stato di diritto nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



L’unico argine

1. Citazione

Anch’io sono contro l’ora legale perché rappresenta un’altra forma d’intervento e coercizione statale. Io non faccio questione di politica, di nazionalismo o di utilità: parto dall’individuo e punto contro lo Stato. Il numero degli individui che sono in potenziale rivolta contro lo Stato, non già contro questo o quello Stato, ma contro lo Stato in sé, sono una minoranza che non ignora il suo destino, ma esistono.

Lo Stato, colla sua enorme macchina burocratica, dà il senso dell’asfissia. Lo Stato era sopportabile, dall’individuo, sino a quando si limitava a fare il soldato e il poliziotto: ma oggi lo Stato fa tutto: fa il banchiere, fa l’usuraio, fa il biscazziere, il navigatore, il ruffiano, l’assicuratore, il postino, il ferroviere, l’imprenditore, l’industriale, il maestro, il professore, il tabaccaio, e innumerevoli altre cose, oltre a fare, come sempre, il poliziotto, il giudice, il carceriere e l’agente delle imposte. Leggere il seguito »



Grammatica elementare

Ammettiamo che sia giusto che una marea di cretini siano rappresentati in parlamento da una giusta percentuale di cretini. Tuttavia, una sana democrazia parlamentare dovrebbe disporre di adeguati strumenti per rendere inoffensivi questi rappresentanti cretini, sottomettendoli al rispetto di una schiera paralizzante di leggi, regole e norme, che anche scoraggi gran parte di loro dall’intraprendere una carriera politica. L’idea di democrazia che si sta diffondendo in Italia è invece tutt’altra, ovvero che ai rappresentanti sia concesso di dire e fare qualsiasi cosa, anteponendo una specie di mandato popolare “in bianco” al rispetto della legalità, delle consuetudine, della decenza, della competenza. Ebbene, così non funziona. Va bene la rappresentanza, necessario fondamento metafisico della legittimità democratica, ma diamine che resti una finzione, un pretesto, e si sottometta al più presto ogni cretino ai vincoli della razionalità procedurale dell’ordinamento statale, alla sua grammatica elementare. Basta parole in libertà, che vengano processati questi ministri e questi parlamentari e questi amministratori locali, gli si metta almeno una multa sul parabrezza.



Che cos’è uno stato totalitario?

Scovando per caso un breve testo di Benito Mussolini contro l’ora legale, mi sono accorto di come il concetto di Stato totalitario si adattasse assai meglio – diciamo come tendenza – allo Stato di diritto contemporaneo, piuttosto che ad un regime fascista o nazionalsocialista (cui spetta piuttosto il nome di dittatura). Addirittura, nell’argomentazione mussoliniana è proprio la critica della “enorme macchina burocratica” che da forza alla pretesa di abbattere lo Stato democratico e sostituirlo con un regime autoritario.

In effetti la cifra peculiare del fascismo è di sospendere ovunque lo Stato e sostituirlo con il Partito (PNF, NSDAP) per garantire una totale discrezionalità dell’esercizio del potere e configurando così una tendenza anarchica. A invadere le sfere della vita pubblica (scienza, cultura, arte) non è lo Stato, bensì il Partito, che sostituisce inoltre direttamente diversi organi statali (governo, polizia). Se lo Stato è un sistema impersonale contraddistinto dalla regolarità e dall’oggettività, le dittature di Mussolini e Hitler non corrispondono a uno Stato ipertrofico, bensì al contrario a uno Stato piccolissimo, ridotto al lumicino e paralizzato. Se lo Stato è l’ordinamento giuridico, colui che decide sullo stato d’eccezione decide la stessa sospensione dello Stato: Mussolini governava per decreti, che è come dire che sospese il Parlamento, ed Hitler decretò addirittura, appena giunto al potere, la derogabilità della Costituzione, che è come dire che sospese lo Stato (il problema della democraticità della decretazione è quantomai attuale, come ho già avuto modo di scrivere). Inoltre, le esperienze fasciste del Novecento sono state caratterizzate da una forte semplificazione dei meccanismi amministrativi, dallo sfoltimento degli organi statali, da un progressivo accentramento del potere, da una lotta senza quartiere contro la burocrazia (la quale, almeno in Italia, ebbe vinta la partita: e se sconfisse Mussolini, non oso immaginare cosa farà a Renato Brunetta).

Se così stanno le cose, come siamo finiti a parlare di “stato totalitario” per definire una dittatura? Il termine nasceva, negli anni Venti, in relazione all’esperienza sovietica, che annetteva in seno allo Stato la sfera dei rapporti economici: “il moltiplicamento, il perfezionamento dello Stato”, scriveva in proposito Mussolini nel passo sopra evocato. La confusione sorge dall’impiego programmatico da parte di Hannah Arendt del concetto di “totalitarismo” per abbracciare indiscriminatamente nazionalsocialismo e comunismo; impostazione per nulla neutra, e ripetutamente stigmatizzata da parte marxista (sulla questione del fascismo, invece, si veda questo recente intervento di Emilio Gentile). La fortuna del concetto potrebbe essere l’immagine rovesciata dell’ideologia di chi l’ha prodotta e consumata: la cultura liberale di matrice anglosassone, che diffidando dall’ipertrofia statale e normativa, ha sintetizzato l’esperienza fascista in un’esperienza statalista e totalitaria. Al contrario, se vincoliamo il concetto di Stato alla Costituzione e all’integrità dell’ordinamento giuridico (che è tutto sommato un criterio alquanto arbitrario) l’esperienza fascista apparirà evidentemente anti-statale, e di conseguenza non potrà essere detta totalitaria.

Va tuttavia ricordato che il concetto di totalitarismo non fu assente dal discorso pubblico interno alle dittature novecentesche. Di “Stato Totale” parlano Carl Schmitt e il suo allievo Ernst Forsthoff, intendendo con ciò lo Stato completamente realizzato, l’entelechia del politico a fronte dello Stato liberale. Goebbels avrebbe dichiarato – ma la citazione è riportata – che la Germania nazista vuole essere uno “stato totalitario che copra ogni sfera della vita pubblica“: il riferimento è qui alla dottrina hegeliana dello Stato, e in questo senso il totalitarismo evoca la sovrapposizione definitiva tra la vita della razza e la vita politica, e il superamento della coppia di società civile e Stato nella totalità sostanziale della comunità. Similmente Giovanni Gentile rivendicò il totalitarismo dell’ideologia fascista poiché non doveva esserci alcunché al di fuori dallo Stato. Se accettiamo le definizioni di Goebbels e di Gentile, arriveremo al concetto di totalitarismo attraverso un banale inganno: essi lo chiamano Stato, ma pensano al Partito.

Tuttavia, per quante sfere della vita pubblica riuscisse a coprire, lo stato nazionalsocialista è assai poca cosa in confronto a una qualsiasi democrazia occidentale d’ispirazione illuminista, dal punto di vista della ideale pervasività dell’ordinamento giuridico e della tendenza, appunto, a regolare ogni forma di rapporto sociale. Non c’è dubbio che la quantità di “fatti” (o di “tipi di fatti”) che cadono sotto la giurisdizione statale sia oggi, in Italia perlomeno, enorme (ma lo era già nel 1920, a parere di Mussolini). Se così stanno le cose, dovremmo iniziare a fare i conti con il nostro totalitarismo e con l’ideologia che lo sostiene, oltre che con la sua sostenibilità: fin dove vogliamo e possiamo spingerci? E soprattutto, crediamo davvero che l’insieme dei rapporti di potere sia un insieme finito che potrà essere prima o poi esaurito con la sola buona volontà dei legislatori? Il problema è che, proprio quando il “totalitarismo democratico” mostra i suoi limiti e la sua inefficacia, si fa sempre più urgente la tentazione di “sospenderlo”, passando da Weimar a Hitler. Lo stallo legislativo produce emergenze, e le emergenze sono ingestibili dallo stato di diritto.

Tutta la faccenda si basa su una certezza abbastanza ingenua, come ho già scritto: l’idea che lo Stato sia in grado di applicare le leggi che produce, e che il mondo retto dalle sue regole sia l’immagine del mondo descritto dal corpo normativo. Una sorta di visione “magica” della legislazione. A questa illusione contribuisce la macchina spettacolare, che da rilievo all’infrazione sanzionata ma non può rappresentare gli spazi sostanzialmente estranei alla giurisdizione statale, retti da principi comunitari, tribali, feudali: il risultato è una rincorsa alla normazione totale di tutti i rapporti sociali (ovvero tutti i rapporti di potere), ma una rincorsa ovviamente vana. Lo Stato contemporaneamente si estende e si ritrae, o più esattamente s’intensifica per compensare la scoperta della sua non-estensione, per salvarsi dall’inesistenza.

Questo abisso tra utopia totalitaria e presenza circoscritta – incarnata perfettamente dal dispositivo carcerario (che sanziona l’infrazione della norma attraverso la temporanea esclusione dalla garanzia delle norme), dalla periferia, dalla violenza domestica – mi pare il paradosso definitivo sul quale misurare il senso e il fine del concetto di Stato, e più generalmente il senso e il fine del politico.



Necessitas ipsa sibi facit historiam

Mentre mi documento un po’ sulle recenti misure emergenziali del nostro governo, mi chiedo se non si possa riassumere la storia di un repubblica democratica semplicemente stilando l’elenco dei decreti emanati dai suoi governi (o delle leggi più consultate). Il fatto che venga fuori un ritratto fedele ci dice senza dubbio qualcosa, ma non è detto che questa cosa sia rassicurante.



Legge e libertà di espressione /3

Un’altra risposta alle mie riflessioni sulla libertà d’espressione (1, 2), da parte di Mauro de Zordo. Il problema sembra essersi spostato (e mi prendo il merito di averlo spostato, con l’aiuto del Dr. Nulla) alla questione dell’oggettività dell’espressione linguistica, ovvero la stabilità semantica e pragmatica del messaggio. Riformulo i miei propositi mentre rispondo alle obiezioni, che in parte accolgo.

1. Quando dico che “la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge” non sto citando Giuliano Ferrara (!) ma enunciando il fondamento dello stato di diritto. Ovviamente questo va preso con le molle: si sta sempre parlando di legge, ovvero di legge giusta, ovvero esercitata da un’autorità legittima. La prescrizione illegittima non è legge; il tiranno non è il sovrano. Questione di punti di vista, almeno dai tempi dell’elegantissima soluzione del paradosso dell’obbedienza nella teologia politica cristiana, da parte di Giovanni di Salisbury. La legittimità non è nulla che possa essere determinato in maniera oggettiva, nulla contro cui non si possa opporre la propria rivolta ermeneutica. Ma formalmente, le cose stanno in questo modo: come soggetto politico di un’autorità legittima sono libero in quanto soggiaccio alle norme emanate da essa. Si tratta di una delle tante versioni possibili della libertà, non certo l’unica. In questo caso sono libero come soggetto politico, ma non per forza come entità fisica, né come macchina desiderante (ma provate a immaginarla, una società di macchine desideranti). Può anche darsi che io non percepisca come legittima l’autorità dello stato nel quale vivo. Oppure, se mi trovo in carcere, che la mia libertà politica confligga con la mia libertà deambulatoria. Fatto sta che non si può azzerare la storia della filosofia del diritto, non si possono improvvisare norme e regolamenti sulla base dell’umore dell’epoca senza curarsi della coerenza dell’insieme. Come ho tenuto a fare notare, e lo ribadisco perché una certa distorsione prospettica potrebbe farmi passare per una specie di promotore della tirannide (vi vedo, avvoltoi), sto soltanto dimostrando a posteriori norme e istituti già vigenti in ogni stato democratico. Però insomma, quando mi dici che “il problema è decidere chi decide quali sono gli atti linguistici da censurare”, evidenziando quello scandaloso chi, mi lasci davvero sgomento: perché allora bisognerebbe anche chiedere chi decide che per votare devo usare la matita invece del pennarello. Ma scusa, chi vuoi che sia?

2. L’incertezza della stabilità semantica è un fatto, e nessuno intende negarlo. Io di sicuro no. Però non esageriamo, ci vuole un po’ di fede: il miracolo della comunicazione esiste! Ad ogni modo, dopo le prime obiezioni del Dr. Nulla ho creduto opportuno considerare come unità minima sulla quale discutere non la pura materia fonica o segnica, l’espressione de-contestualizzata, ma la coincidenza tra espressione e “condizioni di felicità“. Insomma, oggetto del diritto non sono i proferimenti ma gli atti linguistici. Così, si risolve automaticamente il problema della causalità tra evento linguistico e conseguenza pragmatica: le condizioni di felicità sono l’insieme delle situazioni extra-linguistiche che determinano l’effettività dell’atto linguistico. Ovvero, dal punto di vista legale, il fatto che un certo proferimento sia da considerare o meno un’infrazione o un crimine. Ovviamente rispetto alla pragmatica linguistica classica bisogna prevedere un modello probabilistico: una certa coincidenza tra evento linguistico e condizioni extra-linguistiche ha una certa probabilità di produrre tali conseguenze, e se la probabilità supera un certo valore è lecito intervenire. Ad esempio, se l’espressione è “Bisogna togliere di mezzo X” e le condizioni sono uno scambio di denaro tra un politico corrotto e un sicario della mala, la probabilità che l’atto linguistico causi la morte di X sono molto alte. Se invece la stessa espressione è pronunciata da un professore di matematica, si tratta soltanto di un’equazione. Ma questa “ambiguità” vuole forse dire che lo stato non deve sanzionare il mandante di un omicidio? Anche questa, però, è una limitazione della libertà di espressione. E’ dunque lecito riflettere sui criteri con i quali intervenire in questo ambito.

3. Però bisogna ammetterlo: la violenza linguistica mette in crisi la convivenza civile in modo molto più lento e meno immediato di quanto questo gioco mentale voglia fare sembrare, nelle situazioni di conflitto permamente o guerra civile latente (ad esempio, l’Europa dopo la Riforma). Insomma, il problema è che le percentuali di rischio potrebbero essere infinitesimali, o a termine troppo lungo per potere essere misurate o previste. Se così fosse, ed è possibilissimo, la mia argomentazione pseudo-raziocinante non porterebbe a nulla, o nulla di nuovo. Allora il problema è un altro, e riguarda le conseguenze indirette e a lungo termine. Per regolarle, il diritto non può fare riferimento ad altro che al proprio fondamento irrazionale e ideologico (in verità forgiato da secoli di utilissima “selezione naturale”): l’universo dei valori morali. Su questo piano, si tratta dunque di risolvere il conflitto tra due di essi: la tolleranza e la libertà di espressione. E non resta molto su cui argomentare.



Legge e libertà di espressione /1

Per riflettere sulla libertà di espressione dovremmo forse iniziare col definirne il primo termine: un termine apparentemente trasparente e invece opaco, un termine molto usato o meglio abusato: il concetto di libertà. Nella lingua comune, chiamiamo “libero” colui che non obbedisce a nulla, che agisce secondo la propria volontà, senza interferenze esterne. E qui ci sarebbe senz’altro da discutere ancora, per capire se sia possibile davvero essere liberi, o se la volontà sia invece sempre il prodotto di un’interferenza. Ma ben oltre questo dilemma psicologico e morale, la libertà ha anche un’ambiguità politica. Addirittura, potremmo dire che nel sistema politico che noi conosciamo come democrazia, nel sistema politico nel quale viviamo, il concetto di libertà ha un senso rovesciato.

Perché in fondo la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge; è l’obbedienza alla legge che garantisce la libertà. Questa idea si trova già nel pensiero medievale, che la consegna alla filosofia politica moderna e illuminista. Tommaso d’Aquino aveva colto l’esistenza di un rapporto tra la legge e la libertà, un rapporto di filiazione della libertà dalla legge. Questo è forse il fondamento ideologico dello stato di diritto, e lo stato di diritto è il nucleo della democrazia. Il voto è soltanto il momento spettacolare della democrazia, o meglio, proseguendo la metafora botanica, potremmo considerarlo come una semplice buccia: bella d’aspetto e buona a proteggere. Ma ciò che definisce lo stato democratico è proprio questa normazione universale, razionale, astratta – che considera tutti uguali e garantisce a tutti lo stesso trattamento, garantisce la libertà nella sottomissione alla legge. E’ il principio per il quale si obbedisce alla legge per non dovere obbedire a nessun uomo. La legge è sovrana, dicevano gli antichi. E soltanto la legge può porre fine al conflitto permanente, alla guerra di tutti contro tutti.

Quando parliamo di libertà d’espressione, allora, non dobbiamo dimenticare questo: ovvero che se libertà è la sottomissione alla legge, e questa sottomissione è la garanzia che non si sarà sottomessi a nient’altro se non alla legge, allora anche la libertà d’espressione potrà, o dovrà, essere intesa entro questi limiti, in un significato “tecnico” di libertà che ci costringerà forse ad abbandonare l’idea un po’ infantile (e irresponsabile) della democrazia come grande asilo nido nel quale tutto è concesso, nel quale il concesso diventa obbligatorio. Perché se le parole sono atti, se le parole hanno un valore, se le parole sono capaci di trasformare la realtà – e noi vogliamo, crediamo che le parole abbiano questo potere – ed è per questo che le teniamo in grande considerazione – allora le parole, come tutti gli atti, come tutti gli atti politici, come tutto ciò che fa parte del mondo, fanno parte anche di ciò su cui è possibile legiferare, qualora esse rechino danno. Le parole possono colpire, ferire, cambiare, trasformare. E non mi riferisco a una nonnina offesa da una bestemmia, ai bigotti inoffensivi di casa nostra: penso alle polveriere sempre più diffuse dei conflitti etnici e religiosi. Lì dove una parola di troppo è come un dito sul grilletto.

Se studiassimo la storia della censura con meno superficialità, ci accorgeremo forse di come essa sia stata più spesso uno strumento di amministrazione civile che di repressione politica. Pur senza rimpiangerla, possiamo intuirne la necessità. Ma ci basta guardare all’attualità, all’attualità così poco moderna che ci circonda, che la modernità la circonda, la divora, la inghiotte poco a poco. Lì dove le parole contano ancora, pesano come macigni. Lì nel conflitto permanente. Sarà il caso di essere gli ultimi giapponesi della libertà di espressione in un mondo nel quale una vignetta di troppo può provocare una sommossa? O forse questa ostinazione è soltanto un’altra forma di fondamentalismo, il fondamentalismo illuminista? Forse dovremmo semplicemente lavorare a una concezione più matura di libertà.



Il delitto perfetto

Le tradizioni vanno rispettate: dopo l’uso, il monarca si decolla.

Ma di solito gli assassini non domandano l’approvazione. Non lasciano prove e non esibiscono il loro crimine. Si nutrono di vendetta, e il sangue è l’unica legittimità che cercano. Nessuno, quindi, si sogna d’importunarli per insegnare loro la morale, a maggior ragione se il lavoro sporco lo stanno facendo per conto della Storia.

Ma quando gli assassini tentano il virtuosismo in area, il delitto perfetto – quando scomodano i tribunali, ovvero lo stato di diritto – quando riprendono l’esecuzione in diretta e se ne fanno vanto – allora se le vanno a cercare. E l’equilibrio instabile delle loro ragioni, della loro giustizia, basta un talk show in prima serata a farlo crollare. Dietro alle immagini pulite silenziose edificanti del tiranno giustiziato emergono quelle altre sporche sgranate che non edificano un bel niente e per giunta insegnano le parolacce ai bambini. Dietro alla burla del processo gli enormi buchi di un meta-diritto impossibile e ipocrita, disomogeneo nella sua applicabilità, ingenuo come il Settecento. Infine e soprattutto, dietro alle decisioni di uno stato sovrano, al quale si dedicherebbe una certa dose d’indifferenza, il fantasma dell’occupante con il saltuario vizietto della pena di morte.

D’un tratto la questione, in sé naturale anzi fisiologica, sembra richiedere da chiunque un commento, un giudizio, una ramanzina, uno sciopero della fame, una moratoria internazionale, un’opinione almeno. La morte bella e giusta del tiranno finisce nel cortocircuito di una legittimazione impossibile. Hanno voluto strafare, questa è la verità.