Sex nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Somebody told me

Il recente “santo del giorno” firmato da Leonardo sul Post ha rinfocolato una mia vecchia curiosità circa la costituzione dell’icona gay di San Sebastiano: tema affascinante in quanto ricettacolo ineguagliabile di anacronismi, proiezioni retrospettive e semplificazioni. Il post di Leonardo, pure come al solito brillante, non sfugge alla regola. Oltre a spararla grossissima sull’iconografia cinquecentesca — “l’omosessualità di Sebastiano è probabilmente un’invenzione dei pittori italiani rinascimentali”, bum — Leonardo sovra-interpreta il Martirio di San Sebastiano (1911) di Gabriele D’Annunzio attribuendogli il definitivo outing del Santo. La prova schiacciante? Sebastiano era interpretato da una donna, Ida Rubinstein, “ballerina dal fascino androgino”. Ma questa prova si fonda sull’assimilazione indebita tra androginia e omosessualità, che soprattutto a teatro, soprattutto all’opera, non va da sé. In effetti non è raro che i ruoli di maschi soprano — ovvero i giovinetti come Sebastiano — siano interpretati da donne, prendi Cherubino nelle Nozze di Figaro, pure gran “farfallone” etero.

Certo è che D’Annunzio gioca con i generi sessuali, com’era d’altronde di moda; ma davvero è così naturale il nesso tra travestitismo e omosessualità? Siamo sicuri che siano una sola e unica cosa una donna che si traveste da uomo, un uomo che si traveste da donna e un uomo che, senza rinunciare al proprio sesso, pratica l’amore con altri uomini? Non è solo questione di anacronismo, ma di precisione.

La storia dell’iconificazione di Sebastiano inizia prima, e si compie dopo. Inizia probabilmente con il neoclassicismo e il suo culto della statuaria antica, anzi per la precisione del nudo maschile. Inizia insomma con il colpo di fulmine di Johann Joachim Winckelmann per l’Apollo del Belvedere. Se Apollo stesso non è diventato icona gay — e di certo se ne strugge sul suo carro alato — sarà soprattutto per la sua serenità tanto straight: gli mancava insomma la dimensione masochistica, sacrificale, insomma cristiana, di un Sebastiano. Il fatto che poi il pederasta Gustav Aschenbach ne La morte a Venezia di Thomas Mann definisca proprio San Sebastiano come supremo esempio di bellezza apollinea può essere interpretato come il primo segno della sua crisi e del suo cedimento al “lato oscuro” del dionisiaco; e in fin dei conti come il segno di una presenza latente nel cuore stesso del neoclassicismo.

In effetti l’eredità neoclassica viene assimilata, riveduta e corretta dalla sensibilità romantica, tardo-romantica e decadentista, producendo un estetismo più tormentato: ed è qui che comincia a diffondersi, tra poeti e pittori europei, la figura di San Sebastiano come nuovo Apollo. Si può parlare di una vera e propria sebastiano-mania. Ma non erano gay i Sebastiano di Gustave Moreau (una decina) e di Odilon Redon (almeno quattro), non era gay il Sebastiano dandy di Walter Pater; anche se sicuramente — e qui sta il nocciolo della questione — il Sebastiano gay verrà costituito a partire dalle caratteristiche del Sebastiano decadentista. Più generalmente, è l’omosessuale del primo Novecento che verrà costituito a partire dalle caratteristiche dell’esteta decadentista. Sadomasochista come Swinburne, che imitando gli antichi martiri si faceva flagellare, effeminato come Lord Brummel (santo subito), o amante delle belle tappezzerie come William Morris.

Potremmo dire che la cultura omo del primo Novecento è sostanzialmente una costola pazzerella del decadentismo: ne condivide i motivi e ne porta qualcuno alle conseguenze estreme. Così Oscar Wilde recuperava Sebastiano e lo definiva “lovely brown boy”, primo tra numerosi scrittori omosessuali per i quali il nome del santo sarebbe servito da segreta parola d’ordine. Da parte loro gli uraniani, poeti pederasti e classicisti attivi tra il 1870 e il 1930, non citano mai il Santo ma sviluppano il tema del martirio del giovane soldato in tutta la sua carica erotica. Le iconografie si trasmettono e si trasformano anche a pezzi separati.

L’unico dato certo è che nel 1914 il sessuologo Magnus Hirschfeld cita San Sebastiano nel suo Die Homosexualität des Mannes und des Weibes, in una lunga lista di temi iconografici noti per eccitare gli omosessuali, assieme a molti altri e senza mai citare D’Annunzio (il cui contributo, nel contesto descritto, risulta aneddotico). Hirschfeld, che conosceva bene lo scrittore omosessuale belga Georges Eekhoud, probabilmente era stato ispirato dal breve saggio Saint-Sébastien dans la peinture del 1909, in cui era questione (in termini tutto sommato neutri) della bellezza virile del soggetto. Da Hirschfeld prende poi le mosse Yukio Mishima, che citando nel 1949 poi incarnando il Santo in un celebre scatto di Kishin Shinoyama del 1966 ratificò definitivamente la trasformazione di Sebastiano in icona gay. Da qui ebbe inizio la riscrittura omo della storia delle rappresentazioni del martire, a ritroso fino al Rinascimento, fino persino ai tempi di Diocleziano.



Santa Marina di Bitinia

Agiografia Radiofonica di Cristina Crippa e Raffaele Ventura

[Si tratta del pilot di una serie radiofonica senza destino. Sarà prima o poi disponibile una versione audio, per adesso si prega il lettore d'immaginare, quando legge il titolo di una canzone, che questa interrompa il testo, con le consuete sfumature in entrata e uscita. La preghiera finale è da immaginare con vistosi effetti di eco e riverbero, e sinfonia di voci robotiche con sfondo di clangore soffocato. Si accettano commenti e proposte.]

Vedi anche : Scene dalla vita di Santa Marina, mistero medievale contemporaneo.

I. Santa Marina giunse a Venezia il Diciassette di Luglio Milleduecentotredici. Le sue ossa avevano viaggiato per mare, e miracolosamente evitato un naufragio. Da dieci secoli viaggiavano, quelle ossa. Da dieci secoli, miracoleggiavano. Marina era nata in Fenicia, era morta in Libano. Aveva riposato da qualche parte nell’attuale Romania, e per scampare ai saraceni era stata trasferita a Costantinopoli. Da lì Giovanni da Bora, veneziano, corrotti i custodi con preghiere e con soldi, ne rapì un’ultima volta il corpo. Poi lo nascose in una cassa, e l’imbarcò fingendola colma di spezie. Ma la nave si trovò nel mezzo d’una tempesta e la cassa si ruppe, rivelando il contenuto e le carte che l’attestavano. Terrorizzato, l’equipaggio pregò e accese ceri, finché le acque non si calmarono. Il capitano attribuì alla Santa la fortuna di avere scampato la morte, invece di attribuirle la sfortuna di averla rischiata. Perché il nome non poteva mentire: Marina era la santa del mare, dei marinai e delle repubbliche marinare. Prima che la scienza moderna insegnasse le cause e gli effetti, macchinosi giochi di parole facevano emergere le segrete armonie del cosmo. I segni e le somiglianze prescrivevano cure per ogni male: Santa Lucia poteva restituire la luce ai cechi; San Cornelio proteggeva gli animali con le corna, e forse i mariti traditi. Santa Marina era un mucchio di ossa con un nome preziosissimo. La mappa del suo culto segue le coste: Calabria, Puglia, Basilicata, Cipro. Da tempo Venezia attendeva le sue reliquie, e per accoglierle aveva adibito una chiesa con oltre un secolo d’anticipo. Là riprese a miracoleggiare, mai quieta, mai sazia. Alla sua influenza si legano le glorie militari della repubblica lagunare, e nel giorno a lei consacrato si ricordano due storiche vittorie contro Padova, nel Millequattrocentocinque e nel Millecinquecentodiciassette. Marina meritò di essere nominata Patrona, e lo rimane oggi assieme a Marco, Teodoro e altri quindici santi, sebbene oggi né il nome né le ossa sembrino più operare alcun beneficio per la città. La chiesa è stata distrutta, il corpo trasferito. Ma qualcuno, in qualche luogo, progetta di rapirla ancora, e portarla con sé in una lunga e romantica luna di miele, chiusa in una valigetta su una nave da crociera fino al Mar Rosso.

SONG: TIM BUCKLEY, SONG TO THE SIREN

Leggere il seguito »



La noia di Sade o la pornografia come scienza

Che Sade sia noioso è una leggenda che fanno circolare i moralisti, per condannare l’opera del marchese senza fare la figura dei moralisti. Sessualità ripetitiva e dunque triste, si dice. Sessualità crudele, che eccita solo i pervertiti; perché non è vero, e mai lo sia, che “l’injustice fait bander”. Chissà cosa eccita i moralisti, e chissà cosa li scandalizza, se perfino Sade li annoia! E chissà come scopano, con quanto estro e fantasia, e in quali straordinari orifizi, se il sesso che leggono gli pare ripetitivo. E se i moralisti fossimo noi, che fremiamo per così poco? Supponiamo di no, per carità. E supponiamo che il problema della noia in Sade sia un problema di lettura. La cui soluzione ci permette forse d’illuminare i differenti tipi di testo cui l’opera sadiana appartiene: letteratura, pornografia, tassonomia. Non si tratta di riproporre una triplice alternativa (letteratura oppure pornografia oppure tassonomia), bensì piuttosto di farle coincidere per cogliere la natura peculiare di un’opera maledetta.

flower clock linnaeus.jpg

Le 120 giornate di Sodoma, notava Robbe-Grillet, nella loro minuziosa geometria ricordano la classificazione botanica di Linneo, o la tavola degli elementi. Ma ecco il punto: è noiosa la classificazione botanica di Linneo, è noioso Mendeleev, è noioso il codice penale o il dizionario? Certo è molto noioso leggere lo Zingarelli dalla A alla Zeta; e anche il Tommaseo, se è per questo. Ma è soprattutto molto stupido, perché non è così che si legge. Per Sade come per il dizionario si tratta di definire un metodo di lettura, adatto al particolare genere letterario che va sotto il nome di catalogo: di parole o di pratiche sessuali, di piante, di elementi chimici. E un catalogo sarà anche “noioso” se letto come un romanzo, ma di certo è utile, anzi istruttivo. Per oltre un secolo la letteratura, lo ricorda Praz, ha raccolto situazioni morbose dall’archivio sadiano; delle visioni annotate in una cella di prigione ha tratto infinita materia d’evasione. La natura piatta e classificatoria del lavoro di Sade serve dunque a costruire un’enciclopedia dell’iconografia pornografica. Non un manuale medico, non una histoire naturelle de la sexualité o una psychopathia sexualis, bensì una raccolta esaustiva di situazioni suscettibili d’indurre il desiderio, o l’orrore, o il raccapriccio. Una tassonomia appunto, o addirittura un’ontologia: con i suoi elementi, le sue categorie, le sue gerarchie, le sue combinazioni, come un database multidimensionale. Sempre alla cella si torna.

Perché in fondo e tutto sommato, è qui che oggi culminano secoli di metafisica: nel porno. La complessa architettura combinatoria delle situazioni (posizioni, funzioni corporee, oggetti, ecc.) e degli attori (età, aspetto, razza, ecc.), l’infinita teoria dei generi, e infine la possibilità tecnica di condurre ricerche complesse su archivi sterminati usando gli strumenti del web semantico, ha fatto della pornografia su Internet non solo l’erede naturale dell’opera sadiana, ma inoltre di quella di Aristotele e Porfirio. Le nuove categorie evocano quelle antiche: la sostanza, la qualità, la quantità, la relazione, il dove, il quando, il giacere, l’avere, il fare, il subire (addirittura). Ma la tecnologia le ha rese infinitamente combinabili, sicché io posso comporre la mia situazione pornografica su misura, combinando le tag con un grado di precisione sempre maggiore: “public sex” + “blow job” + “asian”, eccetera. Non sarà un grande merito, ma con Sade abbiamo a che fare con un nodo interessante della storia del pensiero occidentale: l’invenzione della pornografia come scienza. E come ogni scienza, non potrà che apparire noiosa ai profani.



L’uso dei piaceri

Ceterum secreti licentiam nanctus et quasi ciuitatis oculis remotis, cuncta simul uitia male diu dissimulata tandem profudit… (Vita Tiberi)

All’estero piace immaginare la politica italiana come un’appendice a Svetonio, ma bisogna ammettere che Svetonio non era il più affidabile dei testimoni. Le sue leggendarie descrizioni dei vizi imperiali hanno nutrito i concetti di tirannide e totalitarismo, edificando il mito mostruoso di un potere assoluto, sregolato, folle, in definitiva anarchico. Nel negativo di questo mito é stata pensata la democrazia moderna, come sistema di limitazione, regolazione, distribuzione dei poteri – ovvero dei piaceri. Il cittadino repubblicano, dice Robespierre, é destinato ad essere virtuoso ; Sade aveva già dimostrato il contrario, mettendo in scena la natura tirannica del desiderio.

Per nostra sfortuna, l’Italia é rimasta ad incarnare il mito imperiale, con i suoi papi depravati e il suo Machiavelli, e infine con il porno-teo-kolossal berlusconiano. Per nostra fortuna, dietro ogni Robespierre c’é un Sade, e ai confini della Repubblica sta una coda di macchine desideranti che ci disprezza e ci compra, perché (come annuncia il premier sul sito del turismo italiano) “L’Italia è il Paese del cielo, del sole, del mare. Un Paese magico, capace di incantare e di conquistare il cuore non solo di chi ci vive, ma anche di chi lo visita”. Questa retorica potrà anche sembrare ridicola, ma é tutto ció che vogliono sentire i russi che comprano il nostro cibo, i francesi che ascoltano la nostra musica, i tedeschi che visitano i nostri laghi. Le fantastiche leggende sui costumi dei nostri governanti non fanno che aggiungere sapore all’esperienza nella “culla di Cosa Nostra“. Come resistere al sogno di passare una vacanza tra le pagine di Petronio?

L’Italia é il sogno proibito del buon democratico occidentale: oscena e irresistibile come il potere assoluto, come centoventi giornate di Sodoma, come le giovani vergini e il sangue umano.



L’indicibile

Due sono gli ordini di cose indicibili, il sommamente sacro e il sommamente profano. Non pronunciare il nome di Dio invano, ma evita anche di dire cacca.

La mistica vuole che non si dica alcunché del Signore per timore d’insozzarlo con le parole, e la buona educazione impone di non dire nulla di osceno per timore d’insozzare le parole. Notare la differenza: le parole stanno a metà, vanno tenute pulite ma non lo sono mai abbastanza.

I mistici ricorrono alla teologia negativa (o apofatica) che invece di descrivere Dio, lo delimita entro le descrizioni di cio’ che non é: non é cattivo, non é finito, non é materiale. Le persone educate, da parte loro, se proprio vogliono raccontare oscenità farebbero bene a usare un metodo simile. Per questo hanno inventato gli eufemismi e tanta bella retorica, per girare intorno alle parole indicibili, per parlare della cacca, del sesso e della morte. La morte, il sesso: troppo profano o troppo sacro?

Se un giorno la scienza riuscisse a incrociare i geni del marchese de Sade e di Giovanni Scoto Eriugena, la mostruosa creatura  (per gli amici Scroto) senz’altro si dedicherebbe alla scrittura di elevatissima pornografia negativa: nella quale si nega tanto minuziosamente tutto cio’ di che di virtuoso possono fare dei corpi, che se ne trarrebbe – in negativo – una descrizione infinitamente scabrosa, e un’eccitazione infinita. Viceversa, un racconto erotico, integrato con le dovute negazioni, potrebbe diventare un’agiografia negativa: la santa non mostrò il suo seno, non aprí le gambe, eccetera, nei minimi dettagli di tutto cio’ che non fece la non-viziosa.

Tornando a Scroto, la sua opera più celebre inizierebbe con queste parole:

Giustina, donna tutt’altro che virtuosa, e poco incline alla preghiera, non conservò a lungo la propria la propria verginità.

I lettori più ferrati nell’arte della litote e dell’eufemismo potranno continuare questo racconto nei commenti.



Scene dalla vita di Santa Marina

Tradotte dall’aramaico e rappresentate in celebrazione della laurea di Cristina Crippa, a Venezia 14 Luglio 1408, Campo dell’Arcangelo Raffaele.

Vedi anche: Vita, Morte e Miracoli di Santa Marina

Primo Quadro

Il voto

Eugenio e Marina pregano in ginocchio, con la testa contro terra. Eugenio alza per primo la testa per una invocare Dio.

Eugenio. Onnipotente e vero Iddio, creatore di tutto ciò che esiste, senza dubbio tre persone in una, un solo Dio in infinita gloria, tu hai fatto sia la notte che il giorno, bestie, uccelli e pesci. Onnipotente Dio, sono Eugenio, il tuo servo. Padre del cielo onnipotente, con tutto il mio cuore t’invoco. Questa mattina ho sepolto Teodora, mia moglie, donna giusta e onesta. Per tutto il giorno l’ho pianta, e ora il sole tramonta. Signore Iddio dimmi, la piangerò ancora domani?

Dio (dall’alto). Poiché io ho fatto ogni cosa che vive con le mie mani, perché vivesse a piacimento per mare e per terra, ogni uomo deve obbedire, con fervore, alla mia volontà. Fa’ ora come ti dico, in nome dello Spirito Santo. Parti verso le montagne bianche, e là fatti monaco. Così ho deciso.

Eugenio. Grazie, Signore diletto, che hai voluto abbassarti ad apparire di fronte a me, creatura così meschina. Questa sera stessa partirò verso le montagne bianche, e là mi farò monaco.

Si alza Marina.

Marina. Che sento? Eugenio, padre mio così buono, tu parti?

Leggere il seguito »



Who watches the lost girls?

Mentre si palesa l’orrendo trailer dell’adattamento cinematografico di Watchmen (curiosamente accompagnato da un vecchio pezzo degli Smashing Pumpkins, parte della colonna sonora di Batman & Robin), è uscito il terzo e ultimo volume di quello che, in momenti di trasporto forse eccessivo, ho avuto modo di definire il capolavoro di Alan Moore, illustrato dalla moglie Melinda Gebbie, ovvero il pornografico Lost Girls. Consigliato agli amanti del genere, delle favole, del marchese de Sade, di Thomas Mann, eccetera.

Da poco ho ripreso a frequentare le fumetterie e a guardare l’offerta devo dire che il mercato sembra davvero fiorente, rispetto a cinque o dieci anni fa. Ora resta solo da sincronizzare al mercato, saturato dalle ristampe, una rivoluzione vera e propria: perché l’ondata britannica è pur sempre roba di vent’anni fa, e anche i vari Daniel Clowes stanno facendo il loro tempo. Ogni tanto sento parlare con entusiasmo di qualche fumetto disegnato male (che i coglioni chiamano “romanzo a fumetti”), ma mi guardo bene dal prenderlo in mano. Per il resto, prometto di stare più attento.

Lost-Girls


Teologia dell’imene

Ricordiamo con nostalgia quelle belle chiacchierate scolastiche sulla verginità delle donne che l’avessero perduta, con le quali i dotti cristiani del medioevo solleticavano la loro libido e misuravano l’estensione dell’onnipotenza divina. Ahimè, il porno su internet ha definitivamente chiuso questa epoca felice di sotterfugi, di arzigogolati sfoghi del desiderio sessuale.



Pages: 1 2 Next