sacrificio nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



La progenie del drago

A Bruxelles c’√© un dipinto anonimo della fine del Cinquecento, intitolato Virgo inter Virgines, che colpisce per l’utilizzo ingegnoso degli attributi iconografici come ricami sugli abiti di due sante. Invece della ruota del suo martirio, santa Caterina ha un elegante vestito decorato da ruote;¬†Santa Barbara ce l’ha ricoperto di torri. Tuttavia √© un minuscolo dettaglio sullo sfondo della tela a risvegliare la nostra curiosit√†.¬†Tra san Giorgio e il drago appare una bestiola che sembra un cucciolo di drago. San Giorgio, il drago e il draghetto: un’iconografia bizzarra, di cui sfugge il senso. Il pittore voleva forse intenerirci¬†sulla sorte del mostro, che brutto e cattivo pure lui tiene famiglia? Ricordarci che “ogni scarrafone √© bello a mamma sua”, come nell’antico detto fiammingo?¬†Oppure evocare un segreto che scuote le fondamenta del cristianesimo occidentale?


Di certo non c’√© nulla. Nemmeno che la bestiola sia effettivamente un drago; e non piuttosto una puzzola o un ermellino.¬†Proprio su questo aspetto¬†il dibattito ha fremuto su Friendfeed, l’assolato patio della blogosfera italiana. La mia prima congettura secondo cui il piccolo drago evocherebbe la pianta di¬†dragoncello (dracunculus in latino), nota secondo la dottrina delle segnature per guarire dal morso degli animali velenosi come serpenti e¬†draghi, non ha convinto nessuno.¬†√ą stato Tamas il primo a orientare la riflessione verso i mustelidi: la bestia sarebbe una faina (o gattopuzzo in marchigiano) oppure un ermellino.

La teoria¬†si √© fatta strada a forza di prove documentarie,¬†tentandoci con una simbologia credibile: in assenza di una principessa da salvare, l’ermellino — simbolo di purezza, nobilt√† e verginit√† — ne fa le veci, la sostituisce come vittima sacrificale del drago. Giorgio si presenta dunque come custode della verginit√† delle sante rappresentate in primo piano. Tutto bello, se non fosse che l’ermellino √© solitamente rappresentato con un manto bianco. E se la piccola bestia misteriosa fosse piuttosto una donnola — ovvero “piccola donna”, sempre intesa come rebus sostitutivo della verginit√†? La Fondazione Elia Spallanzani partecipa allo scompiglio zoologico¬†tirando in ballo una pecora, ma √©¬†Leonetto a fornirci la spiegazione pi√Ļ convincente, non senza prima avere ricapitolato la stato della discussione in uno schema.

Una solida tradizione iconografica sembra confermarlo oltre ogni ragionevole dubbio: l’animale sarebbe proprio una donnola,¬†capace con il suo puzzo di uccidere il basilisco. E perci√≤, si suppone, i mostri squamosi in generale. Insomma la donnola, lungi dal rappresentare una vergine indifesa, starebbe piuttosto dando man forte a san Giorgio per sconfiggere il suo avversario. Astridula conforta la tesi citando una descrizione della simbologia della donnola: “Nei tempi antichi, animale domestico popolare, elogiato per la sua lotta coraggiosa contro serpenti, ratti, basilischi, per essere esperta in medicina e in grado di far rivivere i propri piccoli morti, simbolo di Cristo e dei credenti.”

Molto bello anche questo, bravo Leonetto, ma restano due problemi. Che il basilisco non √© un drago, e che il dinamico duo composto da san Giorgio e dalla donnola risulta piuttosto inedito — oltre che imbarazzante. E se alla fine l’animaletto che sguazza nel laghetto con il drago, con il manto dello stesso colore del drago, fosse semplicemente, come sembrava fin dall’inizio… un drago? Sebbene poco diffusa, l’iconografia del cucciolo di drago √© attestata. Nell’Enigma di Piero,¬†Silvia Ronchey cita la testimonianza quattrocentesca del viaggiatore ispanico Pedro Tafur secondo cui, in¬†Libano, dei piccoli rettili venivano considerati progenie del drago¬†ucciso da san Giorgio. Poi attira la nostra attenzione sopra un dettaglio in un affresco del Pisanello di met√† Quattrocento, che rappresenta Giorgio, il drago e ben due cuccioli.

Da parte sua¬†Vittore Carpaccio, in una tela del 1502 custodita alla Scuola degli Schiavoni a Venezia, dipinge un piccolo rettile vicino al drago trafitto da san Giorgio.¬†Se crediamo all’interpretazione di Michel Serres questo piccolo animale, drago in potenza, starebbe a simboleggiare l’impossibilit√† di sconfiggere definitivamente il drago e perci√≤ d’interrompere con la violenza il ciclo della violenza.¬†La vittoria di san Giorgio, insomma, non √© definitiva: proprio come in alcuni finali aperti nei film dell’orrore, il cucciolo di drago ci ricorda che il Male sopravvive. Anche in questa Virgo inter Virgines si nasconde un finale aperto; un adorabile criaturo che potrebbe sembrare una donnola o un ermellino… E invece porta in s√© il germe del Male.

Intanto Serres, partito dal ciclo di Carpaccio per un trip ermeneutico alquanto suggestivo,¬†ha concluso che il Male non va trafitto e bastonato, visto che poi si riproduce e ritorna — ma addomesticato. La successione delle tele nella Scuola degli Schiavoni porta a una conclusione inoppugnabile. La vera vittoria sul Male non √© quella di san Giorgio sul Drago, ma piuttosto quella di san Gerolamo sul Leone, per non parlare di quella di sant’Agostino sullo Yorkshire. Che poi anche qui: Yorkshire? Bichon fris√©? Maltese? La questione resta aperta



Cherchez la flamme

Allora Samuele prese l’ampolla dell’olio e la vers√≤ sul capo di Saul.
(1Sm 10, 1)

Chi di voi fosse una bistecca sa bene che essere cosparsi d’olio prelude a una fine tragica. Non essendo io una bistecca, ci ho messo un po’ a capire quale fosse il senso dell’unzione nella ritualit√† veterotestamentaria. Sembra una bella cosa, piacevole e un po’ vana, finch√© non capisci che quel fluido profumato con cui si massaggiano profeti e sovrani √® altamente infiammabile. E l’odore che senti non √® gelsomino, ma prezzemolo.

Ecco una cosa che la nota a pie’ di pagina della mia Bibbia non dice, limitandosi a ricordare che “l’unzione faceva del re una persona sacra, dotata di poteri carismatici, in stretta dipendenza del Signore”. Sfugge un po’ la logica della faccenda: cosa c’entra l’olio in tutto questo? A bruciare, a cuocere, ecco a cosa. L’unzione √® la figura simbolica del sacrificio, o meglio la predisposizione a un sacrificio che eventualmente non verr√† compiuto, o verr√† compiuto in altra forma: in croce, ad esempio. Perci√≤ si parla di consacrazione, che significa essere “separato” e donato al Signore, pronto a ci√≤ che i cristiani chiameranno martirio. Questo √® dunque essenzialmente il Messia, il Cristo, ovvero una pietanza condita; come un bovino, una pecora, una capra, una tortora, un colombo, ma infinitamente pi√Ļ prezioso. Pietanza poco elaborata, √® vero, ma bisogna ammetterlo: un Ges√Ļ Tonnato non avrebbe avuto la stessa dignit√† di un Ges√Ļ Unto.

La dimensione ignea dell’unzione sar√† magari cosa nota (o no?) ma io ho avuto il piacere di congetturarla leggendo un passo del Levitico. Dopo la morte per fuoco dei figli di Aronne, Mos√© raccomanda ai propri: “Non uscite dalla porta della tenda del convegno, affinch√© non abbiate a morire, perch√© l’olio dell’unzione del Signore √® su di voi” (Lv 10, 7). Uno s’immagina questi poveri ragazzi imbevuti d’olio, che vivono nel timore di essere immolati in gloria del Signore. E loro vorrebbero semplicemente accendersi una sigaretta.



Bruciare

Nella Tempesta, dopo la tempesta. Rabbonito dall’etilismo, il mostruoso Calibano rivela come sconfiggere la magia di Prospero: “Solo brucia i suoi libri”. Senza di essi alcun dominio sugli spiriti e le cose, e il padrone dell’isola torna umano tra gli umani. Nei libri risiede il potere del mago, e la loro distruzione √® l’unico esorcismo. Calibano √® bestia e pu√≤ darsi che esageri, ripete il consiglio tre volte di seguito, con solenne ingenuit√†. Forse s’illude dal basso della sua ignoranza: √® sempre magico l’ignoto, magico il linguaggio per chi non lo pratica. Ma alla fine √® lo stesso Prospero a compiere la simultanea rinuncia ai suoi libri e al suo potere: “Ecco quindi distrutti i miei sortilegi, e non ho pi√Ļ altra forza se non la mia, cos√¨ debole!”. Promette: “I’ll drown my book” – eco al Faust di Marlowe, al momento della suprema rinuncia, sul crinale della dannazione: “I’ll burn my books”.



La Passione in cifre

In esclusiva, un estratto della sceneggiatura del film di Mel Gibson :

Ascoltate le preghiere di queste anime pie, il nostro Salvatore e Redentore¬†Ges√Ļ Cristo¬†apparve e disse loro: ¬ę¬†Considerate, sorelle, che ho versato per voi62.000¬†lacrime, e gocce di sangue nel giardino degli ulivi¬†97.307. Ho ricevuto sul mio sacro corpo¬†1.667¬†colpi. Schiaffi sulle mie guance delicate,¬†110. Colpi al collo,¬†120. Sulla schiena,¬†380. Sul petto,¬†43. Sulla testa,¬†85. Ai fianchi,¬†38. Sulle spalle,¬†62. Sulle braccia,¬†40. Alle coscie e alle gambe,¬†32. Mi hanno colpito la bocca¬†30¬†volte. Hanno gettato sul mio prezioso volto i loro infami sputi,¬†32¬†volte. Mi hanno preso a calci come una bestia,¬†370¬†volte. Mi hanno spinto e gettato in terra,¬†13¬†volte. Mi hanno tirato per i capelli,¬†30¬†volte. Mi hanno preso e trascinato per la barba,¬†38¬†volte. Incoronandomi di spine, mi hanno fatto¬†303¬†ferite sul capo. Ho gemito per la vostra salvezza e conversione,¬†900¬†volte. Di tormenti che avrebbero potuto uccidermi, ne ho sofferto¬†162¬†volte. Di estreme agonie, come se gi√† fossi morto,¬†19¬†volte. Portando la mia croce fino al calvario, ho fatto¬†trecentoventuno passi¬†.¬†¬Ľ

da La clef du paradis et le Chemin du ciel, 1816 (reperibile qui).

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La messa di Mel Gibson

Cosa significano quelle parole – “It is as it was” -, attribuite al Papa e poi smentite, a proposito del film La Passione di Cristo?

Bisogna tornare al IX¬į secolo, quando nacque la disputa sulla natura della presenza del corpo di Cristo nell’ eucarestia, cinta agli estremi dal realismo fisico di Pascasio Radberto (‚Ć 895) e dal simbolismo “vuoto” di Berengario di Tours (‚Ć 1088). La posizione realista, poi confermata dal Concilio di Trento, sosteneva che l’ostia consacrata fosse realmente il corpo di Cristo, a scapito dell’esperienza dei sensi: e che quindi la messa fosse un sacrificio, sorta di ripetizione della crocifissione: questa conversione, quindi, in modo conveniente e appropriato √® chiamata dalla santa Chiesa cattolica transustanziazione. La cosa non andava gi√Ļ ai riformatori, per ragioni anche politiche (demolire il sacramentalismo significava screditare il sacerdotalismo). A Zwingli vennero gli incubi: Cristo che “si presenta a noi rivestito degli accidenti del pane. Un pane che, mostruosamente, ci guarda con occhi umani!”. Tant’√® che ancora oggi a distinguere i cattolici dai protestanti proprio il modo di concepire la Messa: per i secondi poco pi√Ļ di una rappresentazione commemorativa del sacrificio di Cristo, destituita della centralit√† che le √® propria nel cattolicesimo.

I cattolici, di fronte alla ripetizione sacramentale del corpo di Cristo, di fronte all’ostia e al vino consacrato, affermano: It is as it was. Lo scarto √® minimo, ci√≤ che basta a non sminuire il sacrificio della croce (poich√©, come nota nota Pietro di Poitiers, “Se fosse vera l’immolazione, che ogni giorno si fa sull’altare, sarebbe segno che non √® stata sufficiente la sola morte di Cristo”). Questa identificazione tra rappresentazione e evento √® caratteristica quindi del sacrificio della messa: ed √® proprio la funzione sacramentale che sembra essere stata rivendicata dai poteri alti nei confronti della pellicola (probabilmente la pi√Ļ bella e profonda che sia mai stata fatta su Ges√Ļ Cristo, perch√© capace di trasformare in materia una regressione etimologica), negando ogni filtro rappresentativo. Gi√† il Concilio Vaticano II, rivendicando un simile valore eucaristico alla lettura della scritture, si era sporto nella direzione di dare pieno statuto sacrificale, cio√® liturgico, alla rappresentazione narrativa della vita di Cristo. Questo film, nelle intenzioni di chi ha pronunciato la frase (lo “pseudo” Giovanni Paolo II), √® una Messa. La pellicola √® il corpo di Cristo. Il sangue che vi sgorga copioso √® vino consacrato, la carne dilaniata √® il pane. Questo film √® la Passione di Cristo: ma dietro alla tautologia (tale soltanto per l’abitudine di confondere la relazione segnica con una relazione d’identit√†, l’abitudine che il paradosso di Magritte svela) si nasconde la prospettiva teologica di un valore eucaristico della visione. Comunione (visione collettiva al cinema), Memoriale (il racconto delle ultime dodici ore), e la Presenza di Cristo. Nei migliori cinema.



The Passion

Una mia amica ha visto The Passion a San Diego :

Ieri sera sono andata a vedere il fantastico¬†film di¬†Mel Gibson, che qua ha fatto scalpore, ed e’ il film che ha incassato di piu’ ed e’ sold out fino a non so che mese…e vattelapesca!¬†Al cinema c’era gente che piangeva e gridava impazzita “Stop it! Stop it!”¬†per la crudezza e la violenza (il soldato romano che frusta quel povero Cristo, nel vero senso della parola, in una maniera davvero sanguinosa), ma io l’ho trovato davvero bello e toccante.