Spettacolo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Per farla finita con il positivismo giuridico

L’abisso tra la forma e la sostanza non può che scavarsi in una civiltà giuridica che, votata al culto della prima, dimentica che ciò che conta è (si suppone) la seconda. Ci troviamo dunque di fronte al paradosso di un’intensa codifica che riguarda diritti inalienabili fino alla terza generazione, con annesso dibattito, mentre dappertutto lo Stato va sfaldandosi, incapace di dare sostanza alle forme che produce, e garantire le condizioni di vita elementari: salario, sicurezza, sanità, ecc.

Si tratta senza dubbio della forma più evidente dello Spettacolo e la più terribile e anche la più idiota. Infatti non basta scrivere una legge perché questa esista. Tuttavia questa simulazione compone poco a poco un doppione spettacolare dello Stato, un ologramma inerte, una pura e vuota ideologia, che in molti casi può bastare. Questo Stato è l’ordinamento kelseniano, come duplicato del sistema normativo, ed è davvero bello, è davvero il paradiso; tuttavia, proprio come il paradiso, esiste soltanto sulla carta.

A governare la città è un altro Stato, cui forse non spetta nemmeno la maiuscola: è lo stato delle cose, è l’Azienda, è il Cantiere, è l’Ospedale, è la Famiglia, è la Scuola, è il Campo, è la Prigione, è Gomorra.



The show must go on

Being an enquiry into the mechanism of Authority in two Shakespeare’s historical plays.

KING LEAR: Dost thou know me, fellow?
KENT: No, sir; but you have that in your countenance which I would fain call master.
KING LEAR: What’s that?
KENT: Authority.

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La contraddizione

A visione avvenuta, non c’è molto altro da dire su V for Vendetta, il film. Una di quelle opere di cui la fruizione è superflua per capirne la grandezza, perché essa è nell’idea stessa (com’era per il gibsoniano The Passion), nell’incontro tra l’idea, il medium, il contesto di diffusione. Non importa la convenzionalità della forma artistica, o quanto didascalici siano i riferimenti all’attualità: il messaggio rimane potentemente ambiguo, contradditorio, aporetico – ed è questa la sua forza, non la sua debolezza, come sembra intenderla Massimo Adinolfi. “Da cosa mettono in guardia dunque i fratelli Wachowski: da loro stessi?” scrive, parafrasando il livore di Baudrillard che definì Matrix un film sulla matrice come l’avrebbe prodotto la matrice stessa. Ma certo, questo è il punto: la contraddizione. Un significato è sempre una contraddizione, altrimenti sarebbe una tautologia. V for Vendetta è un’esplosione di significato nei multisala di tutto il mondo, e il vero spettacolo sono gli spettatori inebetiti dall’orgia anarchica che tornano alle loro vite di consumatori, a consumare altre rivoluzioni. Leggere il seguito »



La critica del teatro come critica del potere

Allo “spettacolo” si deve opporre la ” situazione”, ovvero la produzione di rappresentazioni nelle quali non esiste separazione tra chi produce e chi assiste (subisce?), ma tutti producono e assistono allo stesso tempo.

Nella prospettiva di Debord si combatte il mondo come rappresentazione alienante determinata dal potere, così metaforicamente simile al teatro secondo Rousseau. E le feste che il ginevrino proponeva, cosa sono se non “situazioni”? Realizzate poi sotto lo stato giacobino come “feste rivoluzionarie”.

Carattere plein-air delle rivoluzioni, noterà Walter Benjamin, psicogeografo.