teatro nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Posologia della catarsi

Ma ho questo contro di te: che tu tolleri Iezabel, quella donna che si dice profetessa e insegna e induce i miei servi a commettere fornicazione, e a mangiare carni sacrificate agli idoli.
Apocalisse 2:20

La nostra epoca — o per meglio dire, quella spaventosa macchina da guerra nota come marketing culturale — ha risolto un antico dibattito, ovvero se l’arte debba dilettare o servire al bene comune. Dilettare, ovviamente. Ma facciamo finta per un attimo che l’arte non serva solo ad alienare unità di tempo libero, e che abbia invece un ruolo fondamentale nella regolazione della vita sociale. Che fare, allora, degli artisti irresponsabili che indicano ai giovani la strada della perdizione?

Innanzitutto, si dovrebbe stabilire, una volta per tutte, se l’arte sfoghi oppure alimenti le condotte che rappresenta. Schiere di aristotelici hanno già la risposta pronta — sfoga! purga! purifica! — ma dovranno vedersela con avversari piuttosto agguerriti: dai pontefici romani che si opponevano alla costruzione dei teatri, come racconta Agostino, ad Agostino stesso, che non esita a parlare di una peste anzi di una pandemia, che non debilita i corpi ma i comportamenti, e del vizio che rischia di contaminare tutta la comunità (De Civitate Dei, I, XXXII), per arrivare fino a Jean Jacques Rousseau nella lettera sugli spettacoli, per il quale l’effetto generale del teatro è di “aumentare le inclinazioni naturali e dare nuova energia a tutte le passioni”. Sfortunatamente, pochi oggi sono coloro che prendono sul serio i pontefici romani e i filosofi cristiani o ginevrini, ricacciando piuttosto le loro osservazioni nel proverbiale pregiudizio anti-teatrale, “préjugé barbare” come scrive D’Alambert.

Invece sarebbe opportuno prendere sul serio entrambe le teorie — curativa e infettiva — e comprendere come hanno fatto a sopravvivere malgrado la loro insanabile divergenza. In che misura, sebbene contraddittorie, queste teorie dicono entrambe la verità?

Da sempre, le opposte teorie si confrontano: ai tempi delle guerre di religione, mentre negli editti reali il “cattivo esempio” era ancora definito come fonte di contaminazione (Stati di Orléans, 1560, art. XXIV), i drammaturghi già iniziano a prendersi per taumaturgi (“Une histoire advenue dedans Paris… Ce que pourra chacun inciter/ Suivre le bien, et le mal éviter”, Jean Bretog, Tragédie française à huit personnages traitant de l’amour d’un serviteur envers sa maitresse, et de tout ce qui en advint, 1571). Il Cinquecento è il secolo della riscoperta della Poetica di Aristotele, grazie tra l’altro ai commentarii di Pier Vettori, Giraldi Cintio, Giulio Cesare Scaligero, Alessandro Piccolomini, Lodovico Castelvetro; e altrove è un fiorire di prefazioni e prologhi un poco ipocriti, in cui gli autori vantano i meriti esemplari delle loro tragedie, mentre è ovvio che nella sala tutti s’aspettano soprattutto i fiumi di sangue.

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È davvero suggestiva l’ipotesi omeopatica secondo la quale la rappresentazione parteciperebbe a neutralizzare l’esistenza di un certo fenomeno sociale; questo giustificherebbe la messa in scena di grandi quantità di oscenità, deviazioni, torture, orrori. Sfortunatamente, l’idea dell’arte come una spugna miracolosa che assorbe i mali della comunità non trova oggi molti riscontri empirici: al contrario, si ha notizia talvolta di qualche omicida di massa in pose da Old Boy. Va bene non esagerare il peso di simili fenomeni di emulazione, e tuttavia provano che avviene qualche tipo di trasmissione dalla finzione alla realtà. Perlomeno nelle forme. Almeno fin dai tempi di Goethe i giovani si ammazzano per imitare gli eroi letterari, e risulta davvero poco convincente l’ipotesi secondo cui sarebbero molti di più quelli che hanno deciso di non suicidarsi in seguito alla lettura del Werther. Ma in fondo chi può dirlo? Se poi in certi casi l’arte sfoga e in altri alimenta, da cosa dipende? Prendiamo un esempio caro ai nostri lettori: le donne nude. Come incide la loro esistenza di carta, pixel o celluloide sul bilancio libidinale della nazione? Calma i sensi o fa divampare i fuochi della passione? La risposta è nota a tutti noi blogger, frequentatori dei bassifondi della rete, costretti in uno stato di eccitazione permanente che ci rende aggressivi, intrattabili e terribilmente reazionari.

I sostenitori della teoria dello sfogo citano dunque Aristotele, ma dimenticano che il meccanismo catartico funzionava soprattutto perché al piacere si mescolavano timore e pietà: sfogato attraverso l’arte, è vero, lo spettatore si guardava però bene dall’imitarla e non s’ingenerava alcun circolo vizioso. La perfezione del meccanismo catartico consisteva appunto nell’associare — in modo quasi pavloviano — il piacere al timore, il nodo allo snodo, la causa tentatrice all’effetto ributtante. Attirare il pubblico dilettandolo con le più scabrose condotte e poi stenderlo con una morale terribile. Notava bene Rousseau: è necessario soddisfare la domanda poiché “l’autore che volesse urtare il gusto generale non comporrebbe presto per altri che per sé”. E già Lope de Vega argomentava sul ruolo essenziale del piacere del pubblico e concludeva che a tale fine “tutti i mezzi sono buoni”. Ma il solo piacere non realizza alcuna catarsi, al contrario. La trappola non scatta, la comunità non si purifica.

Il momento è catartico? Assolutamente no. Quale artista oggi prende la pena di condannare i suoi personaggi — insomma chi ha ancora il coraggio di scrivere operette moraliste o tragedie? Lo fece Brian De Palma con Scarface, ha cessato di farlo Quentin Tarantino; e tuttavia, cosa cambia? Saviano insegna: malgrado la fine tragica (o in sua virtù) Tony Montana è sempre un mito per piccoli e grandi delinquenti. Ma chissà, forse una dose di emulatori è fisiologica, forse sono proprio gli infiniti cattivi esempi che il cinema ci ha mostrato ad averci indirizzati sulla retta via, o forse semplicemente non sarebbe cambiato nulla.

Più probabilmente, il capitalismo della seduzione si permette oggi di alimentare ipertroficamente ogni passione perché può anche soddisfarla, in un eterno circolo di consumi culturali dai quali dipendiamo — e che presto, tragicamente, non potremmo più soddisfare. Al modello catartico, insomma, si è sostituito il modello narcotico: il quale senza dubbio è in grado di contenere localmente il desiderio, ma risulta globalmente costoso in termini puramente economici. Ogni sforzo umano e ogni idrocarburo bruciato tendono al soddisfacimento attraverso rappresentazioni di bisogni generati da rappresentazioni, al fine di arginare indefinitamente l’eruzione violenta dei nostri istinti.



La commedia del debito. Carlo Goldoni economista

ANSELMO: El comico pol aver tutte le virtù, fora de una.
ORAZIO: E qual è quella virtù che non può avere?
ANSELMO: L’economia.
C. Goldoni, Il teatro comico, I, 6.

Lasciate stare Marx, Pound, Stieglitz o Gallino. Per capire la crisi, rileggete Goldoni. Rileggete la Trilogia della villeggiatura e La Bottega del caffé. Perché lì dentro c’é tutto: dal credito al debito, dalla società del consumo alla bancarotta…

Il problema è che non abbiamo ancora preso la misura di Carlo Goldoni. A noi pare d’avere a che fare con un Molière minore, e per giunta tardivo; con un giocoso dipintore dei vizi della società del suo tempo; e un poco persino con un venditore di gondole, che ci accompagna nelle pittoresche atmosfere del Settecento Veneziano. Tutto questo basterebbe a tenerci lontani dalla sua opera, come alcuni stanno ormai lontani dalla città di Venezia. E tuttavia sarebbe un errore, perché Carlo Goldoni fu molto di più. Più di un venditore di gondole, beninteso; più di un moralista o d’un immoralista; e più di Molière, se vogliamo. Con Goldoni siamo già piuttosto dalle parti di Honoré de Balzac, ovvero alla nascita di un’arte intesa come scienza, come paradigma conoscitivo, e in particolare come modello dei rapporti economici. Ma Balzac nasce cinque anni dopo la morte di Goldoni, perché scomodarlo? Andiamo con ordine, e scomodiamo di conseguenza. Nato nel 1707, morto nel 1793, Carlo Goldoni fu contemporaneo di Adam Smith, nato nel 1723, morto nel 1790. (Nonché di William Hogarth, che dipinge nel 1733 la serie “La carriera di un libertino“, storia di eccessi debiti e follia…)

Il cruccio scientifico goldoniano, se teniamo fede alle sue dichiarazioni programmatiche, sembra non essere altro che quello di rappresentare con la massima precisione i vari tipi umani, ovvero dei caratteri universali in cui ciascuno possa riconoscersi. Non c’è nulla di originale in questo: si chiama commedia di costume (comédie de mœurs) ed è appunto il genere in cui eccelleva Molière. Non è neppure troppo dissimile dalla Commedia dell’Arte, con i suoi padroni burberi e i suoi servi sfaticati. Se si trattasse solo di questo, il merito di Goldoni, nel proporre la sua commedia di carattere, non sarebbe altro che d’aver raffinato la tecnica, aggiornandola alla società borghese. Tuttavia l’autore veneziano non si limita a far sfilare questi caratteri in “scene accozzate senz’ordine e senza regola”, né — come Molière — tesse le trame con l’unico scopo di far emergere i personaggi paradigmatici: l’avaro, il borghese gentiluomo, il tartufo, il malato immaginario, il misantropo, le preziose, ecc. Al contrario, e soprattutto nelle commedie d’ambiente, il genio di Goldoni sta nell’aver messo in scena, piuttosto che dei tipi umani, dei tipi di situazioni, che drammatizzano i meccanismi economici del capitalismo nascente. In effetti, le azioni e i moventi di cui è fatto il teatro goldoniano sono spesso di natura contrattuale, monetaria, finanziaria, creditizia, speculativa. In questo senso Carlo Goldoni è più di un semplice testimone, che descrive in maniera confusa sintomi ed epifenomeni: sulla scena, egli è in grado di ordinarli, esaminarli, collegarli, sistematizzarli.

La trilogia della villeggiatura é in questo senso rappresentativa. La villeggiatura è definita da Goldoni “una passione, una manìa, un disordine”, poi ancora un “fanatismo”, una vera e propria patologia che produce debito, ma é sulla scena “feconda di ridicolo e di stravaganze”. Dunque qual é il legame tra la villeggiatura e la ricchezza delle nazioni? Lo si capisce forse leggendo Le smanie per la villeggiatura, primo capitolo della celebre trilogia, quando Vittoria, che vuole farsi comprare un vestito dal fratello sommerso dai debiti, sostiene che rinunciare a una spesa superflua “può fare perdere il credito” (I, 2). Quello che sembra soltanto il capriccio d’una ragazza viziata, da cui scaturisce l’effetto comico, è in realtà il cuore di un sistema economico nel quale lo spreco onorifico permette di attrarre nuovo capitale e il debito alimenta il credito. Insomma la risposta di Vittoria è tutt’altro che ingenua. Il rischio estremo cui va incontro è di perdere il credito. Dietro il ridicolo, dietro la vanità, dietro la critica, dietro la follia, Goldoni fa trasparire la tragica ragionevolezza del comportamento di Vittoria, costretta a inseguire freneticamente la moda e combattere l’obsolescenza programmata delle merci. Perché la sua follia è del tutto ragionevole nel contesto della società in cui vive. Come ha scritto Paul Jorion a proposito di certe disfunzioni del mercato creditizio, la logica é squisitamente economica, non psicologica. Non sono infatti i personaggi di Goldoni ad essere pazzi o banalmente vanitosi, ma l’universo stesso in cui vivono a essere disfunzionale sotto questo aspetto. Un universo in cui il debito alimenta il credito, finanziario e sociale. Credito che risulta effettivamente spendibile, per produrre altro debito o per “accasarsi” ovvero accaparrarsi nuove risorse — che è poi il cruccio principale di Vittoria.

Anche la signora Giacinta è fanciulla, e va con tutte le mode, con tutte le gale delle maritate. E in oggi non si distinguono le fanciulle dalle maritate, e una fanciulla che non faccia quello che fanno l’altre, suol passare per zotica, per anticaglia; e mi maraviglio che voi abbiate di queste massime, e che mi vogliate avvilita e strapazzata a tal segno.

Oggi diremmo che é proprio la speculazione che, “lubrificando l’economia”, ha permesso di generare il relativo benessere di cui abbiamo goduto negli ultimi anni. Paradossalmente, questa società è contemporaneamente prospera e sull’orlo del fallimento, ed è questa minaccia continua a creare una dinamica comica. Lo dice chiaramente l’impresario delle Smirne nella commedia omonima: “Chi non ha debiti, non ha credito.” E Don Marzio alla fine de La Bottega del caffè, quando decide di lasciare la città: “Ho perduto il credito e non lo riacquisto più″ (III, 26). In generale i termini “credito” e “debito” tornano incessantemente nell’opera goldoniana, come principi fondatori dell’agire sociale. Non si tratta qui di temi nuovi — già la Farce de Maître Pathelin, degli anni 1460, metteva in scena uno stratagemma per ottenere credito — ma nuova è senz’altra questa società borghese che indebitandosi “di mestiere” produce la propria ricchezza. Non è un caso che in villeggiatura o nella città di Venezia, per giunta, si passi il tempo a giocare d’azzardo. Nelle Smanie si porta all’eccesso questo meccanismo paradossale, nel quale lusso e indebitamento crescono di pari passo, facendo sì “girare l’economia”, ma inoltre accelerando la corsa verso la bancarotta. E tuttavia la bancarotta sempre annunciata — e qui sta il vero mistero del teatro goldoniano — non arriva.

La differenza tra una commedia e una tragedia, come noto, è che la prima finisce bene e la seconda finisce male. E quelle di Goldoni sono, fino a prova contraria, commedie. Il capitalismo (che Goldoni descrive come sistema fondato sulla crisi permanente) sarebbe dunque una favola a lieto fine? Niente di meno sicuro. In fondo le commedie sono soltanto tragedie alle quali è stato aggiunto un artificioso lieto fine, e il divertimento è proporzionale all’artificiosità dello snodo. Per rimanere in laguna, basti pensare a un’altra straordinaria “commedia del debito”, il Mercante di Venezia di Shakeapeare: se non fosse per le arguzie giuridiche di Porzia, al quarto atto Antonio finirebbe alleggerito d’una libbra di carne. Assai meno brillante è lo snodo de La bottega del caffè, e la sua inconsistenza è rivelatrice. Qui l’insanabile conflitto è tra la mania per il gioco d’azzardo di Eugenio e il suo dovere maritale. Questa contraddizione, articolata in tutta l’opera, sembra non potersi risolvere che tragicamente, con la bancarotta dell’incallito giocatore. Il quale però d’un tratto — o meglio dopo una provvidenziale infusione di liquidità e un intervento della polizia — sembra rinsavire, e promette di avere abbandonato il suo vizio. “Questa volta é diverso“, proclama, proprio come proclamano da secoli gli economisti, ad ogni crisi (si veda appunto, a questo proposito, il bel libro di Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff). Sebbene la promessa di abbandonare il vizio sia già stata più volte disattesa nel corso del dramma, Goldoni la spaccia come sufficiente a garantire un lieto fine. Ma la contraddizione non è stata disinnescata. La bancarotta è soltanto rimandata. Dietro alla commedia, come aveva ben visto Fassbinder, e come ha ben messo in scena la compagna dell’Elfo, si nasconde una tragedia inquietante.

L’intento moralizzatore rivendicato da Goldoni —  “il ridicolo ch’io ho cercato di porre in veduta, per correggerlo, se fia possibile” dalla Villeggiatura — anticipa la battaglia di Adam Smith contro il debito sovrano dell’Inghilterra a fine Settecento nel congetturare un “capitalismo sano” che non sia soggetto a periodiche bancarotte. Ma questo intento riformatore si scontra con un altro tipo di consapevolezza, che i personaggi goldoniani non cessano di ribadire: i vizi e le bancarotte sono consustanziali alla società capitalista. Estirpabili soltanto in una finzione temporanea, che permette di costruire commedie da una materia precisamente tragica. In questo senso, il teatro di Goldoni rovescia totalmente, come in una camera oscura, ciò che mostra.

Il lieto fine sarebbe dunque soltanto un espediente drammatico per rendere rappresentabile la tragedia del capitalismo? Goldoni mostra che alcune virtù, come la prudenza, possono avere una funzione regolatrice, ma è chiaro che il loro scopo è soltanto di contenere, limitare o ritardare le crisi del sistema creditizio, che funziona proprio perché é sregolato. Tuttavia Goldoni non critica il sistema, ma si limita a descriverne il meccanismo. E nulla esclude che lo snodo tragico, che pure eternamente pesa come minaccia, non possa in fondo essere eternamente evitato, oppure diluito e attenuato. In questa bizzarra dialettica meta-drammaturgica tra commedia e tragedia si articola il modello goldoniano dell’economia capitalistica. Il sistema in fin dei conti funziona, e tutti ne traggono vantaggio — persino (o soprattutto?) coloro che lo criticano. Ancora una volta, è ne La bottega del caffè che il meccanismo viene messo in scena nella maniera più chiara.

L’intera commedia è strutturata attorno all’opposizione tra lavoro onesto (quello di Ridolfo, caffettiere) e lavoro disonesto (quello di Pandolfo, biscazziere). Il lavoro onesto produce ricchezza e benessere, mentre quello disonesto distrugge la ricchezza e i legami sociali. In realtà, l’intero impianto della commedia goldoniana svela l’inganno ideologico di questa bipartizione, che esiste soltanto nel discorso di Ridolfo. L’onesto caffettiere fa dunque la parte del produttore d’ideologia, che con i suoi lunghi sermoni investe il pubblico e tenta di distorcere la realtà dei rapporti economici e produttivi. Guardiamo piuttosto la scena:

La scena stabile [che non si muta per tutta la scena, ndr] rappresenta una piazzetta a Venezia, ovvero una strada alquanto spaziosa, con tre botteghe: quella di mezzo ad uso del caffè, quella alla diritta di parrucchiere e barbiere, quella alla sinistra ad uso di giuoco, o sia biscazza; …

“Eh! non mi venite a moralizzare!”, dice Pandolfo a Ridolfo (I, 2). Basta vedere come circola la ricchezza su questa scena: dalla biscazza alla caffetteria. Si tratta di un unico, oliatissimo, meccanismo. In effetti l’attività dell’onesto caffettiere moralista vive sostanzialmente dei clienti della sala da gioco: “Sapete pure che i miei avventori si servono alla vostra bottega”. Il denaro con cui salverà Eugenio dalla bancarotta, in fin dei conti, è anch’esso generato dall’economia improduttiva della biscazza. Che cosa ci sia poi di onesto nel vendere del caffè — eccitante naturale prodotto della ruberia coloniale — lo sa solo Ridolfo. Anche lui, come tutti i personaggi di Goldoni, appartiene a un generico terziario improduttivo. Ma la sua chiacchiera funziona, convince il pubblico, insomma gli fa guadagnare credito (III, 17). Ridolfo ottiene credito nel duplice ruolo (solo apparentemente contraddittorio) di parassita e critico del sistema del gioco d’azzardo. Ridolfo, insomma, non é altro che Carlo Goldoni ovvero l’intellettuale impegnato organico alla società capitalista. La sua critica è superficiale, moralista, velleitaria, tant’è che nulla fa davvero per ostacolare l’attività della bisca, ed è invece un personaggio negativo come Don Marzio, la malalingua, a denunciare alla polizia gli sporchi traffici di Pandolfo.

Questo permette al dramma di finire in commedia, ma non abbiamo dubbi sul fatto che la bisca ricomincerà presto la sua attività, cuore oscuro dell’economia veneziana, avanguardia storica della nostra società improduttiva.

Le macchine perfette della Bottega del caffè e della Villeggiatura potrebbero essere analizzate lungamente; mi sono limitato a qualche accenno che facesse intendere cosa intendo parlando di “Carlo Goldoni economista”. Magari per far tornare la voglia di leggerlo o vederlo a teatro, ben oltre la sua presunta contemporaneità. Descrivendolo come un moralista fustigatore del “fatuo desiderio di ben figurare in società” e del “protagonismo nei riti mondani estivi”, si avvicina Goldoni nel modo più fatuo e volgare, come un precursore di Dagospia o di Alfonso Signorini, non comprendendo che le sue commedie sono vicine a noi in modo assai più tragico. Il teatro di Carlo Goldoni, in fin dei conti, non é altro che un sotto-genere della letteratura apocalittica.



Forza di Arte. Della pubblicità come condizione estetica

Ora voi, figli delle dolci Muse, mostrate dunque ai magistrati i vostri carmi, prima di tutto, accanto ai nostri, e se risulterà che voi dite le stesse cose che noi diciamo, o anche se le direte migliori, noi vi apriremo i teatri, ma se non è così, amici, noi proprio mai potremmo farlo.

Platone, Leggi VII, XIX (817a)

D’una gemma perduta sul fondo oscuro degli abissi, si può dire che brilli? D’un fiore che sboccia nel deserto, lontano dagli uomini, si può dire che profumi? Sono le domande che pone Charles S. Peirce in un noto articolo del 1878, Come rendere chiare le nostre idee, per mettere la teoria pragmatista della realtà e della conoscenza alla prova dei cosiddetti “segreti sepolti”, quei fatti di cui nessuno può avere esperienza. Da parte nostra, teniamoci lontani da simili meditazioni metafisiche e consideriamo una categoria particolare di segreti sepolti. Che dire d’un attore che recita segretamente in una sala vuota, d’un manoscritto chiuso in un cassetto, o d’un quadro stipato in una cantina? Diremo innanzitutto che senz’altro esistono dei suoni, delle parole, dei colori. D’altronde almeno una persona, l’autore, può testimoniare della loro esistenza. E tuttavia manca a questi fatti estetici qualcosa di fondamentale: la pubblicità. Ma in che modo è fondamentale la pubblicità per un’opera d’arte?

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Aristofane o l’economia della bestemmia

Perché il Bagaglino è considerato uno spettacolo di destra, ovvero disdicevole? Daniele Luttazzi, che si crede Aristofane e pontifica di conseguenza, risponde con un bel luogo comune: perché la loro farsa non trasgredisce le regole. La comicità del Bagaglino, che si vuole non ideologica, è conservatrice, mentre il vero comico pratica lo scandalo e osa la bestemmia. Insomma mostra la merda, come direbbe Kundera, e la lancia sul pubblico. Aristofane scandalizza perché dice troppo, il Bagaglino rassicura perché dice troppo poco. La distinzione passa tra l’eccesso di rappresentazione (la bestemmia dunque) e il difetto di rappresentazione (eufemismo o eufemia). Ma fino a che punto Aristofane si spinge nella bestemmia? E dove si arresta, invece, il Bagaglino?

Lo confesso: riconosco alla scalcinata compagna di Pier Francesco Pingitore una sorta di fascino irreale, lento e inesorabile, simile all’estetica di Ciprì e Maresco ma senza alibi. Una comicità sfasata, che Oreste Lionello incarnava alla perfezione: riposi in quella stessa pace che emanava dalle sue senili interpretazioni. Prima di storcere il naso, o mentre lo fate, riconoscete almeno l’arditezza di questi saltimbanchi che tentano di produrre l’effetto comico a partire da un mix letale di assenza di umorismo e incapacità mimetica. E in qualche modo l’ottengono, basando le loro imitazioni sul gioco essenziale delle iconografie (fisiche, gestuali, verbali) piuttosto che sul realismo. Ogni figura è semplicemente l’infinita declinazione dei suoi attributi convenzionali: l’accento sardo, la gobba, “mi consenta”… Proprio come nelle farse medievali, e poi nel teatro rinascimentale, ogni professione, santo, re, si esauriva negli abiti e negli attributi, e la comicità nel gioco del riconoscimento. Certo, si ride anche e soprattutto della mediocrità di Pippo Franco e soci, della loro incapacità di fare ridere, ma questo non perché il nostro umorismo sia più raffinato del loro: piuttosto perché proprio così, nella propria disfunzione, funziona la comicità del Bagaglino. Ora che l’avventura pare terminata, dopo diversi anni sempre identici, ci mancheranno le prime file di politicanti faccendieri impegnati a sganasciarsi di fronte alla propria grottesca imitazione. Ci mancherà Clemente Mastella che sfonda la quarta parete per farsi prendere a torte in faccia, in un gesto poetico che eguaglia e supera Pirandello Brecht e direi persino la Fura dels Baus.

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Ma Aristofane, che c’entra? Ebbene, il fatto è che alcune situazioni e paradossi del teatro di Aristofane (ma anche delle farse) si comprendono soltanto confrontandoli con delle forme spurie di spettacolo, lontano da quei luoghi troppo seri che sono i Veri Teatri. E cosa c’è di più spurio del Salone Margherita, con il suo parterre di cortigiani? Nelle farse medievali, come oggi ancora nei spettacoli di marionette per bambini, il pubblico si permette d’intervenire, interrompere, urlare, invadere la scena. Non mi permetterei mai di sostenere un paragone tra Aristofane e Pingitore, e tuttavia può darsi che la strana combinazione possa regalarci un punto di vista inconsueto. La dimensione meta-teatrale (e meta-politica) del Bagaglino mi ricorda una scena delle Rane di Aristofane in cui Dioniso, o meglio l’attore che lo interpreta, apostrofa il sacerdote del proprio culto, seduto in platea (v. 297). Iscritto nel testo, questo gesto è oggi irrapresentabile in mancanza di un vero sacerdote di Dioniso seduto in platea.

Ugualmente irrapresentabili restano le smorfie di divertimento del pubblico impossibile (ma inspiegabilmente reale) della farsa tragica del Bagaglino, quando si confrontano un Mastella reale e un Mastella simulato. Non è questa in un certo senso — la duplicazione del corpo di Mastella — una bestemmia, perlomeno rispetto ai tiepidi paradossi del Vero Teatro? Certo Aristofane va oltre, tirando in ballo le cose sacre. Come se Benedetto XVI, in sala per assistere a Jesus Christ Superstar, venisse apostrofato dal protagonista: “Hey pop, wanna dance some rock?”. Ma questo non accadrà, e chissà se è mai accaduto qualcosa di simile durante una rappresentazione sacra nel Medioevo. Contrariamente al pontefice, il sacerdote di Dioniso sembra ben disposto a far prendere in giro sé e la sua divinità, descritta come pigra pavida e pasticciona, nonché ad ascoltare una grande quantità di invocazioni; ma non per questo è disposto ad accettare qualsiasi cosa.

Possiamo considerare questo genere di paradossi, apparentemente offensivi o blasfemi, come trasgressioni alle convenzioni teatrali e sociali. Ovviamente è così che oggi amiamo immaginare Aristofane e tutti gli altri: come dei ribelli impenitenti in lotta contro il potere. Chaucer scriveva (Canterbury Tales, III, 1666-1708) che i frati sono come mosche che escono fuori dal culo del diavolo? Allora era un precursore dell’illuminismo contro il fascismo ecclesiastico! E Rabelais? Ateo! Di tutta evidenza però il gioco di Aristofane, e di tutti i presunti bestemmiatori, era tollerato e apprezzato. Era, insomma, rappresentabile. Addirittura, si può dire che fosse in qualche modo consustanziale al culto — proprio come le rassicuranti imitazioni del Bagaglino, che a noi paiono inoffensive, sono consustanziali al proverbiale “teatrino della politica”. La derisione degli dei in Aristofane (non ce ne voglia Luttazzi) non era molto più sovversiva di una torta in faccia a un politicante; non era né una critica, né un’aggressione, ma qualcosa di più simile a un atto giocoso di sottomissione. Forse c’è una componente sadomasochista persino nella libido serviendi. La vera bestemmia, là dove la città onora gli dei, è qualcosa di assai più serio d’una marachella: è un crimine. Sottomettersi significa conoscere i limiti, e Aristofane li conosce perfettamente. Ma qual è dunque il limite, la soglia tra l’eccesso e il difetto?

Negli Uccelli, quando Evelpidès e Pisthétairos decidono di fondare una città con i loro amici piumati, devono anche offrire un grande sacrificio agli dei (v. 810 e sg.). Già, ma quali? Dopo aver scartato l’ipotesi Atena (che imbarazzo, una donna come divinità protettrice), i due protagonisti scelgono, per restare in tema, il gallo. Si apprestano dunque a officiare l’olocausto, chiamando un sacerdote per la processione, procurandosi una cesta, dell’acqua, e un ariete da immolare. Il prete inizia una preghiera delirante a tema uccellesco, e Pisthétairos lo accompagna con gioiose bestemmie-calembour, tipo: “Apollo con patate”. Quindi Pisthétairos decide di sbrigarsela da solo, scaccia il sacerdote e inizia le abluzioni rituali. Il coro lo accompagna con delle acclamazioni, e rivela il trucco: “La bestia che viene immolata davanti a noi non è altro che un batuffolo di pelo e di corna“. Dopo varie interruzioni (un poeta, un aruspice, un astronomo, un ispettore, un venditore di leggi) arriva il momento del sacrificio ma Pisthétairos annuncia: “usciamo di scena per immolare agli dei questo ariete“. La suprema bestemmia — il rito ripetuto — non va in onda. Scherzate pure con gli dei, derideteli, tirategli le torte in faccia, perché tutto questo ci diverte, ma c’è ancora una cosa che non si può fare sulla scena: falsificare il rito, ovvero produrre una messa in scena del tutto indistinguibile dal rito vero. Questo davvero renderebbe vano l’intero culto. Come se un finto prete proclamasse di spezzare il vero corpo di Cristo. Come se il falso Mastella iniziasse a rivelare i presunti misfatti del vero Mastella: qua si passa dalla farsa al reato. O urlasse al suo pubblico, prima d’immolarli: Pecoroni! Pecoroni! Pecoroni! D’un tratto, nel Salone Margherita non ride più nessuno.

Invece tutti ridono, perché questa soglia non viene mai varcata. Le provocazioni di Aristofane, proprio come quelle del Bagaglino, non eccedono la capacità del pubblico di assorbirle e dell’autorità di tollerarle. A meno, ovviamente, che il pubblico non sia internamente scisso, come accadeva ai tempi delle guerre di religione, quando le bestemmie erano ancora qualcosa di serio. La critica sociale che viene eventualmente formulata, lo è per conto del pubblico, o di una parte del pubblico, mai contro il pubblico — e qui s’intende pubblico nei due sensi di audience e di public. Perché lo spettacolo letteralmente non esiste senza un pubblico; etimologicamente, non esiste senza essere visto. Nella sua reticenza a rappresentare il sacrificio, Aristofane conferma che il suo teatro apparentemente blasfemo risponde anch’esso a logiche eufemistiche, a un’economia, a un senso della misura, al rispetto delle regole. Nel momento in cui s’impedisce un crimine, Aristofane svela il segreto del suo teatro. Ovvero il segreto di ogni teatro, d’essere il riflesso del pubblico e del suo ordine: ordine pubblico e ordine del discorso, ordine del dicibile e del rappresentabile.



Gorboduc o dell’entropia

Gorboduc era un buon re, e Porrex e Ferrex dei buoni figli, ma fecero l’errore di dare ascolto agli adulatori piuttosto che ai saggi consiglieri. Così Gorboduc decise — contro natura, contro il diritto, contro la consuetudine — la separazione del regno, che era poi la Britannia: una parte a Porrex e l’altra a Ferrex. Ma come può un solo corpo obbedire a due teste? Dal tragico errore s’innescò il meccanismo tragico. Porrex e Ferrex, temendo ciascuno che l’altro aggredisse per primo, come nel dilemma del prigioniero e nella teoria dei giochi, un po’ spinti dalla paranoia e un poco dall’ambizione, finirono per farsi la guerra, e allestire arsenali atomici per assicurarsi la reciproca distruzione. Ferrex venne ucciso da Porrex, e Porrex dalla madre, e così in un baleno fu la guerra civile. Il popolo si macchiò d’un crimine più orrendo del fratricidio e del figlicidio, parola che peraltro non esiste: il regicidio, uccidendo Gorboduc e la regina. Allora il saggio consigliere del Re, uomo di buona volontà, ordinò il massacro degli insorti; e senza pietà, poiché non esiste ragione che giustifichi i sudditi a contestare il sovrano, con pensieri con parole e tanto meno con la spada. Ma intanto qualche nobile si montò la testa, un po’ per ambizione e un poco per paranoia, e il duca d’Albania — ovvero di Scozia — mosse il suo esercito per conquistare il trono vacante. In questo deserto di rovine e distruzione, il Parlamento è pronto a intervenire, ex machina

Gorboduc di Thomas Norton et Thomas Sackville è considerata come la prima tragedia della storia inglese, e sarà giusto iniziare da qui per condurre non tanto una storia politica del teatro, quanto piuttosto una storia teatrale del politico, che vedremo dove ci porterà. Una storia delle idee che porteranno al Leviatano di Thomas Hobbes — ovvero alla teoria della rappresentanza e allo stato moderno — deve senz’altro passare da questo dramma per mezzo del quale due parlamentari e studiosi di diritto, vicini alla corte, intendevano avvertire Elisabetta I, sovrana da tre anni, dei terribili rischi che correva un regno senza erede legittimo.

Elisabetta si lasciò volentieri avvertire, accettando che lo spettacolo venisse rappresentato in sua presenza nel gennaio 1562, interpretato dai giuristi del College di Whitehall. Di fatto, lasciò che s’aggirasse il decreto del 16 maggio 1559, che proibiva gli spettacoli a tema politico e religioso. Il contesto (un manipolo di giuristi e una regina) suggerisce la dimensione pienamente politica di una simile rappresentazione, e questo ben oltre l’ovvia sua finalità di persuasione: se Gorboduc ha la forma di una dimostrazione drammatica della validità di certe teorie, la sua messa in scena finisce per costituire un’arringa rivolta ufficialmente e direttamente — fuori dalla scena, dall’interno della scena — alla regina. Il dramma è fatto di parole, con abbondanti eccessi didascalici e allegorici, e i terribili fatti di sangue vengono solo riportati dai messaggeri. I buoni consiglieri e i cattivi consiglieri enunciano le loro posizioni, pro et contra, ed è l’esito drammatico a fornire la forma del teorema, la morale della favola: “Ecco ciò che accade, vedete, quando il principe, colto dalla morte o da un male improvviso, non dispone d’un erede certo, diciamo un erede che non solo sia legittimo, ma che come tale sia noto al regno” (V, II). Quod erat demonstrandum.

A parte l’evidente riferimento alle conseguenze della condotta virginale della regina, e il garbato invito a darla via, Norton e Sackville stanno enunciando una teoria politica sull’indivisibilità del potere sovrano, quella stessa che ritroveremmo da Hobbes in forma di larvata confutazione della dottrina papista delle due spade, anche nelle variante bellarminiana della potestas indirecta. Si potrebbe forse avanzare il sospetto (forse inedito, forse immotivato) che Gorboduc sia una tragedia anglicana, tragedia del potere scisso ovvero della monarchia insidiata dal potere ecclesiastico: ipotesi davvero curiosa, dal momento che i due autori sono (secondo le cronache) un calvinista e un simpatizzante cattolico… Bisogna credere che il problema dell’ordine civile fosse prioritario, che un parlamentare inglese non potesse essere altro che “anglicano”, e tutto il resto nient’altro che decorativo.  Ma la portata politica dell’opera di Norton e Sackville è molto più vasta e generale. Se ogni tragedia è una forma di entropia, che spiega l’origine del caos da una condizione d’ordine e da un evento scatenante, allora Gorboduc è effettivamente la tragedia originaria della modernità — o meglio la tragedia che la teoria politica moderna intende arginare.

Come in Hobbes, un secolo più tardi, il male assoluto è la guerra civile (lo Stato moderno, in un certo senso, non è altro che la tecnologia politica intesa risolvere il problema della guerra civile). Come in Hobbes, al cuore di tutto il sistema stanno la paura e il desiderio (di cui l’ambizione è una specie, cf. Lev. VI, 24). Come in Hobbes, l’unico argine al male che naturalmente si scatena dal libero gioco di queste passioni è il monopolio del potere. Come in Hobbes, è un patto indissolubile, stabilito chissà quando, che lega i sudditi al sovrano (V, 2: ma gli storici fanno iniziare il dibattito sul contrattualismo qualche anno dopo, con un testo ugonotto anonimo del 1579, Vindiciae contra tyrannos). Come in Hobbes, l’obbedienza al sovrano deve essere cieca e assoluta (cf. ad esempio Lev. XXX, 9). Il lettore contemporaneo potrà essere urtato da questa concezione totalitaria — direbbe lui — dell’obbedienza politica, ma nel contesto il suo senso è di chiudere ogni spiraglio ai tentativi della Chiesa (e ad ogni “coscienza individuale” al soldo di un secondo potere) di scavalcare il sovrano.

Entropia, dunque, o fuoco, braciere, come ripetono continuamente i personaggi della tragedia per descrivere il contagio della violenza, cioè questo misto di paura e desiderio di cui oggi solo il vecchio René Girard osa parlare davvero. L’ignoranza di questa verità del potere — custodita nella natura, nel diritto e nella consuetudine — è la molla della tragedia. Re Gorboduc, di carattere debole, s’inganna quando afferma: “Non ho ragione di pensare che ci sia qualcosa da temere dalla natura dei miei figli affezionatissimi” (I, 2). Re Gorboduc ignora la legge inesorabile della paura e del desiderio, e perché non s’inganni anche Elisabetta le si presenta la dimostrazione in forma di dramma. Gorboduc è lo Speculum principis delle brame elisabettiane, avverte il Coro, nel quale i sovrani “apprenderanno come non cadere” (I, 2). Il meccanismo che scatena il disordine tiene tutto nelle parole del saggio consigliere, parole che qualcosa insegnano persino su noialtri che siamo — non dimenticate la fraternité — una folla di Ferrex e Porrex:

Tanta è nel cuore dell’uomo la passione di regnare, tanto è il desiderio di raggiungere la vetta per interpretare sulla scena del mondo i primi ruoli, che lealtà, giustizia e affetti naturali, tutto sparisce di fronte al desiderio di essere sovrano, là dove un rango uguale dona una speranza uguale di conquistare ciò che ognuno vorrebbe. (I, 2)

Norton e Sackville non si risparmiano il riferimento alla consueta (ma non ancora) scena del mondo, e dunque al teatro come modello dei rapporti sociali e politici: scrivono proprio “worldly stage”, due anni prima della nascita di William Shakespeare. Nel Damon and Pythias di Richard Edwards (1564), questa immagine è attribuita (impropriamente, si suppone) a Pitagora. Perciò faremo ancora attenzione a un ultimo dettaglio. Quando il consigliere del re proclama che “Chi indossa la corona non ha bisogno di alcun diritto, né nulla che dimostri attraverso una lunga discendenza il lignaggio che attesta la legittimità del proprio regno” (V, 2), ciò che noi intendiamo è che la forza fa la legge, e inoltre che questa forza è innanzitutto una messa in scena, una liturgia. La posta in gioco della teoria politica moderna sarà di andare oltre a questa terribile e oramai inevitabile confusione tra sovranità e imitazione della sovranità; confusione inevitabile dal momento che l’unico potere capace di formulare la distinzione, il potere papale, deve essere evacuato per garantire l’ordine civile. Qual è allora la verità del potere? Cosa lo distingue da un semplice spettacolo? Il problema, all’alba della modernità, è fondare la rappresentanza altrove che nella semplice rappresentazione.

Nessuno più crede, alla corte di Gorboduc e di Elisabetta, che vi sia un potere naturalmente legittimo, e dunque garantito dall’unzione dei sacerdoti, e tuttavia tutti sanno che un potere unico e indivisibile e preferibilmente nazionale è necessario, a costo di essere solo una convenzione. La costruzione di una convenzione stabile, attraverso il mito del contratto, sarà appunto il lavoro di Hobbes, ma è un lavoro che l’opera di Norton e Sackville mostra essere già a buon punto — con un secolo di anticipo.



Il regno contraffatto

[De spectaculis, I]

Se un collare, uno scettro, un abito purpureo e una schiera di adulatori bastassero a fare un sovrano, che cosa dunque impedirebbe agli attori tragici, che sulla scena si presentano così agghindati, d’essere effettivamente considerati come dei re? Come si distingue il principe dall’attore?

Così chiedeva Erasmo nella Institutio principis christiani (1, 27), del 1515, esibendo l’esistenza di uno scarto tra la liturgia che fonda il potere e il potere effettivo e legittimo. E presto rispondeva, in continuità con la secolare tradizione politica cristiana: è la giustizia che distingue un regno dalla sua imitazione. Altrimenti che altro sarebbero i regni, se non grandi latrocini?

Questa risposta, tuttavia, non risolve il paradosso della domanda, che si ricapitola nella seguente: che cosa distingue, tra i diversi tipi d’imitazione, l’usurpatore dall’attore? Oppure, similmente: che cosa impedisce al giuramento di Romeo d’essere lo spergiuro di un attore, che mai sposerà la sua Giulietta? È un fatto che a teatro gli spettatori sono consapevoli dell’inganno, tuttavia non va da sé che lo siano. La questione, che potrebbe sembrare oziosa, è invece seria: riguarda l’essenza del ‘politico’ come spazio della sovranità e del diritto, e il ‘teatrale’ come spazio eccezionale della sua sospensione. Perché in scena i finti re e i finti cittadini, proprio come quelli veri, dichiarano, giurano, nominano, invocano, promettono, condannano, talvolta bestemmiano, compiono cioè degli atti linguistici. Questi atti valgono, se valgono, per la sola durata dello spettacolo e nel solo spazio dello spettacolo. Ma come si distingue lo spazio politico dallo spazio spettacolare? I rituali del potere essendo per natura mimetici e ripetitivi, risulta del tutto paradossale una distinzione sostanziale tra “autentico” e “apocrifo”. A questo proposito la pragmatica linguistica contemporanea ha formulato ipotesi e congetture, ma non minore è stato l’impegno con cui si è tentato, fin dagli albori della Modernità, di disciplinare e governare questo limite, sussumendo lo spazio teatrale entro lo spazio politico.

C’è un gradino, innanzitutto, che si chiama scena; uno spazio fisico, un limite distinto; una O di legno; c’è un teatro. Tuttavia il luogo dello spettacolo non nasce assieme allo spettacolo – ovvero all’impiego dilettevole dell’umana facoltà mimetica – ma sorge e si sviluppa nella storia; nasce per isolare lo spettacolo dalla realtà; forse per evitare un contagio, un’oscena confusione. La storia inglese racconta l’invenzione o la re-invenzione di questo luogo necessario che, mentre già si cova la guerra civile, prelude all’età d’oro del dramma elisabettiano. Come per rispondere alla domanda di Erasmo, nel 1576 viene edificato il primo teatro di Londra – The Theatre – nel quale il genere spurio dell’Interlude assume una forma compiuta e autonoma. Con la separazione dello spazio della rappresentazione dallo spazio della reale presenza, fu assai più semplice distinguere tra un atto linguistico effettivo e la messa in scena di un atto linguistico. Precauzione inutile? Eppure nei decenni precedenti erano stati bruciati attori per le colpe dei personaggi; addirittura – ancora più atroce – era morto un genere di tradizione secolare, il mystery play, che rappresentava il sacro nelle piazze e nelle strade. Idolatria, secondo i protestanti: perché rappresentare è osceno, e rappresentare il divino ancora di più. La libertà spettacolare, configuratasi come emergenza sociale e problema di ordine pubblico, fu la prima, necessaria, vittima sacrificale del bellum omnium contra omnes; e fu sotto questa costrizione, entro questi limiti, in equilibrio tra forze e dispositivi, che si plasmò il genere nel quale eccelsero Marlowe, Shakespeare, Jonson e tanti altri.

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Nel 1642, i protestanti vittoriosi chiusero i teatri di Londra. Fino ad allora erano fioriti, i teatri; ed aveva prosperato, a partire dalla Riforma del 1532, il Master of the Revels, censore ufficiale della Corona, principalmente indaffarato a sanzionare le invocazioni nel nome di Dio. La bestemmia è in effetti l’unico atto linguistico che non può essere citato senza essere effettivamente compiuto. Per tutto il resto, il teatro è lo spazio dell’eccezione, della sospensione della Common Law sugli atti linguistici; corrispettivo spaziale di quella sospensione del tempo che è il Carnevale. Ed è perciò – Schmitt docet, “sovrano è colui che decide sullo stato d’eccezione” – che le licenze per gli spettacoli venivano concesse direttamente dalla Corona, per mezzo del suo ministro, che amministrava con attenzione questi spazi di vuoto giuridico, di spergiuro non sanzionato, di usurpazione controllata. Non stupisca dunque se questo addetto agli spettacoli, che dapprima si occupava semplicemente di organizzare le feste a corte, finisce per confondersi (1624) con il primo dei ministri del regno, il Lord Chamberlain, prova della centralità di un ruolo apparentemente marginale: censurare, distribuire licenze, approvare date. Il secolo di Shakespeare, che coglie la sostanziale drammaticità del politico (offrendo il teatro stesso come suo ideale paradigma conoscitivo), inventa anche le leggi, le sentenze, i dispositivi che pongono lo spettacolo sotto una specifica giurisdizione. E quanto più lo spettacolo tenta di rendersi indistinguibile dal politico, tanto più il politico lavora a costruire questo confine. Così, l’attività legislativa manifesta una filosofia politica: la definizione dello spazio spettacolare finirebbe in realtà per essere, in negativo, una definizione dello spazio politico e giuridico.

La storia di questa particolare giurisdizione, che vive la sua prima stagione tra il 1532 e il 1642, è la storia di una serie di disposizioni politiche e legali che da una parte regolamentano i modi della rappresentazione per delimitarla (spazi, tempi, licenze, registri) e dall’altra intervengono su determinate espressioni linguistiche (principalmente invocazioni del nome di Dio o questioni religiose): è la storia, dunque, di come lo spettacolo viene affrontato come problema di ordine pubblico, problema politico, e infine meta-politico – nel turbolento arco di tempo che porta dall’invenzione del teatro alla sua temporanea sospensione. Questo arco di tempo, peraltro, vede una consistente interferenza tra definizioni politiche e modelli teatrali, com’era già d’altronde nel diritto romano con il concetto di persona: dopo Elisabetta, si svolge il passaggio dalla dottrina cristologico-giuridica dei due corpi del Re alla teoria dell’autorità di Thomas Hobbes, secondo la quale il rappresentante politico è un attore cui viene trasferita la sovranità da un autore. Politicità del teatro, teatralità del politico: tutto torna, tutto si confonde; ed è forse proprio la possibilità di distinguere tra il potere e la sua imitazione la vera posta in gioco del politico.



Rasori e pettini, lancette e forbici

Adesso sappiamo che esisteva un musical chiamato Sweeney Todd, e vorremmo senz’altro correre a Broadway per vederlo. Tuttavia, e malgrado le licenze di Tim Burton, mi pare difficile immaginare che ci possa essere qualcosa di più riuscito di questo adattamento cinematografico. Vuoi per la sua semplicità, vuoi per la sua teatralità, non mi pare che il diabolico barbiere di Fleet Street sia stato particolarmente apprezzato dai burtoniani. Vuoi per la sua semplicità, vuoi per la sua teatralità, Sweeney Todd mi è parso invece uno straordinaria ri-lettura della storia del teatro musicale, un’opera squisitamente e scopertamente tradizionale.

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C’è innanzitutto il grottesco dirottamento dell’opera per antonomasia, ovvero il Barbiere di Siviglia: anche qui c’è il barbiere, c’è la trama amorosa, ci sono i travestimenti. Tutto questo trasferito in una Londra sporca e iniqua, insomma la Londra della Beggar’s Opera o se preferite della Dreigroschenoper di Brecht e Weil. Ma il gioco potrebbe continuare all’infinito, e personalmente il tentativo di rappresentare l’intera società in un ciclo produttivo (che termina nei pasticci di carne umana della signora Lovett) evoca un altro modello teatrale, ovvero la Bottega del Caffé goldoniana, con annessa sala da gioco e bordello, che nello spazio teatrale rappresenta il meccanismo elementare dell’economia capitalistica. Anche in questo caso, il valore del modello è la sua semplicità; e riflettendo a proposito di Sweeney mi è parso di comprendere quale sia il problema di molta arte: troppa informazione, troppa originalità, troppa indecisione, insomma troppo rumore. Non a caso dunque Goldoni, Beaumarchais e Brecht (ovviamente Brecht) sono l’antidoto adeguato.



Lo strappo nel cielo di carta


Pascal e la Confessione di Tolstòj. [1]

Figure della crisi. La modernità è il tempo della crisi. Dallo strappo nel cielo di carta si vomita angoscia: il mondo è sbagliato, privo di senso, privo di scopo. Verrà in seguito la fede, ma soltanto per alcuni. Tolstòj ebbe l’accortezza di nascondere il proprio fucile, dimenticarsi dove l’aveva messo, e salvarsi dalla propria mano omicida: per poi trovare il tempo di riscoprire i Vangeli. Non andò così bene ad Amleto, che pure visse il medesimo metafisico scoramento, e ne divenne archetipo. A immagine del mondo, la crisi è priva di senso: non ha altro oggetto che la mancanza di oggetto. Di cosa può lamentarsi il più grande degli scrittori russi? Di Nulla, scrive Stefan Zweig (1928): “Non gli è accaduto nulla, o meglio, cosa ben più terribile: ha incontrato il Nulla! Tolstòj l’ha colto dietro le cose.” [2] Questo Nulla è l’ abîme pascaliano, il gorgo profondissimo che nessuna levatura dello spirito può bilanciare, evocato nel sarcastico poema di Baudelaire. Amleto sperimenta nel proprio disagio la medesima mancanza di riferimento: Leggere il seguito »



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