Reti sociali nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Panopticon 2.0

Ho ricevuto varie critiche costruttive, anche in RL, a proposito delle mie riflessioni su social network e totalitarismo. Questo mi ha fatto riflettere sui limiti del modello panottico disegnato da Bentham, che stabiliva una netta separazione tra chi guarda e chi è guardato, e dunque una gerarchia tra chi esercita il potere e chi lo subisce. Una separazione e una gerarchia che nei social network sono state superate, come anche la distinzione tra custode e prigioniero, poiché ogni soggetto accetta di essere guardato in cambio del privilegio di guardare tutti gli altri. Questo si nota benissimo nei claim dei vari servizi del web 2.0, che sottolineano entrambe le dimensioni: share and watch.

Il panopticon 2.0, o panopticon ricorsivo (per google: recursive panopticon) è dunque composto da celle in tutto e per tutto identiche alla struttura stessa del dispositivo. Ogni prigioniero è anche custode, e in questo senso si tratta di un modello in qualche modo egualitario e simmetrico, che ricorda sempre meno il carcere. La distanza dal modello di Bentham aumenta però la congruenza con l’incubo di Foucault, per il quale nel centro del dispositivo sta piuttosto una sorta di occhio invisibile (come la mano).

Rappresentare il panopticon ricorsivo non è semplice se pensiamo ad un carcere ottocentesco, ma la tecnologia (appunto) ci viene in soccorso. Dobbiamo immaginare una cella interamente ricoperta di schermi, che riproducono ciò che accade in tutte le altre celle; e questo ovviamente in ogni cella. Visivamente, il panopticon ricorsivo appare come un network, e non vedo perché non ispirarcene per una start up di successo. Ditemi se non è una bomba…

panopticon your life, exposed

  • Connect and share with the people in your life
  • Strengthen and extend your existing network of contacts
  • Share your photos, watch the world
  • Show off your taste, see what your friends are listening to
  • Create, share and explore booklists
  • Share opinions and your intellectual property


La società panottica

Nel modello di carcere concepito da Jeremy Bentham alla fine dell’Ottocento, una struttura nella quale ogni detenuto è tenuto costantemente sotto sorveglianza, Michel Foucault individuava il paradigma del controllo sociale contemporaneo. Foucault parlava di Panoptisme o Societé panoptique, dal nome del diabolico dispositivo, il Panopticon, che permette al custode di vedere ogni cosa, o (meglio) ad ogni detenuto di essere visto senza vedere.

La figura evoca gli invisibili meccanismi di potere che vengono perfezionati a partire dal Settecento per amministrare la popolazione, e che oggi ancora garantiscono il governo delle nostre città: statistica, demografia, urbanistica, architettura, epidemiologia, economia politica. Ai lettori di George Orwell, però, il dispositivo ricorda piuttosto l’ipertrofia sensoriale degli stati totalitari, con i loro infiniti occhi e orecchie che dissolvono la sfera individuale in una forzata pubblicità. Ma ecco dunque il cortocircuito: di quale carcere stiamo parlando? Per alcuni, meno raffinati di Foucault, la figura del Panopticon evoca un totalitarismo gentile e impalpabile, volto nascosto delle democrazie parlamentari spettacolari; volto atroce che le Brigate Rosse sostenevano di perforare a fucilate, per vedere cosa c’è dietro. Bell’umore paranoico avevano nei Settanta, dalla gauche europea giù fino ai mitici junkies americani, Dick e Burroughs: il mondo è una prigione, tutto è illusione, accidenti è già arrivato il 1984. E noi gnostici uguale, ma è una paranoia pettinata, occhiali scuri, gel nei capelli e l’impermeabile di pelle nera, reloaded e revolutions. In fondo ognuno – conservatore o rivoluzionario – proietta sul proprio nemico d’elezione lo stesso identico incubo borghese: la dissoluzione dello spazio privato e la negazione della libertà individuale. Intanto le nostre città assomigliano sempre più a quelle dei film di fantascienza, con le CCTV a realizzare l’inevitabile destino panottico.

Ma insomma, sbuffano i nostri irruenti lettori, le armi dobbiamo prenderle o no? E contro chi, soprattutto? In verità vi dico: non pensate a quello che potete fare voi per il totalitarismo, ma quello che il totalitarismo può fare per voi. Potreste accorgervi che vi piace, come ai 2.500 che si sono presentati al casting per il Grande Fratello 2008. Si dice che le utopie sono sogni di stati totalitari, vedi Moro e Campanella. Perché in fin dei conti non c’è nulla di più rassicurante di una società che ti controlla, che ti coccola, che ti da attenzione; soprattutto se non sei nessuno. Nell’attesa che la polizia segreta degni d’interessarsi a chi siete, che fate, cosa leggete, cosa amate, le dieci cose che non sopportate, i vostri siti preferiti, i porno più scaricati, con i moderni social network già potete tracciare l’ascolto di file audio e video (last.fm), catalogare i vostri libri (anobii), segnalare la vostra presenza online (msn), pubblicare le vostre foto (flickr), la vostra rete di contatti (facebook), la vostra biografia professionale (linkedin), le vostre opinioni (blog), oltre che abdicare ai vostri diritti di proprietà intellettuale (creative commons). Gli incubi della fantascienza passata sono la materia di cui è fatto il nostro svago. Il punto è che dello spazio privato non c’importa più nulla, perché non ci serve più a nulla, perché non abbiamo più nulla da nascondere. Questo è il nostro destino tragico, questo è il nostro godimento infinito. Solo un uomo d’altri tempi come il Garante della Privacy può consigliare, senz’ombra d’ironia, d’iscriversi a facebook usando uno pseudonimo; secondo Giuseppe Granieri, è come se ci avesse proposto, per evitare inconvenienti, di girare per la strada con occhiali, baffi e nasi finti. Guastafeste: noi per la strada preferiamo andarci nudi.



un diffuso bisogno

Si sa che le utopie sono sogni di stati totalitari; perché in fin dei conti non c’è nulla di più rassicurante di uno stato che ti controlla, che ti coccola, che ti da attenzione. C’è un diffuso bisogno di totalitarismo, ma per fortuna abbiamo i nostri surrogati. Nell’attesa che la polizia segreta degni d’interessarsi a chi siete, che fate, cosa leggete, cosa amate, le dieci cose che non sopportate, i vostri blog preferiti, cominciate a catalogare i vostri libri online. Gli incubi della fantascienza passata sono la materia di cui è fatto il nostro svago. (fig. 1: progetto di Opac universale, J. Bentham 1787)