Roberto Saviano nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Sarete assimilati? Due riflessioni sulla sovranit√† dello Stato e l’amministrazione delle periferie

I

Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della banlieue. Catastrofe finale dell’entropia migratoria, paradigma dello “stato di eccezione” o rompicapo amministrativo, scenario post-atomico senza la deflagrazione d’alcuna bomba, la periferia francese √® diventata un luogo cruciale del nostro immaginario politico. Mito ma anche concetto, paura irrazionale e profezia ragionevole. Il disaccordo sulle cause — tsunami demografico, delirio urbanistico, ideologia comunitarista, capitalismo selvaggio, ecc. — non serve a nascondere che qualcosa di terribile sta accadendo nella polis occidentale. Il ministro leghista che evoca per l’Italia un “rischio banlieue” non dice nulla di scandaloso e peraltro ripete ci√≤ che disse il leader del centro-sinistra cinque anni fa: “Noi abbiamo le peggiori periferie in Europa. Non credo che le cose siano molto diverse rispetto a Parigi. √ą solo questione di tempo.” Bene, anzi male, ma tempo per cosa?

Il “rischio banlieue” non evoca semplicemente in un generale disfacimento della periferia — aumento della criminalit√†, deterioramento delle condizioni economiche, accentuazione dei conflitti comunitari: che sarebbero un rischio soltanto per chi vive — ma un fenomeno politico cruciale, ovvero la costituzione di spazi autonomi dalla giurisdizione statale. Ovviamente, chi evoca un “rischio banlieue” in Italia sottace il fatto che questo rischio √® gi√† effettivamente realizzato in alcune parti del paese, e capita dunque che in Francia, per profetizzare il destino catastrofico delle banlieues, si parli di… “rischio Gomorra“. Il mito ha luogo sempre altrove. E i napoletani Cosang sfottono: “la Francia si atteggia ma l√¨ non esiste sistema”.

Nella banlieue proprio come in certi spazi governati dalle cosiddette mafie, le istituzioni e i rappresentanti dello Stato sono considerati illegittimi e rinunciano all’esercizio della sovranit√†. In effetti si potrebbe dire che, in base a un calcolo puramente economico, la banlieue √® lo spazio in cui la rinuncia alla sovranit√† rende di pi√Ļ di quanto costa.¬†Ma se la banlieue √® consustanziale al benessere a basso costo che partecipa a produrre (e questo Saviano lo ha scritto benissimo), la sua “extra-territorialit√†” rappresenta anche una minaccia. Salendo i gradini di una “scala della delinquenza” fino all’aperta sedizione, la banlieue rischia di costituirsi come soggetto politico ostile. Per amministrare questo rischio, lo Stato interviene puntualmente esercitando una pseudo-sovranit√† di tipo coloniale e ricorrendo a una forza pressoch√© militare.

Rispetto alla situazione italiana — radicata nella guerra di unificazione — quella francese stupisce per la sua rapida maturazione, e attira ovviamente la nostra attenzione come fallimentare (o¬†doloso) modello d’integrazione dei flussi migratori. Alla banlieue accade ci√≤ che avrebbe dovuto accadere al proletariato secondo Karl Marx: acquisendo l’autocoscienza, un insieme di individui si costituisce come soggetto politico. Marx aveva torto, perch√© una classe — proprio come un pezzo di legno — non pu√≤ raggiungere l’autocoscienza in mancanza di un sostrato.¬†Le recenti vicende francesi suggeriscono per√≤ che le segmentazioni etniche, religiose e linguistiche — se pure non determinano naturalmente l’aggregazione — svolgono bene la funzione di sostrato alla soggettivazione politica, dando un contenuto alla fantomatica “coscienza di classe”. E cos√¨, tra gli osanna dei cosiddetti islamo-gauchistes √® avvenuta una etnicizzazione della lotta di classe. Gli orfani del socialismo si consolano con il nazional-socialismo, gli orfani del comunismo con il comunitarismo.

Non c’√® in questo mito¬†alcuna posizione da prendere, perch√© ci √® gi√† data: l’entit√† nemica che ci minaccia l’abbiamo costruita per nostra necessit√†, e ne godremo finch√© non saremo annientati. Nessuno d’altronde ha bisogno d’una soluzione, fintanto che la banlieue continuer√† a rendere pi√Ļ di quanto costa. E quando i costi avranno definitivamente superato il benefici, sar√† ovviamente troppo tardi per tornare indietro.

II

A quale titolo chiedete l’emancipazione? In considerazione della vostra religione? Ma essa √® nemica mortale della religione dello Stato.*

Tra le numerose razze extraterrestri che minacciano la Federazione dei Pianeti Uniti, il motto pi√Ļ suggestivo appartiene senza dubbio ai Borg: “Voi sarete assimilati, la resistenza √® inutile”. Essere assimilati dai Borg — cio√® diventare simili ai Borg — √® terrificante perch√© significa rinunciare alla propria identit√† ; tanto vale essere completamente annichiliti. E tuttavia non sarebbe pi√Ļ pacifico un’universo di soli Borg — una pacifica borghesia? Ecco la questione. Das ist hier die Frage.

Der Judenfrage, per esempio.¬†Quando verso la met√† dell’Ottocento gli ebrei cominciano a uscire dai ghetti, gli si chiede innanzitutto di assimilarsi — ovvero di rinunciare a ci√≤ che li rende ebrei per accomodarsi alla societ√† in cui vivono.¬†Bruno Bauer, che leggiamo attraverso Karl Marx, pone la condizione: che l’uomo rinunci alla religione per essere emancipato¬†civilmente. La resistenza √® inutile. Voi sarete assimilati. O annichiliti.

La questione ebraica di Bauer e Marx √® simile ad altre questioni, dalla¬†questione nativo-americana alla questione islamica che tormenta le periferie occidentali. Ovviamente oggi non si parla pi√Ļ¬†di assimilazione, perch√© nessuno ci tiene a passare per un Borg, ma piuttosto d’un “Islam moderato” che conservi, delle proprie caratteristiche, solo quelle solubili nella societ√† democratica. Magari con l’aiuto di qualche sanzione amministrativa. Sfortunatamente la Storia non √® in pendenza, e invece di rotolare tutti docilmente verso l’assimilazione, qualcuno ¬†– cui la pace Borg non conviene — prende la strada opposta della dissimilazione.

Curve di solubilità per sistemi a solubilità diretta e inversa,
dalle quali si deduce che la temperatura della Storia non è costante.

Se lo Stato √® naturalmente assimilazionista, la pratica dissimilazionista serve bene a ogni tentativo di sottrarsi alla giursidizione statale e dare forma a entit√† politiche autonome. Per questo la banlieue — come luogo da assimilare e luogo che si sottrae all’assimilazione — √© la figura centrale per comprendere negativamente la posta in gioco del politico. Lo Stato moderno sorge da un duplice processo di centralizzazione e assimilazione, artificiosamente incarnato nella forma mitica della¬†Nazione. I nazionalismi necessariamente perseguono¬†l’assimilazione (pi√Ļ o meno forzata) delle minoranze etniche, linguistiche e religiose: in Francia, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Cina, eccetera.

L’assimilazione consiste in una sola cosa, ovvero che tutti s’impegnino a rispettare la stessa Legge, poich√© lo Stato moderno consiste nell’esercizio uniforme di una sola Legge. Ma questo √® tutt’altro che semplice o banale, perch√© noi siamo la Legge che ci siamo impegnati a rispettare. Come possiamo allora rinunciare a ci√≤ che siamo? In questo contesto prendono piede le forze centrifughe della dissimilazione, la resistenza inutile delle periferie, dei clan e delle chiese. Di questo, anche di questo, sempre di questo, ci parla il Leviatano di Thomas Hobbes. Perch√© gli uomini non piombino nella guerra civile, un solo potere deve regnare, una sola Legge, una sola violenza, un solo Dio in terra.

Lo Stato √® una divinit√† gelosa, che non disdegna il fumo degli olocausti. Ma se non fosse altro che un idolo osceno? Ebrei e cristiani lo pensavano dell’imperatore romano. I cattolici inglesi della Regina, i cattolici francesi della Rivoluzione. Oggi, musulmani radicali contestano che la sovranit√† possa appartenere ad altri che Allah: quando le folle adorano come un idolo la Nazione, argomentava Sayyid Qutb, regna l’Iniquit√†. Questo monoteismo militante non √® una superstizione irrazionale, bens√¨ un ragionevolissimo strumento di lotta politica, sviluppatosi a partire dagli anni Trenta in Egitto, in Pakistan, in Iran. Ragionevolissima √® la strategia della dissimilazione, l√† dove si vogliono conservare o instaurare leggi e poteri locali, piccoli feudi, riserve e fortezze. Ragionevolissima √© allora la risposta degli stati, ragionevolissimi i genocidi culturali, ragionevolissima l’islamofobia mascherata da laicit√†. Ecco tutti gli ingredienti per una tragedia.

Contrariamente a ci√≤ che si pensava, l’assimilazione non √® un destino necessario. In effetti, se i Borg ripetono da trent’anni che la resistenza √® inutile, √® anche vero che continuano ad essere sconfitti.



Posologia della catarsi

Ma ho questo contro di te: che tu tolleri Iezabel, quella donna che si dice profetessa e insegna e induce i miei servi a commettere fornicazione, e a mangiare carni sacrificate agli idoli.
Apocalisse 2:20

La nostra epoca — o per meglio dire, quella spaventosa macchina da guerra nota come marketing culturale — ha risolto un antico dibattito, ovvero se l’arte debba dilettare o servire al bene comune. Dilettare, ovviamente. Ma facciamo finta per un attimo che l’arte non serva solo ad alienare unit√† di tempo libero, e che abbia invece un ruolo fondamentale nella regolazione della vita sociale. Che fare, allora, degli artisti irresponsabili che indicano ai giovani la strada della perdizione?

Innanzitutto, si dovrebbe stabilire, una volta per tutte, se l’arte sfoghi oppure alimenti le condotte che rappresenta. Schiere di aristotelici hanno gi√† la risposta pronta — sfoga! purga! purifica! — ma dovranno vedersela con avversari piuttosto agguerriti: dai pontefici romani che si opponevano alla costruzione dei teatri, come racconta Agostino, ad Agostino stesso, che non esita a parlare di una peste anzi di una pandemia, che non debilita i corpi ma i comportamenti, e del vizio che rischia di contaminare tutta la comunit√† (De Civitate Dei, I, XXXII), per arrivare fino a Jean Jacques Rousseau nella lettera sugli spettacoli, per il quale l’effetto generale del teatro √® di “aumentare le inclinazioni naturali e dare nuova energia a tutte le passioni”. Sfortunatamente, pochi oggi sono coloro che prendono sul serio i pontefici romani e i filosofi cristiani o ginevrini, ricacciando piuttosto le loro osservazioni nel proverbiale pregiudizio anti-teatrale, “pr√©jug√© barbare” come scrive D’Alambert.

Invece sarebbe opportuno prendere sul serio entrambe le teorie — curativa e infettiva — e comprendere come hanno fatto a sopravvivere malgrado la loro insanabile divergenza. In che misura, sebbene contraddittorie, queste teorie dicono entrambe la verit√†?

Da sempre, le opposte teorie si confrontano: ai tempi delle guerre di religione, mentre negli editti reali il “cattivo esempio” era ancora definito come fonte di contaminazione (Stati di Orl√©ans, 1560, art. XXIV), i drammaturghi gi√† iniziano a prendersi per taumaturgi (“Une histoire advenue dedans Paris… Ce que pourra chacun inciter/ Suivre le bien, et le mal √©viter”, Jean Bretog, Trag√©die fran√ßaise √† huit personnages traitant de l’amour d’un serviteur envers sa maitresse, et de tout ce qui en advint, 1571). Il Cinquecento √® il secolo della riscoperta della¬†Poetica di Aristotele, grazie tra l’altro¬†ai commentarii di¬†Pier Vettori,¬†Giraldi Cintio, Giulio Cesare Scaligero, Alessandro Piccolomini, Lodovico Castelvetro; e altrove √® un fiorire di prefazioni e prologhi un poco ipocriti, in cui gli autori vantano i meriti esemplari delle loro tragedie, mentre √® ovvio che nella sala tutti s’aspettano soprattutto i fiumi di sangue.

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√ą davvero suggestiva l’ipotesi omeopatica secondo la quale la rappresentazione parteciperebbe a neutralizzare l’esistenza di un certo fenomeno sociale; questo giustificherebbe la messa in scena di grandi quantit√† di oscenit√†, deviazioni, torture, orrori. Sfortunatamente, l’idea dell’arte come una spugna miracolosa che assorbe i mali della comunit√† non trova oggi molti riscontri empirici: al contrario, si ha notizia talvolta di qualche omicida di massa in pose da Old Boy. Va bene non esagerare il peso di simili fenomeni di emulazione, e tuttavia provano che avviene qualche tipo di trasmissione dalla finzione alla realt√†. Perlomeno nelle forme. Almeno fin dai tempi di Goethe i giovani si ammazzano per imitare gli eroi letterari, e risulta davvero poco convincente l’ipotesi secondo cui sarebbero molti di pi√Ļ quelli che hanno deciso di non suicidarsi in seguito alla lettura del Werther. Ma in fondo chi pu√≤ dirlo? Se poi in certi casi l’arte sfoga e in altri alimenta, da cosa dipende? Prendiamo un esempio caro ai nostri lettori: le donne nude. Come incide la loro esistenza di carta, pixel o celluloide sul bilancio libidinale della nazione? Calma i sensi o fa divampare i fuochi della passione? La risposta √® nota a tutti noi blogger, frequentatori dei bassifondi della rete, costretti in uno stato di eccitazione permanente che ci rende aggressivi, intrattabili e terribilmente reazionari.

I sostenitori della teoria dello sfogo citano dunque Aristotele, ma dimenticano che il meccanismo catartico funzionava soprattutto perch√© al piacere si mescolavano timore e piet√†: sfogato attraverso l’arte, √® vero, lo spettatore si guardava per√≤ bene dall’imitarla e non s’ingenerava alcun circolo vizioso. La perfezione del meccanismo catartico consisteva appunto nell’associare — in modo quasi pavloviano — il piacere al timore, il nodo allo snodo, la causa tentatrice all’effetto ributtante. Attirare il pubblico dilettandolo con le pi√Ļ scabrose condotte e poi stenderlo con una morale terribile. Notava bene Rousseau: √® necessario soddisfare la domanda poich√© “l’autore che volesse urtare il gusto generale non comporrebbe presto per altri che per s√©”. E gi√† Lope de Vega argomentava sul ruolo essenziale del piacere del pubblico e concludeva che a tale fine “tutti i mezzi sono buoni”. Ma il solo piacere non realizza alcuna catarsi, al contrario. La trappola non scatta, la comunit√† non si purifica.

Il momento √® catartico? Assolutamente no. Quale artista oggi prende la pena di condannare i suoi personaggi — insomma chi ha ancora il coraggio di scrivere operette moraliste o tragedie? Lo fece Brian De Palma con Scarface, ha cessato di farlo Quentin Tarantino; e tuttavia, cosa cambia? Saviano insegna: malgrado la fine tragica (o in sua virt√Ļ) Tony Montana √® sempre un mito per piccoli e grandi delinquenti. Ma chiss√†, forse una dose di emulatori √® fisiologica, forse sono proprio gli infiniti cattivi esempi che il cinema ci ha mostrato ad averci indirizzati sulla retta via, o forse semplicemente non sarebbe cambiato nulla.

Pi√Ļ probabilmente, il capitalismo della seduzione si permette oggi di alimentare ipertroficamente ogni passione perch√© pu√≤ anche soddisfarla, in un eterno circolo di consumi culturali dai quali dipendiamo — e che presto, tragicamente, non potremmo pi√Ļ soddisfare. Al modello catartico, insomma, si √® sostituito il modello narcotico: il quale senza dubbio √® in grado di contenere localmente il desiderio, ma risulta globalmente costoso in termini puramente economici. Ogni sforzo umano e ogni idrocarburo bruciato tendono al soddisfacimento attraverso rappresentazioni di bisogni generati da rappresentazioni, al fine di arginare indefinitamente l’eruzione violenta dei nostri istinti.



Lo Zione

[Per celebrare il trionfale ritorno di Roberto Saviano in televisione, ripubblico di seguito un estratto inedito di Gomorra, censurato dall'editore perché troppo scomodo.]

La ricchezza non √® un bene astratto, un flusso, una trama simbolica. Non sempre. Spesso la ricchezza ha una consistenza. Un corpo fisico. Esiste un paganesimo del capitale, la cui liturgia √® l’accumulo. Esistono dei templi, nei quali si celebra eternamente il rito della ricchezza. Il pi√Ļ grande di questi si trova in una cittadina americana, dove da decenni domina l’efferato clan dei Paperi. Un enorme cubo di cemento, pieno di banconote e monete d’oro. Trasformato in piscina. Denaro ovunque. Denaro anche sulla facciata: un simbolo, un marchio, il segno della nuova fede. Sopra una collina, domina la citt√†. Nessuno che non fosse del clan √® mai riuscito ad avvicinarsi: lo protegge un pittoresco apparato di sicurezza fatto di cannoni medievali e carabine. All’interno, a mollo nel capitale, governa l’indiscusso signore del luogo. Lo chiamano Zio Paperone, per via del becco giallo. E delle basette. E della palandrana rossa. E delle ghette, della tuba e del bastone.

Lo zione

Nel mondo della malavita questi piccoli segni contano molto. Contribuiscono alla leggenda, alimentano il terrore. Sono l’iconografia del potere. Come la sua proverbiale avarizia: lui ricchissimo e potente, si nutre di sterpi di cicoria e pane raffermo, un pugno di ricotta se va bene. Di Zio Paperone raccontano che sia diventato ricco nel Klondike, rubando l’oro agli indigeni, ma √® soprattutto con la speculazione edilizia e il mercato dei rifiuti che ha potuto accumulare i suoi mitici tre fantastiliardi di dollari. Da quando √® stato praticamente decimato il clan rivale dei Rockerduck, non c’√® praticamente nulla che in citt√† non si targato PDP, Paperon de’ Paperoni. Lo Zione. Per questo la chiamano Paperopoli. Lo scandalo Paperopoli, come dire Tangentopoli. Ma ormai √® diventato il nome della citt√†, il suo nome vero. Non pi√Ļ un marchio dell’onta, ma un’identit√†. Finisce sempre cos√¨. Finisce sempre che l’onta diventa l’unica identit√† possibile.

Guardo il deposito e sento salire dentro di me la rabbia. Non c’√® nessuno per strada, √® notte fonda. Sento schiumare le lacrime, e stringo i pugni. Ma sono impotente. Vorrei urlare. Correre sulla collina e prendere a testate quel cubo di cemento. Ma non posso. Ci sono delle regole a Paperopoli. Nessuno capirebbe il mio gesto, il mio gesto inutile. A Paperopoli diventa tutto inutile, ogni essere umano, ogni parola, ogni speranza. Mi mordo il labbro per soffocare il disagio, mentre fisso intensamente l’orizzonte. Penso al mio amico Filo Sganga, costretto a emigrare. Ad andarsene, a scappare come fosse un ladro, in questo mondo rovesciato nel quale sono gli onesti a doversi nascondere. Ma io non voglio andarmene. Mi getto in terra e mormoro: io non voglio andarmene. Mi rotolo nell’erba fresca, nel fango, strappandomi i vestiti. Bevo l’acqua dalle pozzanghere. Abbaio, stremato. Ma che pu√≤ servire? Cos√¨ mi metto a correre.

Corro veloce, a perdifiato, senza meta. Corro verso il mare, inquinato dalle fabbriche, sperando di avere una risposta. E mentre corro finalmente riesco a urlare, e il vento carezza il mio torso nudo, e vedo spuntare l’alba. Dal buio emerge un volto, un volto pacifico, un volto di pietra. Mi fermo a fissarlo, come se fosse la prima volta. La statua di Cornelius Coot, l’antico fondatore della citt√†. Le sue mani generose, mani di pietra, mostrano e offrono una fiera pannocchia, simbolo di onest√†, di legalit√†, di cibo sano, di cibo fiero. Quella pannocchia che i nostri avi coltivarono con il sudore della fronte: dono di una terra fertile ma bisognosa di cure, di affetto, di onest√†, di paratassi, di metafore, di iperboli coraggiose. E noi lo faremo. Noi vedremo rifiorire le pannocchie. Gnam.

Cornelius Coot



La divisione libri

Da una mia battuta sull’annosa questione degli autori che pubblicano per Mondadori √® sorta una piccola discussione (nei commenti) con Giulio Mozzi, che mi ha convinto a ricorrere alle maniere forti e iniziare a pubblicare una serie di post a proposito¬†dell’industria culturale e delle sue contraddizioni: qui faccio il punto sul catalogo Mondadori e in generale sul mercato editoriale della contestazione; qui descrivo brevemente ¬†il¬†discorso anticapitalista come ideologia capitalista; mentre qui trovate una sorta di prequel. Avvertenza: la lettura di queste riflessioni pu√≤ risultare depressiva o persino irritante.

Negli ultimi giorni ho scritto tanto anzi troppo. Ma per tornare un attimo alla faccenda che mi opponeva a Mozzi, ho letto questa sera un articolo del Fatto sui rossi conti del Giornale. Nulla di sconvolgente: la priorit√† del quotidiano della famiglia B. sarebbe politica prima che economica.¬†Scelta del tutto legittima, e persino apprezzabile. Se ci pensate, √® un po’ il contrario dell’editore Mondadori, che pensa al profitto prima che alla politica.¬†Ed √® a questo punto che ho letto questa frase bellissima, che parmi illuminare per riflesso i recenti scambi con Mozzi :

La perdita di decine di milioni all’anno [del Giornale] si stempera e diluisce nel flusso degli utili della divisione libri (quella che pu√≤ contare sulle vendite di Roberto Saviano, tra gli altri).



Di che cosa la banlieue è nome

Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della banlieue. Catastrofe finale dell’entropia migratoria, paradigma dello “stato di eccezione” o rompicapo amministrativo, scenario post-atomico senza la deflagrazione d’alcuna bomba, la periferia francese √® diventata un luogo cruciale del nostro immaginario politico. Mito ma anche concetto, paura irrazionale e profezia ragionevole. Il disaccordo sulle cause — tsunami demografico, delirio urbanistico, ideologia comunitarista, capitalismo selvaggio, ecc. — non serve a nascondere che qualcosa di terribile sta accadendo nella polis occidentale. Il ministro leghista che evoca per l’Italia un “rischio banlieue” non dice nulla di scandaloso e peraltro ripete ci√≤ che disse il leader del centro-sinistra cinque anni fa: “Noi abbiamo le peggiori periferie in Europa. Non credo che le cose siano molto diverse rispetto a Parigi. √ą solo questione di tempo.” Bene, anzi male, ma tempo per cosa?

Il “rischio banlieue” non evoca semplicemente in un generale disfacimento della periferia — aumento della criminalit√†, deterioramento delle condizioni economiche, accentuazione dei conflitti comunitari: che sarebbero un rischio soltanto per chi vive — ma un fenomeno politico cruciale, ovvero la costituzione di spazi autonomi dalla giurisdizione statale. Ovviamente, chi evoca un “rischio banlieue” in Italia sottace il fatto che questo rischio √® gi√† effettivamente realizzato in alcune parti del paese, e capita dunque che in Francia, per profetizzare il destino catastrofico delle banlieues, si parli di… “rischio Gomorra“. Il mito ha luogo sempre altrove. E i napoletani Cosang sfottono: “la Francia si atteggia ma l√¨ non esiste sistema”.

Nella banlieue proprio come in certi spazi governati dalle cosiddette mafie, le istituzioni e i rappresentanti dello Stato sono considerati illegittimi e rinunciano all’esercizio della sovranit√†. In effetti si potrebbe dire che, in base a un calcolo puramente economico, la banlieue √® lo spazio in cui la rinuncia alla sovranit√† rende di pi√Ļ di quanto costa.¬†Ma se la banlieue √® consustanziale al benessere a basso costo che partecipa a produrre (e questo Saviano lo ha scritto benissimo), la sua “extra-territorialit√†” rappresenta anche una minaccia. Salendo i gradini di una “scala della delinquenza” fino all’aperta sedizione, la banlieue rischia di costituirsi come soggetto politico ostile. Per amministrare questo rischio, lo Stato interviene puntualmente esercitando una pseudo-sovranit√† di tipo coloniale e ricorrendo a una forza pressoch√© militare.

Rispetto alla situazione italiana — radicata nella guerra di unificazione — quella francese stupisce per la sua rapida maturazione, e attira ovviamente la nostra attenzione come fallimentare (o¬†doloso) modello d’integrazione dei flussi migratori. Alla banlieue accade ci√≤ che avrebbe dovuto accadere al proletariato secondo Karl Marx: acquisendo l’autocoscienza, un insieme di individui si costituisce come soggetto politico. Marx aveva torto, perch√© una classe — proprio come un pezzo di legno — non pu√≤ raggiungere l’autocoscienza in mancanza di un sostrato.¬†Le recenti vicende francesi suggeriscono per√≤ che le segmentazioni etniche, religiose e linguistiche — se pure non determinano naturalmente l’aggregazione — svolgono bene la funzione di sostrato alla soggettivazione politica, dando un contenuto alla fantomatica “coscienza di classe”. E cos√¨, tra gli osanna dei cosiddetti islamo-gauchistes √® avvenuta una etnicizzazione della lotta di classe. Gli orfani del socialismo si consolano con il nazional-socialismo, gli orfani del comunismo con il comunitarismo.

Non c’√® in questo mito¬†alcuna posizione da prendere, perch√© ci √® gi√† data: l’entit√† nemica che ci minaccia l’abbiamo costruita per nostra necessit√†, e ne godremo finch√© non saremo annientati. Nessuno d’altronde ha bisogno d’una soluzione, fintanto che la banlieue continuer√† a rendere pi√Ļ di quanto costa. E quando i costi avranno definitivamente superato il benefici, sar√† ovviamente troppo tardi per tornare indietro.

Leggere il seguito ¬Ľ



Associazione mafiosa

In tutta la mobilitazione pubblica per Roberto Saviano, raramente si √® menzionato (in pubblico) il paradosso fondamentale su cui si regge Gomorra: l’idea che la periferia del benessere √® in realt√† il suo centro segreto; per cui tra i veri mandanti del crimine organizzato ci sono anche i firmatari dell’appello, e i non firmatari, ci siamo tutti. Pasquale Squitieri fa delle osservazioni interessanti, che qualcuno giudica vomitevoli: secondo il regista napoletano, chi consuma stupefacenti “dovrebbe essere arrestato per concorso in associazione mafiosa”, perch√© finanzia la camorra. La provocazione regge, se si ha il coraggio di aggiungere che si concorre in associazione mafiosa acquistando beni anche pi√Ļ comuni, come i vestiti, che si concorre nello sfruttamento mangiando, muovendosi, abitando, respirando. Questo era appunto ci√≤ che Saviano ha scritto in quello che √® anche un grandissimo libro di economia, un’epica dei flussi del capitale, delle acque nere del benessere. E invece siamo riusciti a neutralizzarlo. Lo abbiamo trasformato in eroe per convincerci che siamo in guerra, e che siamo innocenti.