiosa università di Harvard, proprio dal diverso quoziente d’intelligenza dipende la diseguaglianza sociale tra le razze. In particolare, secondo un altro studio pubblicato sulla pure prestigiosa rivista Intelligence, lo squilibrio economico tra Nord e Sud Italia dipende dalla differenza di quoziente d’intelligenza, più basso in Meridione per via della mescolanza genetica con le popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa. Dall’attenta analisi di queste fonti prestigiose (e dalla lettura di un libro di Stephen Jay Gould) possiamo trarre le seguenti conclusioni:

a) Negroidi, semiti, orientali e terroni tendono naturalmente al razzismo per via del loro basso quoziente d’intelligenza.

b) I maschi bianchi benestanti tendono naturalmente a pubblicare riviste prestigiose, nelle quali si trovano dimostrazioni scientifiche dell’inferiorità di reazionari, xenofobi, delinquenti, poveracci, cafoni, bigotti, vu cumpra’ e musi gialli.



Get on the bus

Sarà una notizia il fatto che un ragazzo bianco si fa picchiare da un gruppo di ragazzi neri? Intendo dire: davvero i lettori di Repubblica e del Corriere non sanno che fatti del genere – neri che picchiano un bianco, bianchi che picchiano un nero – accadono ogni giorno in America? Davvero non osano sospettare che in certi quartieri popolari a maggioranza afroamericana la prima combinazione possa persino essere la più frequente? Ma che razza di film guardate, lettori di Repubblica e del Corriere? Invece di torturarvi con Wim Wenders (e per questo qualcuno prima o poi pagherà) che ne dite di buttare un occhio a Get Rich Or Die Tryin’?

Proprio come per i liberal americani dei Sessanta, che a furia di raccontarsi le favole alla fine hanno sbroccato e prodotto l’ideologia neo-conservatrice, i lettori di Repubblica e del Corriere, con la loro ossessione per il razzismo unita a un totale disinteresse per le difficoltà concrete della convivenza tra comunità differenti, sono l’anticamera del leghismo. Direi quasi che se lo meritano, se non dovessi subirne anch’io le conseguenze.

Torniamo alla domanda: se sia una notizia un bianco picchiato dai neri. No, la notizia che raccontano gli articoli è un’altra, ovvero che un bianco non ha potuto sedersi sull’autobus con dei ragazzi neri. Forse mi sbaglio, ma un filmato che avesse mostrato dei ragazzi neri che picchiano un bianco in una discoteca, o davanti a un negozio di dischi, non sarebbe mai finito sul sito di Repubblica. Ma il bus, accidenti, il bus è sacro.

Perché quella dell’autobus è una notizia, per il lettore di Repubblica e Corriere? Perché la scena puo’ essere raccontata come il negativo esatto di un’altra scena, simbolica e celebre, una scena che si vede nei film ambientati nell’Alabama degli anni Trenta: quella dei neri costretti a sedere in fondo agli autobus, separati dai bianchi. Una scena madre della storia dei diritti civili, che si risolve con il gesto simbolico di Rosa Parks nel 1955. Una scena che vale come emblema del razzismo.

La notizia data da Repubblica e Corriere, dunque, consiste in un rovesciamento dell’emblema del razzismo americano, e il messaggio che suggerisce è quanto di più banale: come prima i bianchi erano razzisti con i neri, ora accade che i neri siano razzisti con i bianchi. L’implicito di questa notizia è l’argomento del razzismo rovesciato, e si tratta di un argomento leghista. La storia è semplice: a furia di lottare per i diritti degli altri, i bianchi, occidentali, europei, americani o italiani sono finiti essi stessi vittime di una nuova forma di razzismo di cui non parla mai nessuno, tranne pochi coraggiosi.

Nel caso del bus, il rovesciamento avviene implicitamente attraverso la citazione di una scena che appartiene al pantheon dell’ideologia liberal. Questa è forse la ragione per cui la notizia appare sul sito di Repubblica e del Corriere e non del Giornale, che preferisce mettere avanti, in tema di razzismo rovesciato, soltanto “islamica ama ragazzo italiano: il padre la accoltella” e “pensionato ucciso da giovane rom dopo lite“. La forza d’urto della notizia del bus è data dal rovesciamento violento di una memoria condivisa, e forse dal senso di colpa di chi sottovoce sussurra: Guarda un po’ questi, bella riconoscenza!

Personalmente credo che l’argomento del razzismo rovesciato sia una logica conseguenza dell’ossessione per il razzismo. A considerare “il razzismo” non come una semplice parola con cui raccontiamo (molto male) dei fatti disparati, ma una sostanza che puo’ causare dei fenomeni, ci si trova a lottare contro i mulini a vento. La verità è che “il razzismo” è una comoda scorciatoia per evitare di parlare delle cause dei conflitti e delle ingiustizie che dipendono dalle differenze di lingua, di aspetto, di abitudini e di condizioni, e che non verranno cancellate dalle belle parole. Perché la differenza non è bella, ma grandiosa e terribile. Di tutta evidenza, abbiamo nascosto troppa roba sotto al tappeto.

Aggiornamento: Secondo Luca Sofri, Corriere e Repubblica hanno un po’ montato il caso.



Prima della guerra civile

Il ritardo culturale dell’Italia sulla questione dell’immigrazione è soprattutto imbarazzante. Stiamo davvero dibattendo sul diritto dei cittadini musulmani di disporre o meno dei luoghi di culto? Un parlamentare ha davvero chiesto di espellere dal paese i musulmani che manifestano contro Israele? Un ministro della Repubblica ha davvero proposto di tassare i permessi di soggiorno? Non so se la politica italiana sia razzista (sarebbe concedergli una profondità eccessiva) ma di certo è straordinariamente stupida. Va bene così: se rimandiamo a tra dieci anni i dibattiti seri, nel frattempo possiamo continuare a mettere annunci spiritosi sugli autobus, e filosofeggiare su probabilità e agnosticismo.

Chi vuole portarsi avanti rifletta invece su quanto poco ci metta la militanza illuminista, cioè l’ideologia delle élites dominanti, a farsi discriminazione sociale. Con ciò non voglio dire né che le élites illuministe siano oggi un problema dell’Italia (!), né che sia sbagliato militare per le proprie convinzioni, né che un morbido proselitismo ateista sia in sé dannoso: dico che è oggi necessario – prima della guerra civile – iniziare a riflettere alla costruzione di uno spazio pubblico condiviso, nel quale alla libertà di espressione corrisponda una responsabilità di espressione. Gli illuministi, se vogliono anche essere laici, dovranno abituarsi al compromesso. Personalmente credo che la laicità vada correttamente intesa come dispositivo giuridico che garantisce le condizioni di coesistenza pacifica tra diverse comunità attraverso non soltanto la protezione dello spazio privato ma contemporaneamente la regolamentazione (soft, se possibile) dello spazio pubblico. In questa direzione, appoggio la proposta di Sherif El Sebaie per una legge contro l’anti-islamismo da affiancare alle altre già esistenti. Oggi potete anche storcere il naso, ma tra dieci anni mi ringrazierete.



Ebrei leggendari

Qualcuno sostiene che Fritz Lang fosse ebreo. E potrebbe essere soltanto un cortocircuito tra espressionismo, intellettuale, antinazismo, fuga in America, e non so che altro. Oppure potrebbe esserci qualcosa di più interessante. Fritz Lang non era ebreo, sebbene la leggenda scorra ampiamente su internet. Wikipedia segna il nome completo, che è abbastanza eloquente, in un crescendo di vornamen cristianissimi: Friedrich Anton Christian Lang. Ho cercato di tirare fuori la genealogia, ma volevano dei soldi (c’è una mafia delle genalogie che nemmeno immaginate). Alla fine ho trovato una pagina sull’ argomento:

Although Fritz Lang had Jewish heritage on his mother’s side, his father was Catholic. Fritz Lang’s mother converted to Catholicism after she was married. She took this conversion seriously, and she was dedicated to raising Fritz as a Catholic. Fritz Lang said he was raised “Catholic and very puritanical.” As an adult, Fritz Lang always adamantly identified himself as a Catholic. Although he was not a particularly devout Catholic, he regularly used Catholic images and themes into his films.

Nemmeno si dice dell’ebraicità integrale della madre, ma solo di una generica eredità. E dunque quella microscopica parte di ebraismo risale su almeno fino alla generazione precedente. Come chissà quante famiglie tedesche, la cui ebraicità poteva emergere o meno secondo necessità. La cosa interessante è che ovviamente la leggenda di Lang ebreo persiste nasce proprio lì, sotto il nazismo, sotto la sua legislazione (c’è una scena in Heimat, dove la famiglia dei protagonisti s’impantana nelle carte antichissime dell’archivio del paese, per dimostrare la propria purezza e anebraicità, malgrado il nome imbarazzante di Simon). Dunque la frase di Goebbels – “ebreo è chi decidiamo noi” – ha un po’ quel senso lì, di minaccia generica che cade su quasi tutti, di legge per la quale quasi tutti sono colpevoli, ma che può essere applicata o meno secondo l’arbitrio dell’esecutivo, secondo la voglia di percorrere sui documenti le tracce del sangue. Quella frase non è una boutade, ma davvero rappresentativa. E così è la fortuna dell’ebraicità immaginaria di Lang, corroborata dalla sua opposizione al nazismo, come se lì, nel presuntamente oggettivo delle segnature genetiche, si andasse a ricoprire di una patina di legalità il governo dell’eccezione.



Anti-nazi league

Aderisco con entusiasmo alla coraggiosa campagna di sensibilizzazione (altro che i DICO) lanciata dal nuovo concorso del settimanale Topolino, che sfida il perbenismo imperante per imporre nuovi modelli di convivenza:

Aboliamo i confini!

Paperi e Topi nella stessa pagina.



il caso isolato

“Mele marce“. La linea difensiva è chiara, rassicurante, quasi programmatica. Ogni caso è isolato, non è possibile (anzi è un po’ razzista) passare dal particolare all’universale. I fenomeni devono restare sospesi nel nulla. L’induzione viene così spogliata di ogni valore, eretta a tabù fondativo di un’epistemologia ipocrita: “tu non generalizzerai”. Non si fa di tutt’erba un fascio. E perché no? Perché l’induzione è fallace. Falso raccordo nel flusso degli argomenti. Politicamente scorretta perché costringe gli individui nella stretta gabbia di modelli astratti, facendo loro pesare pregiudizi inverificabili. Ma un mondo di mele marce è un mondo senza leggi, un mondo mitico nel quale ogni evento è unico e imperscrutabile e la scienza e la conoscenza impossibili. Il mondo delle mele marce è un mondo privo di senso – il mondo di chi teme il senso.

(Avevo scritto queste parole a proposito di Abu Ghraib, come schizzo per una futura epistemologia del senso comune, per una tassonomia dei regimi di verificazione delle teorie. Poi ero andato a rileggere Cuore di tenebra. Il più lucido atto di accusa contro l’Occidente colonizzatore che l’Occidente abbia prodotto, ovvero l’induzione definitiva. La minacciosa prospettiva che ben oltre le responsabilità politiche contingenti, vi sia un’irriducibile costante di devianza. La zona morta, la chiamano in ottica: un cuore oscuro al centro dell’area di visione, un buco metafisico circondato di luce.)



Azzar razza

I tentativi d’impiccare Alberto Asor Rosa a una frase contenuta in un suo libro sono caratteristici di un certo modo isterico di gestire la questione antisemitismo, e in particolare, la vexata quaestio dell’antisemitismo di sinistra. Se la scivolata di Asor Rosa sulla “razza ebraica da vittima a persecutrice” fosse davvero una manifestazione di antisemitismo (e in un certo senso lo è) sarebbe comunque assurdo, a seguito della catastrofica diagnosi del male, pretendere che a combatterlo basti la censura dei suoi sintomi. Se Asor Rosa fosse disposto a scorgere l’ombra di pregiudizio che lo abita, e ritrattasse, l’antisemitismo non sarebbe quell’ideologia surrettizia che giustifica il catastrofismo degli isterici. Sembra invece necessario che i pregiudizi inconsci (finché sono scivolate, lapsus, atti mancati) affiorino e siano verbalizzati. Questa verbalizzazione deve avvenire negli ovvi limiti di ciò che definirei l’ordine pubblico, poiché i sintomi non ci mettono nulla a diventare cause. Ma se il problema sono i sintomi che diventano cause, allora parte consistente del problema sono coloro che danno visibilità a questi sintomi (estrapolando frasi da testi che avrebbero letto in quattro), e che li autenticano come antisemiti, trasformando una scivolata in una manifesto programmatico. Gli isterici, appunto.

Una seconda questione gestita rovinosamente è relativa all’uso del termine “razza”, altra occasione ghiotta per delegittimare l’interlocutore. Si sa, non esistono razze da un punto di vista antropologico; cioè non esistono razze di esseri umani nel senso in cui si parla di razze di animali. Ma il linguaggio delle scienze sociali (come d’altronde quello delle scienze dure, come d’altronde il linguaggio in generale) si compone di metafore lessicalizzate: termini sbagliati se presi alla lettera, però utili. Annessi per analogia, sono poi resi proprietari di una nuova area di significato. Il termine “razza” è stato a quanto pare de-lessicalizzato sull’onda emotiva del rifiuto del razzismo biologico, e a sostituirlo ne sono venuti altri (etnia è molto in voga). Ma esisteva da prima che a qualcuno (Gobineau o chi per lui) venisse in mente di prendere l’analogia alla lettera, studiarla, teorizzarla, fondarla scientificamente e infine vedersela falsificata. Se fu proprio la metafora infelice a suggerire tale programma di ricerca, vada per la sostituzione. Cambia tutto? Forse no. Resta che l’uso del termine “razza” da parte di Asor Rosa è prima di tutto anacronistico. E con ciò intendo: è anacronistico prima di essere razzista. Asor Rosa ha una certa età, e la sua lingua non è certo la mia: chissà, magari dice anche “negro”, “paltò″ e “nembo kid”. Nembo Kid! E nessuno gli dice nulla!



Il tramonto dell’Occidente

Innanzitutto le persone dai capelli rossi non sono persone, né sono sufficienti a costituire una minoranza, figuriamoci organizzarsi per fare valere i loro diritti, presi come sono a odiarsi a vicenda come gli animali che sono. Le persone dai capelli rossi possono essere irrise anche pubblicamente senza rischio alcuno; e mi stupisce che l’abitudine non abbia preso piede – come valvola di sfogo da tutti i razzismi proibiti, soffocati dal perbenismo borghese – malgrado i lodevoli sforzi del sistema educativo italiano e del suo canone letterario.

I rossi, per quanto incapaci di unirsi in tribù, subdolamente contaminano le esistenze di tutti gli uomini. La loro infame propaganda è giunta all’eresia di affermare che Adamo stesso, padre di tutti gli uomini, avrebbe avuto sul capo l’infame peluria: e ne fanno derivare il nome (da adom, “rosso”) e osano dire che fu formato di creta rossa (come se Dio avesse potuto insozzarvisi le mani!). Le persone dai capelli rossi, se lobby sono, hanno ottenuto come unico grottesco risultato d’imporre sproporzionate quantità di personaggi dei fumetti con improbabili chiome fiammeggianti: creature degeneri come Spirou o Cletus Casady alias Carnage. Ma si tratta di un mondo di finzione. Che si citi anche un solo rosso passato alla storia dei grandi uomini. Non ve ne sono : non esistono capelli rossi nel mondo dell’arte e della cultura, se non quelli tinti di Aldo Biscardi. La vera, grande arte si è da sempre coalizzata contro il pelo rosso: Hofmannstahl scrive del ” rame rosso e puzzolente che portano in testa per capelli”, Meynrink del ripugnante tipo a capelli rossi di ogni stirpe: ” tutto in loro appare lentigginoso, e per tutta la vita questi uomini sono cimentati da stimoli lascivi – costretti a combattere contro i loro appetiti una battaglia ininterrotta e vana, tormentati anche senza tregua da timori ripugnanti circa la loro salute”. La tradizione popolare ha giustamente visto in loro creature demoniache (uno degli sgherri del Diavolo nel Faust di Bulgakov è appunto un ripugnante omuncolo dai capelli rossi), e gli Egizi che furono maestri di civiltà li davano al rogo, come racconta Montesquieu (les Égyptiens, les meilleurs philosophes du monde [...] faisaient mourir tous les hommes roux qui leur tombaient entre les mains).

Simili abitudini, che sembrano evocare l’igiene più elementare, si sono ormai perdute – assieme a mille altre ancestrali tradizioni. E perciò scorgiamo questo rosso nel nostro cielo, il rosso di un tramonto: il tramonto dell’Occidente.



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