sinistra nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia

Mentre ieri a Roma la situazione degenerava, ha cominciato a circolare la voce che tra le file dei manifestanti ci fossero degli infiltrati di CasaPound. La voce era infondata, ma soprattutto logicamente scorretta. Perché CasaPound avrebbe dovuto infiltrarsi nella piazza, essendo già presente in molti suoi slogan e rivendicazioni? In effetti nel frastuono di migliaia d’indignazioni differenti (tenute assieme da un pugno di capri espiatori e da qualche sputo a Pannella) c’era ampio spazio anche per la narrativa cospirazionista dell’anticapitalismo di destra.

Nel cratere lasciato dalla sinistra italiana sedimentano oramai le cose più improbabili. Gilbert K. Chesterton — uno che sugli infiltrati ha scritto tutto quello che c’è da scrivere — diceva che quando la gente smette di credere in Dio, non è che poi non creda più in nulla: bensì crede in tutto. Di tutta evidenza questo vale anche per la sinistra. Quando la gente smette di credere nel partito comunista, non è che poi non creda più in nulla: bensì crede in tutto. Quanto ci mancano Giuseppe Stalin e il Komintern, i piani quinquennali, la stabilità.

Questa nuova sinistra-che-crede-in-tutto™ è ben rappresentata da Giulietto Chiesa, celebratissimo boccalone, che alla manifestazione degli Indignati doveva intervenire in qualità di “esperto di signoraggio bancario e sovranità monetaria”. Praticamente si è infiltrato da solo. Giustamente il sito cattolico-fascista Effedieffe si lamenta di questo vero e proprio “scippo” delle teorie sul signoraggio, che oggi (più o meno ripulite) si ritrovano a sinistra. David Icke farà bene a tenersi stretti i suoi rettiliani, perché con gli indignati in giro non si sa mai che gli freghino la bella idea.



Casus belli

— Secondo lei il decentramento dei Ministeri può diventare un casus belli?
– Sinceramente non mi interessa quanto i Ministeri possano essere belli.

Divertente? Mah, insomma. La risposta del leghista Matteo Salvini potrebbe essere, nell’ordine naturale in cui dovrebbero sorgere le ipotesi: (a) una battuta scema per cambiare discorso, (b) un’incomprensione dovuta al collegamento audio, (c) una battuta che sopperisce a un’incomprensione dovuta al collegamento audio, (d) una prova d’ignoranza, (e) una battuta travestita da prova d’ignoranza, (f) una battuta travestita da prova d’ignoranza che sopperisce a un’incomprensione dovuta al collegamento audio, al fine di cambiare discorso. Una meticolosa analisi filologica mi porta a propendere per l’ipotesi (f) ma soprattutto a escludere l’ipotesi (d). Perché dovete sapere una cosa: “casus belli” non é un oscuro proverbio degli antichi romani che conoscete solo voi perché avete studiato: è un’espressione della lingua italiana, persino piuttosto comune.

Nel frattempo le bacheche di facebook e friendfeed si riempiono degli sghignazzi per la presunta figuraccia. Il leghista essendo per definizione ignorante, ogni scarto rispetto alla norma linguistica e culturale non potrà che essere interpretato alla lettera, come un errore e una prova della sua ignoranza. Esattamente il contrario di ciò che avveniva per Chance Giardiniere in Oltre il giardino: essendo considerato un genio, ogni suo scarto veniva interpretato come un motto di spirito o un’idea geniale. Questo credito ermeneutico che il leghista non possiede (come non lo possiede il povero, come non lo possiede l’immigrato) si chiama potere.

Ma del pregiudizio nei suoi confronti, della sua mancanza di potere sul piano culturale, il leghista è il principale beneficiario. Producendo uno scarto che non gli viene riconosciuto come intenzionale, il leghista smaschera il lato più odioso della borghesia di sinistra, che viene poi tessuto e ritessuto dalla pubblicistica di destra: egemonia culturale, classismo, vuoto formalismo. In fin dei conti, esiste qualcosa di meno democratico che deridere un uomo per la sua ignoranza? C’è veramente gente là fuori che pensa che non conoscere un’espressione latina renda necessariamente ridicoli e insignificanti? Chissà: intanto il leghista — che, toh, ha fatto il liceo classico — segna un punto.



Romanticismo politico

Ce n’è sempre uno con qualche talento letterario che vuole fare lo spiritoso su quanto poco divergano le fazioni nelle democrazie parlamentari bipolari. Va bene scherzare ma, ehi, questa non l’ho già sentita? Non l’ho già sentita troppo? Ebbene bisogna smetterla con questa storia, e accordarci su cosa significhi fare una scelta politica, altrimenti ci condanniamo all’eterna nostalgia di qualcosa che non è mai esistito. Lo so, brullo, tutti preferiremmo che a Porta a Porta ci fossero dei tornei di kick-boxing tra dei cyborg nazi-maoisti che promuovono la clonazione e dei preti transessuali stirneriani, ma non è detto che la politica debba essere divertente. E allora si, i leader dei due maggiori partiti italiani si accordano sul fatto che non si deve mangiare la carne umana né sterminare i mimi né andare in giro senza pantaloni. Va bene, si accordano anche su decine di altre cose. Ma il punto è che quelli che a te sembrano dettagli un po’ noiosi – a chi vendiamo Alitalia? quale categoria professionale sgraviamo fiscalmente – ebbene queste sono posizioni politiche, perché manifestano gli interessi economici di una parte della popolazione, con una lunga coda di conseguenze culturali.

Il tuo errore, secondo me, ed è un errore molto diffuso, è tentare di comprendere le posizioni sul piano dottrinale, come un insieme di credenze, e dimenticare che le credenze sono vincolate alle strutture sociali, alle istituzioni, ai sistemi di produzione e distribuzione della ricchezza. Quando il Candidato B proclama “Anch’io appartengo a un ceto economico e sociale elevato (benché di estrazione differente)”, quella parentesi è tutt’altro che superflua, se con estrazione intendi dire il milieu socio-professionale incarnato dal Candidato. Sviluppando quella parentesi, scopriremmo ciò che effettivamente distingue i due candidati; e non è poco. Ad esempio in Italia le cose vanno così: c’è un candidato dei funzionari statali e un candidato di chi ha la partita IVA.

Lo spazio politico è necessariamente delimitato, ed è all’interno di questi limiti che bisogna aguzzare la vista per cogliere le differenze: non sarà divertente come discutere della Legione dell’Arcangelo Michele, ma può servire a fare delle scelte. O a non farle.



Virgolette, prego

La prima volta che ho fatto caso a Slavoj Zizek fu quando uscì Il soggetto scabroso, e lui venne a Milano a dire cose piuttosto strambe sul cinema di David Lynch. Da quel momento, dello psicanalista sloveno si sarebbe parlato sempre di più, e soprattutto pubblicato. Dal 2003 ad oggi in Italia sono stati tradotti almeno sedici libri. La sua presenza è costante nei giornali e nelle riviste – di sinistra, perdonate la semplificazione – e nel dibattito filosofico (soprattutto all’estero). Slavoj Zizek, studioso di Lacan, di Althusser e di tutto il bagaglio strutturalista e marxista degli anni Sessanta, è probabilmente il nome più importante della filosofia continentale contemporanea, in termini di vendite e di citazioni, e non soltanto per la sua scrittura spudoratamente pop. Le lettere Z I Z E K sono le coordinate di qualcosa che è accaduto nel campo ideologico, qualcosa che va compreso (e suppongo sia per questa ragione che Massimo Adinolfi non perde occasione di riflettervi, tenendo ferma la distanza che lo separa dal suo pensiero). Tra l’altro, ora che ci penso, il 2003 è anche l’anno in cui ho fatto caso per la prima volta a Massimo Fini, per via della sua partecipazione a una “storica” puntata di Otto e mezzo, nella quale esponeva – da destra, perdonate la semplificazione – le sue critiche sull’occidentalismo e l’universalismo. L’anno successivo, il suo Il vizio oscuro dell’Occidente fu un successo editoriale.

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Cos’è successo, dunque nel 2003? Cosa significa questo ricordo, questo doppio ricordo, questo accostamento tra Zizek e Fini? Ebbene, il fatto che i due autori hanno molto in comune, o meglio hanno pochissimo in comune eppure finiscono per essere leggibili come se dicessero la stessa cosa. L’Occidente non è la verità, la Modernità non è la verità, i diritti umani non sono la verità, l’ideologia liberale non è la verità e nemmeno il parlamentarismo, e forse nemmeno la democrazia. Il primo lo dice da “destra”, il secondo da “sinistra”, ma ormai – è appunto ciò che ci dicono Zizek e Fini – queste parole siamo costretti a metterle tra virgolette. Proprio come la letteratura postmoderna, costretta a mettere tra virgolette tutto ciò che non può più essere detto sul serio. Qualcuno iniziò a parlare – proprio in quel 2003, ma senza collegare i due casi editoriali – di una convergenza tra destra e sinistra, e in un esercizio giornalistico avventato e aggressivo, diffamatorio sul piano dei fatti, ma tutto sommato profetico sul piano simbolico: Magdi Allam, sul Corriere, scrisse di un’internazionale dell’estremismo nella quale convergevano estrema destra ed estrema sinistra. Due mesi dopo, Giuliano Ferrara a Otto e Mezzo radunava un socialista nazionale, un vecchio comunista e un anti-imperialista per indagare le ragioni del loro paradossale accordo sul destino dell’Occidente.

In quel 2003, dunque, divenne ancora più chiaro che stava accadendo qualcosa sul piano ideologico: era in un certo senso l’onda d’urto del 2001, ma era anche la reazione in diretta a un altro evento contemporaneo, nel marzo di quell’anno, ovvero l’aggressione statunitense all’Iraq, attorno alla quale si mobilitò sciaguratamente il meglio (o il peggio) dell’ideologia universalista e occidentalista. In un certo senso la si bruciò definitivamente, la si mostrò dal suo profilo più orrendo, la si stuprò come non si era riusciti a fare nel 1999 con le bombe su Belgrado: retrospettivamente c’è da chiedersi se non fosse questa la strategia dei dirottatori dell’undici Settembre, che proprio come i terroristi rossi degli anni Settanta intendevano costringere lo Stato borghese a svelare la sua vera natura fascista. Altri, proprio in quel periodo, iniziarono a sospettare che dietro gli aerei dirottati ci fosse un gigantesco complotto, e qualcuno addirittura sostenne che l’undici Settembre non fosse mai avvenuto: si era passati direttamente dal dieci al dodici. Ma nel frattempo sembrava realizzarsi la profezia di Osama Bin Laden (Raccomandazioni tattiche, 2002): “Il mito della democrazia è crollato!”

L’Occidente prese a dubitare di sé stesso come non aveva fatto mai, mentre autori radicali come Zizek e Fini invitavano a rileggere la realtà storica con nuove lenti. Le loro idee provocatorie presero a nutrire il tarlo del dubbio di molti occidentali, gettando una nuova luce su dogmi che sembravano assoluti. In un certo senso, e in modo più o meno consapevole, i due autori raccolgono l’eredità di Carl Schmitt, il giurista del Reich che influenzò intellettuali di destra e di sinistra, e persino il Sessantotto (come raccontato benissimo in un libro recente di Jan-Werner Muller). Prese ad andare di moda il vecchio motto di Proudhon: Chi dice umanità vuole fregarvi. Fini racconta le conseguenze nefaste dell’universalismo e Zizek scrive un testo come Contro i diritti umani, che la quarta di copertina presenta come segue:

Nati come costruzione ideologica a salvaguardia del privilegio, i diritti umani coprono e legittimano l’imperialismo occidentale, gli interventi militari, la sacralizzazione del mercato, l’ossessione del politically correct.

L’anno seguente (l’anno in cui furono rese pubbliche le oscene immagini del carcere di Abu Ghraib), un altro dettaglio che, modestamente, non è sfuggito alla mia attenzione. Un gruppo di studiosi, uniti sotto il vessillo dell’eurasiatismo dall’interesse per tematiche e autori della destra radicale (Evola, De Benoist, Thiriart), escono dall’ombra – ovvero dalla galassia delle pubblicazioni “impresentabili” – con un progetto editoriale apparentemente apolitico, la Rivista Eurasia. Nell’epoca in cui le mappe dei conflitti ricominciano a mettere in primi piano i fattori etnici (pur sovrapponendoli a quelli economici, in una perfetta sintesi tra visioni di “destra” e di “sinistra”), la geopolitica viene ricollegata al suo inconfessabile significato originario. Sdoganamento pieno e, mi pare di capire, un certo successo editoriale, visto che la rivista procede a gonfie vele. Sulla rivista – e veniamo al punto – assieme a vari “bei fascistoni” iniziano ad apparire contributi di personaggi che con la destra non hanno nulla a che fare: professori universitari come Danilo Zolo, veterani del comunismo come Costanzo Preve, e persino Sergio Romano. Proprio Preve si fa notare come il più impegnato sdoganatore di destre, il più radicale ripensatore del marxismo, e il più acrobatico superatore della dicotomia destra/sinistra. Accanto a lui, altri come Gianfranco La Grassa propongono la necessità di “ripensare Marx” fino a sfociare anch’essi nell’eurasiatismo.

Tante cose sono cambiate in questi anni, nel modo in cui pensiamo, ed è difficile rendersene conto senza tenere nota dei dettagli, delle coincidenze. Ogni tanto, un piccolo evento ci fa capire quanta acqua sia passata sotto i ponti. L’ultimo si trova – forse – sul numero di Settembre 2008 del Monde Diplomatique, mensile di riferimento della “sinistra” europea, che pubblica spesso testi di Zizek. Al suo interno, un dossier durissimo contro l’umanitarismo che ricorda le argomentazioni sopra citate contro l’universalità dei diritti umani, che ne critica l’ambizione colonialista. Suona la campana a morto degli ideali di cooperazione internazionale che caratterizzavano la sinistra degli ultimi decenni. Io non sottovaluto la durezza di questo articolo, anche se non voglio sopravvalutare la sua novità: sappiamo tutti che la critica della Modernità faceva parte di un certo Sessantotto, quello di Marcuse ad esempio, sappiamo che Heidegger e Schmitt sono sdoganati da decenni, sappiamo che il parlamentarismo è sempre stato visto male da sinistra, che l’America non è mai stata un modello per i marxisti, che la dialettica East-West è nel DNA del Novecento. Per cui potrebbe non essere cambiato nulla. Tuttavia.

Tuttavia io ricordo le scosse di quel 2003. E percepisco la scossa di questa presa di posizione diretta e decisa contro l’ideologia umanitarista, questa linea tracciata che dice: non si torna indietro. Tuttavia abbiamo necessità di punti fermi per scaglionare il divenire ideologico, e allora oggi, nel Settembre 2008, io capisco che la sinistra non esiste più, non ha più ragione di esistere, non ha più sangue che le scorre dentro, e questa volta per davvero. Virgolette, prego: ne avremmo bisogno.



credere, disobbedire, combattere

La posizione politica dei cosiddetti Disobbedienti credo che non sia chiara a nessuno, e men che meno a loro. In verità questa oscurità – questa fondamentale impoliticità che non diventa mai anarchismo, questo qualunquismo radicale, questo internazionalismo di provincia – ha una sua interna coerenza che corrisponde al pensiero del suo rappresentante più noto, il mestrino Luca Casarini. Alcune sue parole in un recente dibattito televisivo sono riuscite a sintetizzare perfettamente l’aporia fondamentale dalla quale sorge la sua visione della politica, un’aporia della quale bisogna riconoscerlo tragicamente consapevole:

A Rina Gagliardi voglio dire che anche dal punto di vista filosofico non esiste, non può esistere, un governo non-violento. Per cui se uno è coerente, il governo non lo deve mai fare. Perché state gestendo il ministero degli interni, i militari… Per cui è tutto un ragionamento, ovviamente, di scelte di vita.

Casarini giudica illegittimi i governi formalmente democratici, e tra l’altro rifiuta il parlamentarismo. Ma è abbastanza intelligente per capire di non essere in grado di fornire un’alternativa praticabile, e di avere un suo preciso ruolo come pura forza antipolitica. La sua è una filosofia della disobbedienza, anzi una estetica della disobbedienza, in quanto del tutto svincolata dai fini. E in ciò non lontana (ma più dolce e bambinesca, come suggerisce il nome del movimento) della filosofia della violenza di Georges Sorel.



Azzar razza

I tentativi d’impiccare Alberto Asor Rosa a una frase contenuta in un suo libro sono caratteristici di un certo modo isterico di gestire la questione antisemitismo, e in particolare, la vexata quaestio dell’antisemitismo di sinistra. Se la scivolata di Asor Rosa sulla “razza ebraica da vittima a persecutrice” fosse davvero una manifestazione di antisemitismo (e in un certo senso lo è) sarebbe comunque assurdo, a seguito della catastrofica diagnosi del male, pretendere che a combatterlo basti la censura dei suoi sintomi. Se Asor Rosa fosse disposto a scorgere l’ombra di pregiudizio che lo abita, e ritrattasse, l’antisemitismo non sarebbe quell’ideologia surrettizia che giustifica il catastrofismo degli isterici. Sembra invece necessario che i pregiudizi inconsci (finché sono scivolate, lapsus, atti mancati) affiorino e siano verbalizzati. Questa verbalizzazione deve avvenire negli ovvi limiti di ciò che definirei l’ordine pubblico, poiché i sintomi non ci mettono nulla a diventare cause. Ma se il problema sono i sintomi che diventano cause, allora parte consistente del problema sono coloro che danno visibilità a questi sintomi (estrapolando frasi da testi che avrebbero letto in quattro), e che li autenticano come antisemiti, trasformando una scivolata in una manifesto programmatico. Gli isterici, appunto.

Una seconda questione gestita rovinosamente è relativa all’uso del termine “razza”, altra occasione ghiotta per delegittimare l’interlocutore. Si sa, non esistono razze da un punto di vista antropologico; cioè non esistono razze di esseri umani nel senso in cui si parla di razze di animali. Ma il linguaggio delle scienze sociali (come d’altronde quello delle scienze dure, come d’altronde il linguaggio in generale) si compone di metafore lessicalizzate: termini sbagliati se presi alla lettera, però utili. Annessi per analogia, sono poi resi proprietari di una nuova area di significato. Il termine “razza” è stato a quanto pare de-lessicalizzato sull’onda emotiva del rifiuto del razzismo biologico, e a sostituirlo ne sono venuti altri (etnia è molto in voga). Ma esisteva da prima che a qualcuno (Gobineau o chi per lui) venisse in mente di prendere l’analogia alla lettera, studiarla, teorizzarla, fondarla scientificamente e infine vedersela falsificata. Se fu proprio la metafora infelice a suggerire tale programma di ricerca, vada per la sostituzione. Cambia tutto? Forse no. Resta che l’uso del termine “razza” da parte di Asor Rosa è prima di tutto anacronistico. E con ciò intendo: è anacronistico prima di essere razzista. Asor Rosa ha una certa età, e la sua lingua non è certo la mia: chissà, magari dice anche “negro”, “paltò″ e “nembo kid”. Nembo Kid! E nessuno gli dice nulla!



La critica come merce

Malvino ripropone una vecchia domanda, “Perché gli intellettuali hanno così scarse simpatie per il libero mercato?” alla quale diedero risposte variamente celebri Raymond Aron e Ludwig von Mises (si veda il kit di autodifesa per liberali inermi di Guido Vitiello). Pensatori di destra, diciamo. Si potrebbe dire che la domanda può essere proposta soltanto “da destra”, perché da sinistra la risposta è evidente, tautologica: gli intellettuali sono di sinistra perché la sinistra è la parte della ragione, gli intellettuali sono contro il mercato perché il mercato è male. Una risposta di sinistra ma tutto sommato poco marxiana, giacché non considera le condizioni materiali di emergenza del discorso anticapitalista. E allora proviamola noi, una risposta (marxiana?).

Gli intellettuali sono contro il mercato perché determinati dal mercato a produrre discorsi di critica al mercato. Gli intellettuali sono la classe che produce critica, e la critica è il bene immateriale che sorregge l’economia postindustriale. La critica è un genere non troppo dissimile dalla fantascienza. I meccanismi di fruizione di un’opera filosofica, di un articolo di giornale, di un saggio di sociologia, sono esattamente gli stessi di un qualsiasi prodotto di entertainment. L’intellettuale è un operatore del tempo libero, un produttore di evasione: utopie, ologrammi dell’altrove, immagini di una realtà alternativa.

Un’ulteriore declinazione della critica è il turismo: cosa significare andare altrove se non “mettere in questione” il proprio luogo di provenienza? La retorica della promozione turistica si articola come continua critica alla società postindustriale, seguendo topos di grottesca apologetica antimoderna (la fusione con la natura incontaminata, le tradizioni ancora intatte, la distanza dallo stress quotidiano, ecc). Ma il turismo prevede il ritorno, come la visione di V for Vendetta o la lettura di Massimo Fini e Antonio Negri prevede il ritorno alla vita quotidiana: la critica veicolata dal mercato contro il mercato è per forza di cose velleitaria. L’evasione è momentanea, eppure sempre più pervasiva e radicale. Il tempo libero si allarga. L’eversione è dappertutto, e in nessun luogo.

L’harakiri culturale dei situazionisti, e quello effettivo di Debord in seguito, nascono da questa consapevolezza terribile. Che la critica della merce è diventata la merce più preziosa. Ma l’avere capito ogni cosa non ha loro impedito di diventare le nuove scimmiette; non lo impedirà a nessuno di noi.



Divisione del lavoro e alienazione

Ogni rivista mondana che si rispetti ha una rubrica (titolata “separati alla nascita” o “gocce d’acqua” o “affinità elettive”) nella quale vengono confrontate le foto di due più o meno celebri personalità dello spettacolo a volerne esibire la stupefacente somiglianza. Non poteva essere da meno questo blog, che della sua ineccepibile mondanità si fa vanto. La morale, ovviamente, la trarrà il lettore. Ma tra questi due testi più delle somiglianze sono interessanti le differenze. Cosa fa, a parità di socialismo, del primo un testo “reazionario” e del secondo un testo ” rivoluzionario“, del primo un antimoderno e del secondo un progressista? Ai posteri (cioè noi) l’ardua sentenza.

Attenzione a quel “c’era forse più libertà nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora“: il fascino discreto di un medioevo sostenibile come altenativa al capitalismo… Ma non si ravvisa un tono nostalgico anche nell’evocazionedella società feodale nel Manifesto del Partito Comunista?


John Ruskin, 1853

Di questo essere vivente potete fare un uomo o uno strumento, non entrambe le cose. Gli uomini non sono fatti per lavorare con l’accuratezza degli strumenti, per essere precisi e perfetti in ogni loro azione; se volete ottenere da loro una simile precisione, se volete che le loro dita misurino gradi come ruote dentate, che le loro braccia traccino curve come compassi, allora dovete renderli disumani.

Tutta l’energia delle loro anime deve essere finalizzata a farne degli ingranaggi e dei compassi; tutta la loro capacità di concentrazione, tutto il vigore, devono tendere al compimento di un atto banale. Gli occhi della mente devono essere puntati sul moto delle dita, la loro energia deve essere concentrata su tutti gli invisibili nervi che, dieci ore al giorno, le guidano e le costringono a non allontanarsi mai da un’esattezza inflessibile; così mente e vista vengono annullate e l’integrità dell’essere umano alla fine si smarrisce: un mucchio di segatura, ecco a che cosa si riduce il suo lavoro intellettuale in un mondo siffatto.

L’uomo può essere picchiato, incatenato, torturato, aggiogato come un animale, massacrato come gli insetti nocivi, e ancora rimanere in un certo senso – nel senso migliore – libero. Ma soffocare lo spirito che arde dentro di lui, distruggere e ridurre in putridi frantumi i germogli vitali della sua intelligenza, aggiogare ad una macchina, con corregge di cuoio, un corpo vivo, che dopo la morte e il lavorio dei vermi è destinato a vedere Dio, anche questo significa rendere schiavo l’uomo; e in Inghilterra c’era forse più libertà nel periodo feudale di quanta ce ne sia ora, che la vitalità della popolazione viene sfruttata come combustibile per alimentare il fumo delle fabbriche.

Karl Marx, 1844

L’operaio diventa merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che esso produce. La svalorizzazione del mondo cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce solo merci; produce se stesso e l’operaio come merce e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci.

Sostituendo il lavoro con delle macchine, si getta una parte degli operai in un lavoro barbaro e si trasforma l’altra parte in macchine. Si trasforma l’operaio in bestia e lo si rincretinisce.

In cosa consiste l’alienazione del lavoro? Innanzitutto nel fatto che il lavoro è estraneo all’operaio, vale a dire che non appartiene alla sua essenza, che dunque, nel suo lavoro, l’operaio non si afferma ma si nega.

Ne viene come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare, e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi, e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale.

Il lavoro diventa un’attività estranea all’operaio, un’attività che è passività, una forza che è impotenza, una procreazione che è castrazione. L’energia fisica e intellettuale dell’operaio, la sua vita, è trasformata in . attività diretta contro di sé, indipendente da lui, estranea



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