Roberto Calderoli nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La bestemmia come spoiler

Adesso immaginate se, il giorno precedente la messa in onda della puntata finale di Lost, un quotidiano nazionale avesse pubblicato un titolo a quattro colonne con uno stratosferico spoiler. I fan della serie, furiosi, avrebbero sommerso di missive infuocate la redazione. Alcuni, ancora più furiosi ma senza dubbio inoffensivi, avrebbe formulato persino delle minacce di morte. Di fronte a queste intimidazioni fondamentaliste tutti gli altri giornali, per difendere la libertà di stampa, avrebbero pubblicato anch’essi lo spoiler: il finale di Lost non é forse una notizia come un’altra? Per quale oscura ragione sarebbe opportuno tacere la verità su Jack e compagni? In fondo Lost é soltanto una finzione, per non dire una superstizione! Il Foglio avrebbe fatto un numero speciale con lo spoiler stampato cinquanta volte su ogni pagina e un ministro della Repubblica si sarebbe presentato in televisione con lo spoiler stampato sulla maglietta. I fan di Lost sarebbero scesi in piazza a protestare e difendere il diritto di non essere spoilerati, ma a questo punto non ci sarebbe più stato modo di sfuggire alla terribile visione. E finalmente sarebbe stato chiaro che nella società democratica, nessuno aveva il diritto di non farsi rovinare il finale di una serie televisiva. Eh sì, belli, ci sono delle condizioni da rispettare a casa nostra…

Tutto questo ovviamente non é accaduto : per fortuna, la nostra società rispetta chi crede nelle serie televisive più di chi crede in Maometto.



La prova grammaticale della vittoria del centrodestra

Le cose stanno così, simili a un giochetto per teologi. La viziosa teoria calderoliana è che nei passi della legge elettorale in cui si parla di “singole circoscrizioni“, anche se non specificato il plurale indica in quanto plurale un numero di circoscrizioni superiore a uno. E poiché “la cifra elettorale nazionale di ciascuna lista è data dalla somma delle cifre elettorali circoscrizionali conseguite nelle singole circoscrizioni”, una sola circoscrizione non è sommabile, insomma non fornisce voti. Visto che siamo a questi sublimi sottilissimi livelli, vorrei anche fare notare che nella legge elettorale si parla di elettori, e mi risulta che abbiano votato un sacco di donne, il cui voto chiedo venga al più presto annullato.



il fantasma della libertà

L’ubriacatura illuminista delle ultime settimane è stata un’imbarazzante parata di fantasmi, che la condanna del fantastoriografo David Irving ha avuto l’unico merito di silenziare. I fantasmi, come li chiamava Max Stirner, sono i principi astratti, le parole vuote. O svuotate, in questo caso. Del loro significato laborioso e tormentato, precario. Parole rospo, che si gonfiano fino a esplodere. La determinazione con la quale è stata condotta la difesa della Libertà di Stampa è esemplare di questo processo di svuotamento. Non parlo degli imbecilli con la maglietta (ubriachi di ben altro che d’illuminismo) per i quali la legge prevede giuste sanzioni. Ma di coloro che non capiscono che le parole, i segni, insomma il linguaggio, hanno un potere - ed è per questa ragione che la libertà di stampa va difesa, quindi messa in questione. Invece, il rifiuto sistematico di ogni compromesso, di ogni limitazione del Principio, ha scoperto la poca considerazione che costoro riservano ai concetti di cui abusano. Poiché in fin dei conti, la democrazia è un sistema di regolazione e limitazione dei poteri: e rivendicare l’assoluta libertà di stampa in nome della democrazia cos’è se non dichiarare che la stampa non ha nessun potere?

Per costoro la libertà è un giocattolo innocuo che non si nega a nessuno. E invece le parole influenzano la realtà: sono anzi l’unica cosa che influenza la realtà sulla scala che c’interessa, ovvero la Storia (come l’infaticabile opera di G. Vuccellato continua a ricordarci). Dietro ogni edificio, dietro ogni città, dietro ogni battaglia, ci sono parole. Se la democrazia è un sistema di regolazione dei poteri, e se la parola è potere, non c’è ragione perché non si debba legiferare sulla parola, sulla sua espressione pubblica. Questo è il problema. Il problema esiste, i limiti alla libertà di espressione esistono, ed è attorno a questi limiti che bisogna riflettere. E attorno alle loro conseguenze. Vogliamo che uno storiografo pasticcione passi tre anni in prigione? E se Ginzburg sbaglia una data, una notte in guardina? Vogliamo essere multati per le bestemmie? E se bestemmiamo il Dio degli altri? E la loro mamma? Vogliamo che si predichino idiozie nelle moschee, nelle chiese, nelle aule di università, nei libri di Oriana Fallaci? Si può concludere che ogni alternativa è preferibile a un’opinione messa a tacere. Ma dov’è il confine tra il linguaggio e la realtà? Tra parola e azione?