spazio pubblico nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Forza di Arte. Della pubblicità come condizione estetica

Ora voi, figli delle dolci Muse, mostrate dunque ai magistrati i vostri carmi, prima di tutto, accanto ai nostri, e se risulterà che voi dite le stesse cose che noi diciamo, o anche se le direte migliori, noi vi apriremo i teatri, ma se non è così, amici, noi proprio mai potremmo farlo.

Platone, Leggi VII, XIX (817a)

D’una gemma perduta sul fondo oscuro degli abissi, si può dire che brilli? D’un fiore che sboccia nel deserto, lontano dagli uomini, si può dire che profumi? Sono le domande che pone Charles S. Peirce in un noto articolo del 1878, Come rendere chiare le nostre idee, per mettere la teoria pragmatista della realtà e della conoscenza alla prova dei cosiddetti “segreti sepolti”, quei fatti di cui nessuno può avere esperienza. Da parte nostra, teniamoci lontani da simili meditazioni metafisiche e consideriamo una categoria particolare di segreti sepolti. Che dire d’un attore che recita segretamente in una sala vuota, d’un manoscritto chiuso in un cassetto, o d’un quadro stipato in una cantina? Diremo innanzitutto che senz’altro esistono dei suoni, delle parole, dei colori. D’altronde almeno una persona, l’autore, può testimoniare della loro esistenza. E tuttavia manca a questi fatti estetici qualcosa di fondamentale: la pubblicità. Ma in che modo è fondamentale la pubblicità per un’opera d’arte?

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Ubiquo, stupido e moralista

Quando ho letto il titolo, “Bastonate sul crocifisso in classe“, ho subito immaginato un povero bambino crocifisso dai suoi compagni, e percosso proprio come Gesù. Sullo sfondo, il prof. se ne lava le mani. E ho pensato: un mistero medievale, che bello! Soltanto dei severi iconoclasti puritani avrebbero potuto denunciare una simile performance. Già non vedevo l’ora di andarmelo a scaricare su YouTube, che poi è la prima cosa che faccio quando accade qualcosa di sordido. Poi, con una certa delusione ho capito che si trattava di un crocifisso ligneo, di quelli che presiedono le aule scolastiche. D’un tratto la scena mi è parsa meno fantasiosa, e l’ho anzi vista emergere in tutta la sua gravità. Anzi, mi sono proprio indignato. In particolare su questo punto:

Le immagini, riprese con un video-telefonino, non sarebbero mai andate in Rete, ma sono state trovate dai militari nel computer nel corso di un’indagine su un altro episodio di bullismo. (Corriere, 04.07.07)

Insomma, contrariamente a quanto riportato da molti giornali, il video non era stato messo in rete. Ora, innanzitutto voglio vedere come regge un’accusa di vilipendio alla religione, visto che la registrazione della performance è stata resa pubblica dagli inquirenti e dal TG5 (dunque semmai sono loro che vilipendono). Ma soprattutto: perché i carabinieri mettono le mani sui computer degli studenti? Va bene, per una denuncia di bullismo. E già qui ci sarebbe da capire che senso ha delegittimare l’autorità scolastica e privarla di strumenti repressivi se poi l’alternativa è delegarle all’esercito.

Ma sopra-soprattutto: poiché i nostri computer sono, in un modo o nell’altro, segretamente come nel chiuso della nostra mente, disseminati di crimini potenziali, di opinioni pericolose, di materiale copiato, di conversazioni personali, di performances blasfeme, e la loro pubblicazione può trasformarci in criminali, quanto tempo ci vorrà ancora perché la perversa unione dello stato di diritto, del sistema etico-mediatico e delle barzellette sui carabinieri si trasformi in una gabbia di paranoia totalitaria? Lo notavo già parlando dell’accusa del sangue nella legislazione nazista: caratteristica di un regime è questa particolare forma di terrorismo, che trasforma ogni cittadino in un criminale, e solo per grazia provvisoria non viene sanzionato. Ubiquo, stupido e moralista: questo è lo stato che ci attende.



Stare sulla notizia

Scritta contro il Papa a Padova su un muro del liceo Fermi, la preside la fa cancellare.”

E le scritte nei cessi, ne vogliamo parlare?



Igiene retorica

L’argomento omofobo secondo cui ognuno a casa sua può fare ciò che vuole, ma non con ciò pretendere di vedere riconosciuto il proprio diritto di esistere socialmente, è curiosamente del tutto identico all’argomento laicista secondo cui la fede religiosa è questione che riguarda la coscienza individuale, e non deve estendersi fuori da questi limiti.

Sono argomenti ipocriti innanzitutto perché si permettono di concedere ciò che è (da noi) fuori discussione – la libertà del pensiero e del buco del culo. Ma sopratutto perché la concessione de facto sulla sostanza implica la sanzione di qualsiasi manifestazione della sostanza. In altri termini non solo si fraintende la natura precipuamente sociale di questi fenomeni (l’omosessualità, la religione), ma si tenta di costruirne dei surrogati inoffensivi del tutto privi di effetti. Delle versioni immateriali e “buone” da contrapporre a versioni “cattive” che, osando irrompere sulla scena pubblica, travalicano i limiti della decenza sessuale, etica, culturale. Ma questi fenomeni sono per essenza pubblici, per essenza esistono soltanto in quanto si manifestano.

Una corretta igiene retorica richiede perciò che le presunte, speculari, concessioni siano chiaramente riformulate nei termini effettivi: quelli di un rifiuto all’esistenza stessa di omosessuali e credenti.