terrorismo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Persuasori occulti: due riflessioni su terrorismo e marketing

25 luglio 2011*

Poiché di Anders Behring Breivik si dice che sia cristiano, cattolico, protestante, massone, liberale, fallaciano, leghista, neo-templare, contadino, videogamer o metallaro, è comprensibile che cristiani, cattolici, protestanti, massoni, liberali, fallaciani, leghisti, neo-templari, contadini, videogamers e metallari facciano di tutto per prendere le distanze dal suo gesto, condannandolo fermamente e accusandosi reciprocamente di averlo ispirato. Considerando tuttavia che Breivik ha definito le stragi compiute come “the actual marketing operation” necessaria per la distribuzione del suo libro (2083, p. 16), dovrei qui, a nome di tutti gli operatori del marketing editoriale, io stesso condannare fermamente la sua condotta — prima che qualcuno non arrivi ad accusare il marketing di essere una barbara “cultura della morte”.

E però questa ipotesi non é più campata in aria delle altre. Breivik dedica un intero capitolo (3.60) all’importanza del marketing, disciplina da lui studiata all’università, direttamente praticata ed evocata nel suo curriculum tra le competenze-chiave (p. 1400). Il termine appare decine di volte nelle 1500 pagine del memoriale, ed è plausibile che il presunto “fondamentalista cristiano” abbia maggiore familiarità con le cinque forze di Porter piuttosto che con le tre virtù teologali. Molto pragmatico, Breivik afferma: “A Justiciar Knight is not only a valorous resistance fighter, a one man army ; he is a one man marketing agency as well.” (p. 1069) E poi via di consigli pratici sul modo corretto di comunicare, tra i quali spicca l’invito — che né Yukio Mishima né Patrick Bateman avrebbero disdegnato – a farsi le lampade per apparire più seducente. Insomma Andreas Breivik dice, con molto meno stile, quello che già dicevano i ray ban di Andreas Baader.

Ma il cuore dell’operazione di lancio del libro, per quanto possa sembrare mostruoso, è proprio la doppia strage: “The actual military operation is also a sub-task as well as it is a marketing method for the distribution of this compendium among other things” (p. 1410). Il biondo giustiziere è consapevole della “geometrica potenza” del cosiddetto guerriglia marketing — e lo prende alla lettera. Una serie di attentati aveva già fatto la fortuna editoriale di Ted “Unabomber” Kaczynski, le cui oeuvres complètes si trovano oggi facilmente sugli scaffali delle librerie (e di cui Breivik ha copiato alcuni passi). L’emulo norvegese ha prodotto la teoria e perfezionato la pratica, osando accostare esplicitamente la lotta armata al linguaggio del business. Il suo approccio radicale alla promozione editoriale fa di lui un classico “collega che sbaglia”, un “fondamentalista del marketing” che farebbe qualsiasi cosa per un po’ di buzz. In fondo esistono già forme di marketing non convenzionale che lambiscono la legalità, minacciano la società, invocano la morte: dal mural advertising (praticato da agenzie che garantiscono di prendersi carico degli eventuali costi e rischi legali) alle pressioni e connivenze che permettono di trasformare una ragazza timida in un perfetto prodotto rock – suicidio-a-27-anni-precisi compreso nel prezzo.

Ora ci resta solo da osservare e misurare le conseguenze del lancio di 2083 sperando che — malgrado la crisi, la decrescita editoriale, la legge contro gli sconti sui libri, il costo della carta, le irregolarità al premio Strega e milioni di romanzi nascosti nei cassetti di tutto il mondo — altri aspiranti scrittori non seguano l’esempio del cavaliere oscuro.

14 dicembre 2011*

Il tempo forse ci dirà se il militante neo-fascista Gianluca Casseri può effettivamente essere definito, come molti hanno fatto, un emulo del norvegese Anders Behring Breivik. Poiché di Casseri si dice che sia stato un intellettuale, io aspetto fiducioso che spunti qualche manifesto neoceltico che spieghi il suo gesto. Potremo a quel punto, magari, fare un nesso tra Oslo e Firenze. Come ho rilevato pochi giorni dopo gli attentati di luglio, Anders Behring Breivik considerava il suo massacro come una gigantesca operazione di marketing al fine di promuovere il libro-manifesto 2083 – A European Declaration of Independence. Cinque mesi più tardi, é giunto il momento di valutare il suo gesto sub specie artis mercatoriae, e al netto del giudizio politico e morale chiedersi: l’operazione ha funzionato? E con “funzionato” s’intende: sacrificando sessantanove innocenti, l’aspirante templare ha efficacemente promosso il suo libro e le sue idee? Se il calcolo crudele si fosse rivelato esatto, avremmo ragione d’inquietarci.

Innanzitutto bisogna misurare l’impatto immediato dell’evento. Pochi giorni prima dell’attentato, negli USA esce il film Cowboy and Aliens, un blockbuster piuttosto demenziale con Harrison Ford e Daniel Craig. Ma le tendenze di ricerca su Google parlano chiaro: malgrado il budget di 30 milioni di dollari speso per promuovere il film, il livello massimo di esposizione di cui ha goduto Breivik è quasi doppio. Per fare un altro esempio, possiamo citare l’effetto del premio Nobel attribuito allo sconosciuto poeta svedese Tomas Tranströmer, un picco otto volte più basso ; e dire che in libreria un Nobel si misura in decine di migliaia di copie. Non c’è dubbio insomma che le stragi di Oslo abbiano garantito una certa visibilità al loro artefice, e tuttavia era possibile ottenere risultati migliori senza spargere il sangue di sessantanove innocenti né sborsare un soldo: è il caso di Belen Rodriguez, che con i suoi innocenti sessantanove vince l’Internet del mese di ottobre — lanciando inoltre un meraviglioso messaggio d’amore e di pace a tutti i terroristi del mondo.

Ma ottenere l’attenzione non è tutto. E qui bisogna stare attenti a come scende e dove si assesta la curva subito dopo l’evento: lasciando da parte filmoni e filmini poiché non c’entrano granché, è interessante notare come Breivik continui, anche sul lungo termine, ad essere comunque più ricercato del povero Tranströmer… O del pop-filosofo Slavoj Zizek. In generale la curva di ricerche sul terrorista norvegese striscia poco sotto alcuni tra gli intellettuali più celebri e influenti del mondo, come Paul Krugman o Noam Chomsky. Il libro di Breivik, 2083, produce nel mese di ottobre un volume di ricerche 52 volte inferiore alla serie di best-seller Hunger Games, di cui negli USA sono già state vendute 3 milioni di copie: conservando il rapporto, e immaginando un editore abbastanza pazzo da pubblicare Breivik, questi venderebbe circa 60 000 copie. Pura teoria, ovviamente, ma comunque interessante per dare un’idea degli ordini di grandezza. Intanto il pdf del libro si trova facilmente su tutti i siti di download illegale.

C’è da dire infine che a Breivik interessava soprattutto che la gente si convincesse della validità delle sue idee. Ebbene, è ovvio che una parte considerevole di coloro che hanno scaricato e scorso il suo libro — per curiosità, fascinazione, moda — lo ha fatto nel pieno dissenso da queste idee. E tuttavia lo ha fatto, come ho fatto io per scrivere il mio post.

La morale della storia non è rassicurante.



Il secondo comandamento

[Di ritorno dalla gigantesca processione parigina per le vittime degli attentati di questa settimana, provo a dire alcune cose che mi sembrano importanti]

«Avete voluto uccidere Charlie ma lo avete reso immortale»: eccolo qua, riassunto in uno slogan di piazza, il capolavoro dei fratelli Kouachi. Hanno preso di mira un giornale che si stava spegnendo nell’indifferenza generale e lo hanno resuscitato a colpi di kalashnikov. Adesso le folle si precipitano in edicola per acquistare Charlie Hebdo, il governo annuncia finanziamenti milionari e le caricature del Profeta vengono pubblicate ovunque. Ma chi crede che questo rinculo costituisca una sconfitta per il terrorismo evidentemente conosce male il terrorismo, la sua storia, i suoi meccanismi. Il terrorismo è una strategia di mobilitazione delle masse: provocare la ritorsione fa parte della sua ragione d’essere. Spingendoci ad abbracciare l’ambigua battaglia di Charlie Hebdo ovvero a fare della blasfemia una bandiera della libertà d’espressione, i fratelli Kouachi hanno scaraventato l’Occidente in una trappola insidiosa. La storia delle guerre civili europee del Sedicesimo secolo avrebbe dovuto insegnarci qualcosa sui modi più ragionevoli di armeggiare con le divinità degli altri. Per questo non possiamo salire sul carro dei vignettisti-martiri. Per questo non possiamo dare il nostro sostegno a chi vuole rendere «immortale» Charlie e le sue provocazioni. E per questo cercheremo di spiegare a chi lo ha pervertito il senso di un concetto fondamentale per la sopravvivenza di questa nostra malandata società multiculturale: si chiama laicità.

Sotto nessun aspetto quello che è successo a Parigi può essere considerato come un «atto di guerra» come sostengono alcuni apprendisti stregoni, perché sfugge a qualsiasi logica militare. La sua logica è un’altra ed è appunto quella tipica del terrorismo: si tratta di un atto di violenza il cui obiettivo non è tanto di fare un danno all’avversario quanto di provocare una rappresaglia. In Francia ci sono oggi, secondo gli analisti, diverse centinaia di potenziali jihadisti, forse 2000: se costoro vogliono sperare di fare una guerra devono necessariamente sperare nella radicalizzazione di un numero ben più importante di musulmani. I terroristi devono dunque catalizzare su costoro la violenza dell’avversario. Devono alimentare l’odio inducendo la Francia a entrare in conflitto con la popolazione musulmana; e di rappresaglia in ritorsione, riusciranno forse a convertire una parte pacifica della popolazione in soldati per la loro guerra. Le provocazioni simboliche e gli «atti linguistici» non sono inoffensivi in questo meccanismo di escalation.

Le cosiddette avanguardie partigiane sono, scriveva Mao, «dei pesci nell’acqua»: ovvero sono circondati da una popolazione più o meno connivente. È ovvio ed evidente che la maggior parte dei musulmani francesi non prova nessuna simpatia per l’operazione dei fratelli Kouachi, ma è ragionevole credere che i terroristi godano di qualche supporto negli ambienti salafisti radicali. Lo Stato francese ha oggi il compito difficile di smantellare una rete terroristica presente sul suo territorio senza tuttavia fare il gioco dei terroristi. Come scriveva David Galula nel suo testo classico del 1964, Contre-Insurrection: Théorie et pratique, basta una mobilitazione iniziale di poche centinaia di persone (300-400 ai tempi dell’Algeria) per inaugurare una spirale di violenza che può sfociare nella guerra totale: è quindi fondamentale neutralizzare queste avanguardie senza farsi strumento della loro volontà di contagiare il resto della popolazione.

Le strategie insurrezionali di mobilitazione hanno già dimostrato, in passato, la loro efficacia. Recuperando la lezione di Mao, Osama Bin Laden ha insistito sul ruolo del terrorismo nel manifestare la violenza dell’avversario: non nel causare, non nel produrre, bensì nel mostrare una violenza latente che l’avversario teneva nascosta ma che gli appartiene intrinsecamente. È proprio dovendo svelare il suo lato più mostruoso che l’avversario mostra la sua debolezza e subisce un danno politico, finendo per ingrossare le file dei terroristi. Se la guerra, secondo la definizione di Clausewitz, è «un atto di forza per costringere l’avversario a compiere la nostra volontà», il terrorismo è molto più insidioso, perché costringe l’avversario a compiere la sua stessa volontà. Nelle sue Raccomandazioni Tattiche del 2002 Bin Laden scriveva:

La più grande conseguenza positiva degli attacchi di New York e Washington è stata di avere dimostrato la realtà del combattimento tra i crociati e i musulmani, di avere rivelato l’ampiezza del rancore che i crociati serbano verso di noi. Gli attacchi hanno tolto la pelle di pecora di cui si ammantava il lupo ed è apparso il suo vero volto. Tutto il mondo s’è svegliato, i musulmani hanno preso coscienza dell’importanza della dottrina dell’alleanza con Dio.

Costretto ad esercitare un potere sempre più insostenibile, l’avversario perde progressivamente la propria legittimità. Perché la legittimità è fondata sulla giustizia che il soggetto politico è in grado di esercitare e di garantire, e il terrorismo rende impossibile l’esercizio della giustizia. Il terrorismo — lo abbiamo visto dopo il 2001, con la reazione degli Stati Uniti e la contro-reazione dell’opinione pubblica mondiale — serve a rendere ingiusta la vittima. D’altra parte l’avversario non può non reagire all’attacco terroristico, perché da un punto di vista strettamente materiale ha subito un danno (economico, umano, morale) che deve restituire se non vuole essere, a lungo termine, annientato. Per fare un esempio molto concreto, citeremo la situazione degli ebrei in Francia, che i fondamentalisti musulmani considerano un bersaglio legittimo e che lo Stato francese non può certo abbandonare al loro destino, come invece profetizza Houellebecq nel suo romanzo Soumission. Ma come proteggerli, come proteggerci? La strategia terroristica limita le possibilità dell’avversario entro un doppio vincolo, che lo costringe a fare ciò che il terrorista vuole da lui: reagire. Oppure ciò che il terrorista vuole da lui: subire. Si sente spesso usare come argomento che facendo oppure non facendo una certa cosa «vincono loro»: e invece, a quanto pare, loro vincono in ogni caso. Il terrorismo, dicevamo sopra, è una trappola.

L’ovvia conseguenza della rappresaglia è l’ingrossamento delle file dei terroristi, il passaggio dalla parentela alla connivenza all’appoggio alla mobilitazione totale. Per ogni vittima c’è una famiglia che piange e maledice. La conseguenza positiva degli attacchi del 2001, scriveva Bin Laden, è di avere rinforzato la fraternità tra i musulmani, di avere svegliato il mondo. Così, proprio come la mitica Idra, per ogni testa mozzata se ne guadagnano di nuove. Perché allora si dovrebbe temere la spada dell’avversario? La strategia terrorista non è altro che un sacrificio umano su vasta scala, un olocausto propiziatorio. Il martire non testimonia soltanto della fede nella propria causa, ma soprattutto testimonia della violenza che subisce. Catalizzandola su di sé, nella forma della rappresaglia, la rende riconoscibile. Il martirio è la traccia scavata dell’avversario, la testimonianza della sua atrocità impressa nella carne e nel sangue di chi l’ha scatenata. Nello stesso tempo, è l’avversario a specchiarsi nella vittima, e così nutrire il proprio senso di colpa, minare il proprio morale e demobilitare il proprio esercito.

Confrontati alla minaccia del terrorismo — e più ancora alla minaccia della paranoia globale, che sfocia nella rappresaglia preventiva come sistema di governance mondiale — il vero sforzo cui siamo chiamati è il contenimento del male oscuro che il terrorismo è qui per scatenare: la nostra volontà, il nostro vero volto.

La società francese ha già iniziato le sue rappresaglie con atti d’intimidazione rivolti ai luoghi di culto musulmani. Ma c’è un altro genere di rappresaglia, che a molti sembrerà veniale, eppure può avere conseguenze piuttosto serie: si tratta della banalizzazione della blasfemia — o persino la sua istituzionalizzazione visto che lo Stato francese ha deciso di finanziare Charlie Hebdo perché continui a vivere — anzi addirittura la sua sacralizzazione, visto che a quanto pare senza questa libertà la République perderebbe un suo principio fondamentale e non negoziabile. Una risolutezza davvero sorprendente, visto che la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789 si esprimeva chiaramente sulla questione in tutt’altro senso. Chiaramente, s’intende, per chi dispone di una soglia di attenzione superiore alle dieci parole:

Art. 10. — Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.

Che l’ordine pubblico sia stato turbato è fuori di dubbio: e questo più volte fin dal 2006, data della pubblicazione delle prime caricature di Maometto, fino al tragico episodio del 7 gennaio 2015. Da molti anni la libertà d’espressione di Charlie Hebdo non era più una questione di diritti astratti, ma di puro e semplice enforcement. Se ci sono persone disposte a morire per uccidere qualcuno perché ha insultato il Profeta, allora di tutta evidenza sono oggettivamente venute a mancare le condizioni di questa libertà. Se lo Stato francese non ha il controllo del proprio territorio, è inutile che pretenda che esista un certo diritto. Se la soluzione proposta è militarizzare la società, riempire le strade di poliziotti e proteggere ogni persona con una guardia del corpo, forse stiamo sbagliando qualcosa.

Molte delle vignette di sostegno realizzate in seguito all’attentato giocano, in maniera non sempre originalissima, sull’analogia tra armi e matite, tra violenza e satira. Esprimono un messaggio in qualche modo contraddittorio: da una parte segnalano la sproporzione tra l’atto di disegnare e l’atto di uccidere, e dall’altra suggeriscono l’idea che l’arte sia più forte del terrorismo (perché influisce sulle coscienze e trasforma la realtà). Insomma il disegno sarebbe contemporaneamente inoffensivo e offensivo. E quindi, dal punto di vista del terrorista, bersaglio illegittimo e bersaglio legittimo. Di sicuro non si può negare che i disegni di Charlie — e le bestemmie in generale — siano «atti linguistici» ovvero segni che producono effetti reali e concreti sulla realtà, vere e proprie azioni sotto forma di disegno. Charlie Hebdo viveva fortemente quest’ambiguità, questo essere a metà strada tra «stiamo soltanto facendo dei disegnini scemi» (come ha dichiarato il disegnatore Luz dopo l’attentato) e «stiamo combattendo una guerra santa in nome dei valori dell’illuminismo» (come sembrava credere il direttore Charb).

Al lettore italiano bisogna fornire un poco di contesto: che cos’è Charlie Hebdo o meglio cos’era? Proviamo a raccontarlo brevemente, senza peli sulla lingua, come avremmo potuto farlo prima del terrificante massacro costato la vita a otto membri della sua redazione e altre quattro persone, tra le quali una guardia del corpo e un agente di polizia. Un massacro che, come spesso accade, ha finito per alterare la percezione della realtà e diffuso una ricostruzione mitologica dei fatti.

Charlie Hebdo è il giornale simbolo della stagione libertaria degli anni Settanta: in un certo senso una reliquia. Fallito una prima volta nel 1981 e rifondato nel 1992, il settimanale continuava a essere pubblicato malgrado la fuga di lettori e le conseguenti difficoltà finanziarie. Nel corso degli anni Duemila la nuova leva dei Philippe Val e dei Charb aveva individuato nell’Islam un bersaglio privilegiato, recensendo positivamente La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci e avvicinandosi al pensiero degli intellettuali neo-conservative americani. Processato e assolto per incitazione all’odio religioso per via della pubblicazione delle prime caricature di Maometto nel 2006, il direttore Val ha promosso un manifesto «contro l’oscurantismo islamista», firmato tra gli altri da Bernard-Henry Lévy e Ayaan Hirsi Ali, che equiparava a dei terroristi i musulmani che protestavano contro le vignette. Sebbene ancora considerato di sinistra, nel 2009 Val è stato nominato dal presidente Sarkozy alla testa della radio pubblica France Inter e lì si è distinto per una gestione considerata dai più come pesantemente filogovernativa. Insomma chi rimprovera alla destra italiana di «recuperare» Charlie dovrebbe chiedersi se egli stesso non stia «recuperando» qualcosa di cui, di tutta evidenza, non conosce granché…

In nome della libertà d’espressione, Charlie Hebdo ha pubblicato decine di caricature blasfeme e una versione a fumetti della vita di Maometto, calcando tanto più la mano quanto aumentavano le proteste, le minacce, le aggressioni, gli attentati e i morti nelle manifestazioni in tutto il mondo islamico. Per un giornale in difficoltà economiche, era anche un modo di cercare un’esposizione mediatica necessaria alla sopravvivenza. Nel 2012 il deputato Daniel Cohn-Bendit, storica figura del maggio francese, ebbe a definire i redattori di Charlie «coglioni e masochisti» per via della loro ostinazione. Questa ostinazione si è trasformata negli anni in una vera e propria vocazione al martirio, come testimoniavano le dichiarazioni del nuovo direttore Charb, un «monaco-soldato» come lo ha definito la compagna Jean­nette Bougrab, ex-segretario di stato sotto Sarkozy.

Sicuramente sbaglia sotto vari aspetti chi afferma che i giornalisti «se la sono cercata», dando un giudizio morale che rischia di giustificare ex post l’azione dei terroristi. Anche Gesù Cristo «se l’è cercata»; qualunque persona che muoia in battaglia, invece di starsene tranquillamente a casa, «se l’è cercata». È un modo scorretto di porre la questione. C’è molto eroismo nel comportamento di Charb, ma questo non significa che dobbiamo condividere la sua battaglia. Un martirio non dovrebbe rendere giusta la propria causa per virtù retroattiva: se crediamo che le idee di Charlie fossero sbagliate e i loro «atti linguistici» pericolosi, se lo abbiamo detto e ripetuto più volte negli anni scorsi, dobbiamo continuare a dirlo. Se crediamo che una censura preventiva avrebbe potuto salvare delle vite, come spesso ha fatto la censura ai tempi delle guerre di religione europee, dobbiamo continuare a dirlo. E così facendo non diremmo qualcosa di «oscurantista» ma, al contrario, qualcosa di totalmente coerente con i principi della civiltà giuridica occidentale. Primo, perché la Legge non serve a punire i colpevoli sulla basi di un giudizio morale, tutt’altro: serve a proteggerli. Come il marchio di Caino, deve impedire le ritorsioni e arrestare il ciclo della violenza. Secondo, perché la laicità non è quella cosa che pretendono alcuni.

Laicità non è il diritto universale di provocare un altro per via della sua religione, ma precisamente il contrario ovvero il dovere di non provocare un altro per via della sua religione. Per come è stata sviluppata all’epoca delle guerre di religione, la laicità è un dispositivo utile a disinnescare i conflitti sociali. Si tratta di estromettere la religione dallo spazio pubblico, e questo include anche un tipo di presenza della religione particolarmente insidioso: la bestemmia. Se in molti ordinamenti la bestemmia è punita severamente è perché le sue conseguenze sono serie e incalcolabili. In simili situazioni, ostinarsi a difenderla «per principio»  —  senza valutare le conseguenze  —  è puro e semplice fondamentalismo.

Quando poi si tratta di un fondamentalismo «a targhe alterne», che si concede la libertà soltanto su certe cose, allora finisce per non essere altro che il segno della dominazione di una maggioranza atea o secolarizzata su una minoranza di credenti. In quell’atto linguistico, per una sorta di convenzione linguistica, questi credenti non leggono soltanto un’offesa a Dio ma un’offesa alla loro identità. Qualcuno si stupisce e s’indigna di tanta ingenuità. Eppure le bestemmie sono convenzioni e atti linguistici proprio come come quei propositi che i tribunali sanzionano e quelle sentenze che i tribunali emettono. In un mondo sociale tenuto in piedi dalla «documentalità» come direbbe Maurizio Ferraris, sono fatti non meno reali degli altri.

Oggi si pretende dai musulmani non soltanto di «dissociarsi» da un atto terroristico del quale non hanno nessuna responsabilità, ma inoltre di proclamare «Io sono Charlie» e di rinunciare a ogni rivendicazione in materia di regolamentazione degli atti linguistici. Addirittura si colpevolizzano tutti coloro che sono scesi in piazza contro le caricature nel 2006, come se fossero stati loro ad armare la mano dei fratelli Kouachi. Eppure queste rivendicazioni e queste manifestazioni restano legittime. La posta in gioco non è spirituale ma del tutto terrena e politica: i musulmani vedono nella disomogeneità della libertà d’espressione una misura della loro marginalizzazione. Se la Francia sceglierà di ostinarsi nel considerare accettabile la bestemmia, contribuirà a indebolire le posizioni dei musulmani moderati. Esibendo l’incompatibilità tra Islam e République, mostrando il suo «vero volto di lupo», farà il gioco della strategia di mobilitazione terroristica. È accettabile che si pretenda dalla comunità musulmana di proclamare «Io sono Charlie» per manifestare l’orrore di fronte al massacro della redazione di Charlie Hebdo, ma non è pensabile chiedere loro di promuovere e finanziare (con le loro tasse) un giornale che li ha eletti a bersaglio ideologico. Una umma sottomessa e umiliata è nuova acqua per fare nuotare i pesci dell’estremismo.

Quello che viene chiamato «ateismo» è oggi un’ideologia tra le tante che si affrontano nello spazio pubblico, e in quanto tale non può servire da koiné condivisa. La sola koiné adatta per una società multiculturale è quel sistema di meta-regole che abbiamo chiamato laicità, la cui sostanza stava già tutta nel secondo comandamento dato a Mosé: Non nominare il nome di Dio invano. Non nominare il tuo Dio, se ce l’hai, e soprattutto non nominare quello degli altri. A senso unico non funzionerà mai.

Nel fuoco delle guerre di religione, la modernità politica era sorta ponendosi proprio questi problemi*. Quello che succede oggi con la satira succedeva allora con gli spettacoli. Il caso inglese è piuttosto interessante, perché in pochi decenni la necessità di regolare gli atti linguistici dà forma al teatro moderno, come luogo e come insieme di dispositivi che servono al controllo della parola pubblica. Prima della Riforma, in Inghilterra tutte le attività drammatiche erano eventi occasionali, che cadevano sotto la responsabilità di chi li aveva commissionati: re, nobili, città, chiesa… È solo con Enrico VIII che gli spettacoli diventano una preoccupazione del monarca, eppure dai numerosi documenti amministrativi prodotti sulla questione si capisce che il problema non è politico ma sociale, di ordine pubblico (spesso assimilato al vagabondaggio o alla prostituzione).

La legge fa cambiare gli spazi, i tempi, i temi, il rapporto con il testo scritto… All’intervento regolatore di Enrico VIII dobbiamo la morte del più popolare dei generi teatrali dell’epoca, il mistero, e la nascita del dramma moderno di cui presto Shakespeare sarà il più illustre rappresentante. Ma tutto nasceva dall’urgenza d’impedire quello che oggi chiameremmo turbamento dell’ordine pubblico: nel 1541, tre attori erano stati bruciati dalla folla a Salisbury per avere messo in scena una farsetta giudicata eretica in cui dei preti venivano sbeffeggiati. Forse ci ricorda qualcosa? Nel 1543 la rappresentazione di un mistero causa una sedizione, ed è lì che il Re decide di proibire ogni spettacolo che abbia a che fare con l’interpretazione delle Scritture. Negli anni seguenti si continuerà a legiferare e perseguire le infrazioni, finché non viene istituito un sistema centralizzato di emissione di licenze, presieduto dal cosiddetto Master of Revels, il grande censore di corte. Poiché ci restano i documenti e ne abbiamo pure letto qualcuno, sappiamo anche quale fosse il principale oggetto della censura: le bestemmie.

Era, questa, una concezione della libertà d’espressione figlia di una società lacerata. Abbiamo potuto abbandonarla via via che ne scomparivano le cause. La secolarizzazione del cristianesimo aveva poco a poco cancellato ogni rischio di «turbamento dell’ordine pubblico» legato alla blasfemia, e così la giurisprudenza ha totalmente eroso la legislazione in materia. Ma se i paesi ricchi credevano di poter far affluire sul loro territorio milioni di stranieri a cui affibbiare le peggiori mansioni e contemporaneamente conservare intatto un ordinamento giuridico pensato per un diverso tipo di società, evidentemente hanno fatto male i loro conti di bottega. Forse hanno fatto eccessivo affidamento sulle capacità dei loro sistemi educativi di assimilare in maniera indolore i loro nuovi cittadini.

Oggi le società occidentali sono costrette a rispolverare i libri di Storia per trovare soluzioni nuove ad antichi problemi che tornano all’ordine del giorno. Di fronte a un’aggressione terroristica che la spinge a ostinarsi nella difesa di quelli che crede essere i suoi principi, la Francia non deve fare l’errore di cedere alla propria volontà. Perché è la stessa dei suoi nemici.

*Per ulteriori esempi rimando al mio ebook Forza d’Arte: dal secolo delle guerre di religione al tempo dei conflitti irregolari.



Un calcolo crudele

Il tempo forse ci dirà se il militante neo-fascista Gianluca Casseri può effettivamente essere definito, come molti hanno fatto, un emulo del norvegese Anders Behring Breivik. Poiché di Casseri si dice che sia stato un intellettuale, io aspetto fiducioso che spunti qualche manifesto neoceltico che spieghi il suo gesto. Potremo a quel punto, magari, fare un nesso tra Oslo e Firenze. Come ho rilevato pochi giorni dopo gli attentati di luglio, Anders Behring Breivik considerava il suo massacro come una gigantesca operazione di marketing al fine di promuovere il libro-manifesto 2083 – A European Declaration of Independence. Cinque mesi più tardi, é giunto il momento di valutare il suo gesto sub specie artis mercatoriae, e al netto del giudizio politico e morale chiedersi: l’operazione ha funzionato? E con “funzionato” s’intende: sacrificando sessantanove innocenti, l’aspirante templare ha efficacemente promosso il suo libro e le sue idee? Se il calcolo crudele si fosse rivelato esatto, avremmo ragione d’inquietarci.

Innanzitutto bisogna misurare l’impatto immediato dell’evento. Pochi giorni prima dell’attentato, negli USA esce il film Cowboy and Aliens, un blockbuster piuttosto demenziale con Harrison Ford e Daniel Craig. Ma le tendenze di ricerca su Google parlano chiaro: malgrado il budget di 30 milioni di dollari speso per promuovere il film, il livello massimo di esposizione di cui ha goduto Breivik è quasi doppio. Per fare un altro esempio, possiamo citare l’effetto del premio Nobel attribuito allo sconosciuto poeta svedese Tomas Tranströmer, un picco otto volte più basso ; e dire che in libreria un Nobel si misura in decine di migliaia di copie. Non c’è dubbio insomma che le stragi di Oslo abbiano garantito una certa visibilità al loro artefice, e tuttavia era possibile ottenere risultati migliori senza spargere sangue né sborsare un soldo: è il caso di Belen Rodriguez, che con i suoi innocenti sessantanove vince l’Internet del mese di ottobre — lanciando inoltre un meraviglioso messaggio d’amore e di pace a tutti i terroristi del mondo.

Ma ottenere l’attenzione non è tutto. E qui bisogna stare attenti a come scende e dove si assesta la curva subito dopo l’evento: lasciando da parte filmoni e filmini poiché non c’entrano granché, è interessante notare come Breivik continui, anche sul lungo termine, ad essere comunque più ricercato del povero Tranströmer… O del pop-filosofo Slavoj Zizek. In generale la curva di ricerche sul terrorista norvegese striscia poco sotto alcuni tra gli intellettuali più celebri e influenti del mondo, come Paul Krugman o Noam Chomsky. Il libro di Breivik, 2083, produce nel mese di ottobre un volume di ricerche 52 volte inferiore alla serie di best-seller Hunger Games, di cui negli USA sono già state vendute 3 milioni di copie: conservando il rapporto, e immaginando un editore abbastanza pazzo da pubblicare Breivik, questi venderebbe circa 60 000 copie. Pura teoria, ovviamente, ma comunque interessante per dare un’idea degli ordini di grandezza. Intanto il pdf del libro si trova facilmente su tutti i siti di download illegale.

C’è da dire infine che a Breivik interessava soprattutto che la gente si convincesse della validità delle sue idee. Ebbene, è ovvio che una parte considerevole di coloro che hanno scaricato e scorso il suo libro — per curiosità, fascinazione, moda — lo ha fatto nel pieno dissenso da queste idee. E tuttavia lo ha fatto, come ho fatto io per scrivere il mio post.

La morale della storia non è rassicurante.



Il persuasore occulto

Poiché di Anders Behring Breivik si dice che sia cristiano, cattolico, protestante, massone, liberale, fallaciano, leghista, neo-templare, contadino, videogamer o metallaro, è comprensibile che cristiani, cattolici, protestanti, massoni, liberali, fallaciani, leghisti, neo-templari, contadini, videogamers e metallari facciano di tutto per prendere le distanze dal suo gesto, condannandolo fermamente e accusandosi reciprocamente di averlo ispirato. Considerando tuttavia che Breivik ha definito le stragi compiute come “the actual marketing operation” necessaria per la distribuzione del suo libro (2083, p. 16), dovrei qui, a nome di tutti gli operatori del marketing editoriale, io stesso condannare fermamente la sua condotta — prima che qualcuno non arrivi ad accusare il marketing di essere una barbara “cultura della morte”.

E però questa ipotesi non é più campata in aria delle altre. Breivik dedica un intero capitolo (3.60) all’importanza del marketing, disciplina da lui studiata all’università, direttamente praticata ed evocata nel suo curriculum tra le competenze-chiave (p. 1400). Il termine appare decine di volte nelle 1500 pagine del memoriale, ed è plausibile che il presunto “fondamentalista cristiano” abbia maggiore familiarità con le cinque forze di Porter piuttosto che con le tre virtù teologali. Molto pragmatico, Breivik afferma: “A Justiciar Knight is not only a valorous resistance fighter, a one man army ; he is a one man marketing agency as well.” (p. 1069) E poi via di consigli pratici sul modo corretto di comunicare, tra i quali spicca l’invito — che né Yukio Mishima né Patrick Bateman avrebbero disdegnato – a farsi le lampade per apparire più seducente. Insomma Andreas Breivik dice, con molto meno stile, quello che già dicevano i ray ban di Andreas Baader.

Ma il cuore dell’operazione di lancio del libro, per quanto possa sembrare mostruoso, è proprio la doppia strage: “The actual military operation is also a sub-task as well as it is a marketing method for the distribution of this compendium among other things” (p. 1410). Il biondo giustiziere è consapevole della “geometrica potenza” del cosiddetto guerriglia marketing — e lo prende alla lettera. Una serie di attentati aveva già fatto la fortuna editoriale di Ted “Unabomber” Kaczynski, le cui oeuvres complètes si trovano oggi facilmente sugli scaffali delle librerie (e di cui Breivik ha copiato alcuni passi). L’emulo norvegese ha prodotto la teoria e perfezionato la pratica, osando accostare esplicitamente la lotta armata al linguaggio del business. Il suo approccio radicale alla promozione editoriale fa di lui un classico “collega che sbaglia”, un “fondamentalista del marketing” che farebbe qualsiasi cosa per un po’ di buzz. In fondo esistono già forme di marketing non convenzionale che lambiscono la legalità, minacciano la società, invocano la morte: dal mural advertising (praticato da agenzie che garantiscono di prendersi carico degli eventuali costi e rischi legali) alle pressioni e connivenze che permettono di trasformare una ragazza timida in un perfetto prodotto rock – suicidio-a-27-anni-precisi compreso nel prezzo.

Ora ci resta solo da osservare e misurare le conseguenze del lancio di 2083 sperando che — malgrado la crisi, la decrescita editoriale, la legge contro gli sconti sui libri, il costo della carta, le irregolarità al premio Strega e milioni di romanzi nascosti nei cassetti di tutto il mondo — altri aspiranti scrittori non seguano l’esempio del cavaliere oscuro.



Una storia semplice

Quando nel 2008 Einaudi pubblicò le Lettere dalla prigionia di Aldo Moro, scoprimmo innanzitutto un corpus letterario stupefacente, caso esemplare di letteratura apocalittica (naturalmente sul ciglio dell’apocrifia) nel cuore del ventesimo secolo. Ma scoprimmo inoltre uno storico ingegnoso, il curatore Miguel Gotor, che appunto aveva saputo dare corpo a quei testi, pure già noti. Oggi Gotor, di formazione specialista del Cinquecento e del Seicento, dedica a quelle lettere e alla loro storia un volume corposo, Il memoriale della Repubblica, il cui sottotitolo definisce un oggetto d’indagine preciso (gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia) e uno scopo ambizioso (l’anatomia del potere italiano).

L’esito del lavoro di Gotor è eccezionale proprio perché tra l’oggetto (gli scritti) e lo scopo dichiarato (l’anatomia del potere) risulta esserci un rapporto proficuo. Da storico e da filologo, oltre che da ottimo scrittore, Gotor analizza minuziosamente la diffusione e la ricezione degli scritti di Moro, ovvero la formazione (postuma) del corpus attribuibile al segretario della Democrazia Cristiana, concretamente prodotto su commissione dei carcerieri e sottoposto a vari livelli di censura. L’articolazione tra questi livelli descrive le aspettative e i comportamenti di numerosi agenti. La vicenda pluridecennale degli scritti di Moro appare come un perfetto caso di studio: un bandolo da filare con gli strumenti della filologia, al fine di sbrogliare l’intricata matassa di quelli anni. Da questo angolo inedito, lo storico riesce a dare un certo ordine a vari fatti e fatterelli impigliati nelle trame dei depistaggi incrociati.

Ciò che appare dal racconto di Gotor è soprattutto una spietata guerra tra fazioni, tipicamente italiana. Tipicamente italiana questa guerra innanzitutto perché, da ovunque la si guardi, la sua prima vittima (in nome della Necessità) è la Forma. Nel senso dell’ordinamento giuridico, delle procedure regolari, dei mandati ufficiali. Dal generale Dalla Chiesa al divo Giulio, vi sono troppi eroi impegnati ad “arrangiare” nella penombra, todo modo, la storia d’Italia. E tipicamente italiana questa guerra inoltre perché, dopo essersi arraggiati con la forma, ci si arrangia con la Memoria. Gotor denuncia con veemenza (sorprendente da parte di uno storico) la rimozione della “testimonianza” — del martirio — di Moro da parte dell’intera generazione di coloro che, per “eterogenesi dei fini”, inconsapevolmente si accordarono per propiziare (vedi Sciascia) e lasciare compiere il suo sacrificio.

Lo storico si fa qui portavoce della generazione successiva, schiacciata dai padri, erede del “mondo peggiore” costruito in quelli anni. Gotor confuta piuttosto facilmente il luogo comune secondo cui tra le Brigate Rosse (presunti stalinisti) e la sinistra extraparlamentare (presunti libertari) della fine degli anni Settanta non ci fosse connivenza ideologica, arrivando persino a suggerire un ruolo del vertice di Potere Operaio non certo nella pianificazione del rapimento, ma nella formulazione dei quesiti che sarebbero stati rivolti al rapito, e complessivamente nella costruzione dell’ingranaggio nel quale il corpo di Moro venne franto.

Alla fine della corsa, appassionante ed estenuante, il quadro risulta chiaro, come forse mai lo era stato, e senza cedere alla paranoia cospirazionista. Chiaro nel senso: che se pure innumerevoli tessere mancano al mosaico, abbiamo finalmente una visione d’insieme, un “oggetto storico” coerente con cui fare i conti, ancora da aggiustare certo, ma finalmente leggibile. E comunque, sconvolgente.



La strategia dell’Idra

Tra noi ed il nemico, bisogna stabilire un confine netto.
Rote Armee Fraktion, 1970

Abbiamo bisogno di una definizione semplice e neutrale del concetto di terrorismo. Ci provo: si tratta di un atto di violenza inteso produrre una rappresaglia dell’avversario, allo scopo di favorire la mobilitazione generale e/o giungere a un conflitto aperto. Il jihadismo suicida, dunque, non fa che svelare la dimensione sacrificale e apocalittica insita nella pratica del terrorismo.

In questo senso, non é difficile distinguere tra atto terroristico e combattimento irregolare o guerriglia. Il combattimento irregolare è per l’appunto una forma di combattimento, in cui è coinvolto un soggetto non riconosciuto politicamente (dall’avversario) o legalmente (dal diritto internazionale). Si tratta sempre e comunque di guerra, e “funziona” come la guerra: tutto si svolge interamente entro il paradigma clausewitziano. La guerriglia, come la guerra, è “un atto di forza per costringere l’avversario a compiere la nostra volontà“. Nello specifico, la guerriglia di resistenza tenta di configurare una situazione in cui “il dispendio di forze [dell'avversario] diviene sì grande che il valore dello scopo politico non lo compensi più.” Puro Vietnam. Diversamente il terrorismo è un atto di forza per costringere l’avversario a compiere la sua stessa volontà. Alcune persone, senza alcuna prova, hanno accusato gli Stati Uniti di essere feriti da soli l’undici settembre del 2001, invocando una teleologia che il terrorismo appunto rovescia completamente.

La strategia terrorista ha come baricentro il concetto di rappresaglia. In un certo senso, e per un tragico paradosso, il terrorismo fa coincidere per un attimo le volontà degli avversari. Il tempo della rappresaglia è quell’attimo: ma è un attimo che può durare tantissimo, come i sette anni della guerra in Iraq. Sette anni nei quali le vittime del 2001 si sono trasformate nel supremo oggetto di biasimo, e i principi dell’Occidente si sono incrinati definitivamente. Non c’era peggior danno che gli Stati Uniti potessero subire che la manifestazione della propria segreta volontà.

Cod4Perks

La rappresaglia, in un’ottica di guerriglia, è l’effetto collaterale negativo di un’azione in sé positiva (omicidio mirato, sabotaggio, ecc.). Il rischio può essere preso e le conseguenze sopportate. Spesso il rischio è colpevolmente sottovalutato. Ma di certo non è la rappresaglia in sé lo scopo ricercato. E perché, poi? Lo scopo è annientare il nemico, mica farsele dare. La Resistenza europea durante la seconda guerra mondiale ha avuto prevalentemente questa forma, che consisteva nel produrre azioni che indebolissero il nemico, per ottenerne una sconfitta militare. Su questo tema – sulla dialettica tra azione e rappresaglia – ci sono alcune belle pellicole: Anche i boia muoiono, di Fritz Lang, ambientato nella Germania nazista, e la Strategia del Ragno di Bernardo Bertolucci, che pure già anticipa la dimensione mitica martiriale che sarà caratteristica del terrorismo suicida. Tutto sommato la differenza tra guerra e guerriglia, in questa prospettiva, è marginale. Checché ne scriva Wu Ming 4.

Al contrario, il terrorismo ha come obiettivo primario di provocare una rappresaglia. L’azione sarà tanto più atroce quanto si desidera che sia atroce la reazione. Ed è l’atroce reazione a produrre gli effetti positivi: l’avversario è costretto a mostrare il suo volto più orrendo – quello del lione – ed è così che inizia a indebolirsi. Questo è esattamente quanto teorizzavano i terroristi rossi negli anni Settanta, ispirati dalle teorie militari di Mao Zedong, ed è ciò che teorizzava recentemente Bin Laden, nelle sue Raccomandazioni Tattiche del 2002, componendo il campo semantico dello svelamento, ad un tempo storico ed apocalittico:

La più grande conseguenza positiva degli attacchi di New York e Washington è stata di avere dimostrato la realtà del combattimento tra i crociati e i musulmani, di avere rivelato l’ampiezza del rancore che i crociati serbano verso di noi. Gli attacchi hanno tolto la pelle di pecora di cui si ammantava il lupo ed è apparso il suo vero volto. Tutto il mondo s’è svegliato, i musulmani hanno preso coscienza dell’importanza della dottrina dell’alleanza con Dio e della rottura [...]

Costretto ad esercitare un potere sempre più insostenibile, l’avversario perde progressivamente la propria legittimità. Perché la legittimità è fondata sulla giustizia che il soggetto è in grado di esercitare e di garantire, e il terrorismo rende impossibile l’esercizio della giustizia. Il terrorismo serve a rendere ingiusta la vittima. D’altra parte l’avversario non può non reagire all’attacco terroristico, perché da un punto di vista strettamente bellico ha subito un danno (economico, umano, morale) che deve restituire per non essere, a lungo termine, annientato. La strategia terroristica limita le possibilità dell’avversario entro un doppio vincolo, che lo costringe a fare ciò che il terrorista vuole da lui: reagire. Oppure ciò che il terrorista vuole da lui: subire. René Girard direbbe che l’unica via fuori da questo circolo é il sacrificio cristiano, e potrebbe anche avere ragione…

L’ovvia conseguenza della rappresaglia è l’ingrossamento delle file dei terroristi, il passaggio dalla parentela alla connivenza all’appoggio alla mobilitazione totale. Per ogni vittima c’è una famiglia che piange e maledice. La conseguenza positiva degli attacchi del 2001, scriveva Bin Laden, è di avere rinforzato la fraternità tra i musulmani, di avere svegliato il mondo. Così, proprio come la mitica Idra, per ogni testa mozzata se ne guadagnano due nuove (almeno, è così che io ricordo la leggenda, anche se a quanto pare non è l’unica: la metafora comunque è nota). Perché allora si dovrebbe temere la spada dell’avversario? Quella spada, bisogna gettarvisi sopra, o gettarvi sopra i propri fratelli. Perché la strategia terrorista non è altro che un sacrificio umano su vasta scala, un olocausto propiziatorio. Il martire non testimonia soltanto della fede nella propria causa, ma soprattutto testimonia della violenza che subisce. Catalizzandola su di sé, nella forma della rappresaglia, la rende riconoscibile. Il martirio è la traccia scavata dell’avversario, la testimonianza della sua atrocità impressa nella carne e nel sangue di chi l’ha scatenata. Nello stesso tempo, è l’avversario a specchiarsi nella vittima, e così nutrire il proprio senso di colpa, minare il proprio morale e smobilitare la propria società.

Confrontati alla minaccia del terrorismo — e più ancora alla minaccia della paranoia globale, che sfocia nella rappresaglia preventiva come governance mondiale — il vero sforzo cui siamo chiamati é il contenimento del male oscuro che il terrorismo é qui per scatenare: la nostra volontà, il nostro vero volto.



Il museo o il campo di battaglia

Per una critica del diritto internazionale sulla protezione dei beni artistici e culturali in caso di conflitto armato

Max Ernst, L’Europa dopo la pioggia

Nel cominciar di questa guerra i Greci riposero ogni speme, ogni fidanza ne l’aiuto di Palla; e ben riposte fur sempre, infin che l’empio Dïomede, e l’inventor d’ogni mal’opra Ulisse, il sacro tempio suo non vïolaro: come fêr quando, ne la ròcca ascesi, n’uccisero i custodi, e n’involaro il Palladio fatale, osando impuri por le man sanguinose al sacrosanto suo simulacro; e macular le intatte e intemerate sue verginee bende.

Virgilio, Eneide, II, 274-285.

1. Beni culturali e violenza politica

Nell’ingombrante eredità che i nostri antenati ci hanno trasmesso, e che conserviamo con dedizione, non ci sono soltanto pentole, monili e nature morte, ma soprattutto castelli, fortezze, muraglie, e ancora lance acuminate, scudi, armature, balestre, strategie militari e ricette per torture viziose. Nei musei e nelle città riposano le spoglie di antiche armi, logorate nella materia e nel significato: monumenti in onore di sovrani e ritratti di capitalisti; templi e icone sacre; palazzi delle amministrazioni e delle banche; biblioteche, boulevards, cimiteri. Gran parte del patrimonio artistico e culturale dell’umanità – così detto dai legislatori internazionali – non è altro che il solco scavato da secoli di esercizio del potere tra diversi gruppi di uomini, la testimonianza di un ordine e la cicatrice di una violenza di cui è fatta la Storia. La Storia tuttavia non è finita e spesso, lungi dall’essere la semplice traccia di un conflitto ormai risolto, il patrimonio artistico e culturale è il segno efficace dell’esercizio del potere hic et nunc: non un delizioso ornamento, non un bene inoffensivo, non un’esperienza con cui intrattenersi nel tempo libero.

Oggi un visitatore può esplorare le sale del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo e ammirare la straordinaria collezione di opere d’arte, le fastose decorazioni e gli emblemi di un potere trapassato; nel 1917, i bolscevichi, comandati da Vladimir Antonov-Ovseenko, lo sfiguravano a cannonate. Chi, tra il turista e il rivoluzionario, è più prossimo a comprenderne il significato, il valore, la bellezza? Chi, tra chi conserva e chi distrugge, conosce meglio il segreto del patrimonio artistico e culturale dell’umanità? La domanda è senz’altro oziosa, come dicono per modestia i filosofi, per cui ci accontenteremo di enunciare un dato di fatto: le guerre hanno sempre comportato la distruzione o la predazione di beni culturali. E questo non soltanto perché un edificio o un manufatto possono coincidere con un obiettivo economico o militare, ma anche e più profondamente perché i beni artistici e culturali, che oggi fruiamo esclusivamente nella loro dimensione estetica, sono degli oggetti intrinsecamente politici. Essi sono, propriamente, la materia di cui è fatto il potere. Le fortezze, gli scudi e le strategie; ma anche i monumenti, i templi e le biblioteche.

Nel tentativo di sottrarre questi beni alla violenza, alla quale pure sembrano destinati, è stata conclusa all’Aia nel 1954 la convenzione sulla Protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, ratificata nel corso degli anni dai diversi stati. Aderendo alla convenzione, le parti s’impegnano

a proibire, a prevenire e, occorrendo, a far cessare qualsiasi atto di furto, saccheggio o di sottrazione di beni culturali, comunque sia praticato, e qualsiasi atto di vandalismo verso gli stessi. (art. 4)

La questione del rapporto tra patrimonio culturale e violenza politica, che pareva finalmente risolta, è però ri-emersa con forza durante gli anni Novanta e ha costituito una sfida per chi si occupa di diritto internazionale. Come sottolinea un testo recente, la “deflagrazione degli Stati multietnici e multiconfessionali” dopo la caduta dell’Unione Sovietica ha provocato “drammatici quanto inattesi problemi relativi al trattamento dei beni culturali nei conflitti armati” (Zagato 2007, p. 199). In effetti, scrive ancora Zagato, “risalta come uno tra i tratti qualificanti dei nuovi conflitti risieda precisamente in ciò, che la distruzione del patrimonio culturale della Parte avversa diviene un obiettivo militare prioritario” (p. 203). Sono stati soprattutto i conflitti etnici sorti dalla dissoluzione della Iugoslavia a manifestare il problema di “conflitti aventi come obiettivo specifico la distruzione dei beni culturali” (p. 242).

Il danneggiamento nel 1991 dell’antica città croata di Dubrovnik assediata dall’Esercito Iugoslavo (JNA) e il bombardamento del ponte Stari Most di Mostar nel 1993 sono i simboli di una forma di violenza politica che gli strumenti pattizi internazionali non sono stati in grado di prevenire. Proprio in seguito a questi tragici eventi il curatore e museologo canadese Martin Segger ha sviluppato l’idea di una museologia della riconciliazione, che prende le mosse dalla constatazione dell’essenziale politicità del bene culturale e dello spazio museale. Anche da questo punto di vista, e non solo da quello umano, la guerra dei Balcani ha presentato un pesante bilancio:

What differentiates today’s tribal and ethnic conflicts from those previously of nation states, is the extent to which erasing not only ethnic identity but also ethnic memory has been raised to the status of a legitimate goal. This is quite different from the 1000 years of systematic looting which was part and parcel of the military system. Museums, historic sites, libraries, archives, places of worship and community gathering have become prime targets. (Segger 1998)

C’è da chiedersi se questo sia semplicemente un “incidente di percorso”, o se piuttosto – come crediamo – non si debba fare i conti con un limite intrinseco degli strumenti legali di tutela del patrimonio culturale. È corretto ritenere che l’assorbimento del bene artistico entro il teatro di guerra, come obiettivo intenzionale, sia un fenomeno nuovo? Senza dubbio, la tecnologia militare permette oggi di produrre una quantità di danni dapprima impensabile, ma questo dato quantitativo davvero non è sufficiente, ci pare, per parlare di un salto di qualità nella natura dei conflitti. Lo stesso Segger, ripercorrendo sommariamente la storia del rapporto tra guerra e beni artistici, ne evidenziava l’ineluttabile legame:

Gold and silver art works, war trophies of the conquering armies of Alexander, were proudly displayed in Greek Temples, ancestors of the modern museum. The armies of Napoleon looted Europe to found the modern Louvre; and likewise British generals and colonial administrators scoured an Empire to develop the British Museum. (Segger 1998)

E se i “nuovi conflitti” segnassero piuttosto la fine di una breve parentesi, caratterizzata dal diritto di guerra novecentesco e dalle sue illusioni? Questa parentesi, ci pare, ha coinciso con il disconoscimento della stretta interdipendenza tra la produzione artistica e la storicità dell’esistenza umana. Che l’arte e la cultura siano politicamente neutre – e che possano essere considerate militarmente neutrali – è il principio da cui muovono i numerosi trattati internazionali che, nel corso del Novecento, ne fissano lo statuto; per non parlare dell’idea di un patrimonio universale talmente neutro da appartenere all’umanità intera, sviluppatasi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

In effetti, una certa concezione dell’arte e della cultura si nasconde tra le righe delle convezioni. Questa concezione è contestabile sul piano dei presupposti teoretici, ma soprattutto su quello dell’efficacia normativa, come vorremmo dimostrare esaminando il modo in cui gli strumenti internazionali riconducono il patrimonio culturale e artistico entro la categoria della neutralità politico-militare. Alcuni concetti del linguaggio giuridico e militare, alcune parole cui si ricorre con troppa distrazione, attirano la nostra attenzione: superfluo, neutrale, universale. Esaminandole vorremmo formulare una critica, talvolta provocatoria, dell’ideologia della tutela dei beni artistici e culturali, in guerra ma anche in pace.

Non ci stiamo qui interrogando su che cosa sia una bene culturale, su quali criteri lo definiscano, su cosa dobbiamo conservare e su cosa possiamo sacrificare. Se così fosse, il problema non riguarderebbe la natura delle prescrizioni, ma l’estensione del concetto di bene culturale cui le prescrizioni si applicano. In verità, la domanda da porsi è tutt’altra, ed è questa: l’immunizzazione del bene culturale – come definita dalle convenzioni – non implica necessariamente (nel suo tentativo di neutralizzarlo e universalizzarlo) una definizione del bene riduttiva, che non corrisponde alla realtà dei rapporti che gli uomini intrattengono con esso? In questo caso, la prescrizione rischia di essere semplicemente inattuabile, oltre che tragicamente ingenua: proprio come fu ingenuo credere, a Versailles nel 1919 e a Ginevra nel 1924, che la “criminalizzazione della guerra” avrebbe reso impossibile il conflitto armato. Lo avrebbe invece reso più atroce.

E ugualmente atroce è il destino del bene artistico, ostaggio di custodi tanto severi quanto incapaci di proteggerlo. Ma se la sola alternativa fosse tra il museo e il campo di battaglia dobbiamo davvero preferire il primo?

Leggere il seguito »



Allo Stato fischiano le orecchie?

“Il governo si è stancato di inviare sempre qualcuno solo per farlo fischiare. Ha fatto bene stavolta a lasciare in piazza solo il Prefetto: io non avrei inviato nessuno neppure gli anni scorsi” (Ignazio La Russa, ministro della Difesa, 1 agosto 2010).

“Abbiamo bisogno di rituali ma questi non soddisfano più lo scopo per cui erano stati pensati.” (Flavio Delbono, sindaco di Bologna, 2 agosto 2009)

Uno strano rito

Ogni anno a Bologna va in scena uno strano rito: alla cerimonia di commemorazione per le vittime della strage del 1980, i rappresentanti dello Stato italiano – accusato di avere in qualche modo coperto i colpevoli, e di continuare a farlo – vengono fischiati da parte dei convenuti. Negli ultimi anni, si è tentato per quanto possibile di neutralizzare il rito, “scolorendo” i rappresentanti : un prefetto in luogo di un ministro, oppure un ministro di seconda fila nel 2008. All’epoca, qualcuno aveva sottolineato che non avrebbe avuto nemmeno senso fischiarlo, per via della sua scarsa rappresentatività; ma il presidente del Consiglio ha garantito per lui. Fischiatelo pure, sarà come se ci fossi. Coincidenza nel paradosso: il ministro in questione era l’unico membro del governo ad appartenere al partito che governava l’Italia negli anni di piombo. Questo, si suppone, avrà sollevato l’umore dei fischiatori, e riempito d’aria i loro polmoni.

Lo strano rito, persino quando assume i contorni del paradosso, ha in sé una certa logica. Certo, siamo sul piano dei simboli; ma non è il caso di ribadire quanto siano essenziali i simboli per l’animale politico che siamo. Era un simbolo anche la strage, un simbolo che doveva essere letto e interpretato e produrre degli effetti, un atto linguistico, all’interno di un discorso più lungo che ha insanguinato l’Italia durante la Guerra Fredda. Tuttavia, questo discorso rimane per noi ancora oscuro, come un antico papiro in una lingua sconosciuta, scritto da un autore misterioso e un po’ confuso. Eppure, ben presto alcuni filologi hanno iniziato a propugnare un’ipotesi su questo autore: era lo Stato a mettere le bombe. E se non le metteva con le sue mani – perché lo Stato non ha mani – usava quelle degli estremisti o dei criminali o dei mafiosi, poi copriva la verità in ogni modo. Così s’iniziò a parlare di Stragi di Stato. Si parlò di Strategia della Tensione. Ma fermi un attimo: se lo Stato non ha le mani, come fa ad avere una strategia? E avrà le orecchie, per sentire tutti i fischi?

I due corpi del funzionario

Qualche tempo fa si è scoperto che gli attentati postali all’antrace del Settembre 2001 negli Stati Uniti sono stati ideati ed eseguiti da un chimico che lavorava per il Governo, con il cruccio di allertare il sistema immunitario della nazione contro il rischio della stessa sostanza che lui diffondeva in dosi omeopatiche. Il fatto che uno scienziato governativo spedisca buste all’antrace basta a farne una Strage di Stato? Qualcuno sospetta che lo scienziato fosse al servizio di alcuni militari. Il fatto che dei militari spediscano buste all’antrace basta a farne una Strage di Stato? Ma supponiamo, solo per esperimento mentale, che l’ordine ai militari sia arrivato direttamente dal presidente George W. Bush: il fatto che il presidente degli Stati Uniti spedisca o faccia spedire buste all’antrace basta a farne una Strage di Stato?

Qui è necessario fare una distinzione tra le persone e gli uffici, tra i “due corpi del funzionario”: quando, nella nostra finzione, il Presidente ha mandato ai militari un sms (un po’ sgrammaticato) con scritto di mandare in giro dell’antrace, si trattava effettivamente del Presidente? E se avesse soltanto alzato un po’ il gomito, quella sera?

Il fatto è che il Presidente non può fare tutto ciò vuole. Non vuole dire che non lo possa fare effettivamente, ma che ciò facendolo cessa di essere Presidente. Se il Sovrano decide sullo Stato di Eccezione, non lo fa legalmente, lo fa “per il bene del popolo” e “in nome del popolo”, ma la sua legittimità risulta in qualche modo sospesa: il funzionario si prende interamente la responsabilità morale e legale delle decisioni estranee a quelle previste dall’esercizio delle sue funzioni e dei suoi poteri.

Nello spirito del dispositivo dell’abuso d’ufficio, un poliziotto non può torturare un sospetto criminale. Se ciò si verificasse, e ve ne fossero le prove, egli verrebbe sottoposto a una sanzione, e probabilmente sospeso dal suo ufficio. In questo senso, la sanzione ha lo scopo di trasferire la colpa interamente sull’individuo, chiarendo l’impossibilità ontologica che il crimine sia stato compiuto dall’ufficiale (ovvero autenticato dalla volontà popolare che fonda l’ordinamento giuridico). La conseguenza di questo meccanismo, che ha una secolare tradizione teologico-politica, è che lo Stato ha dei limiti legali che non possono essere formalmente valicati, se anche lo sono sostanzialmente. Quando ciò accade, non è lo Stato ad averlo fatto, non é il popolo ad esserne responsabile, ma un corpo estraneo che ha abusato del potere decisionale che gli é stato affidato, tradendo un mandato esplicito, e che deve essere per questo espulso. Se il Sovrano non è giusto, insegnava Giovanni di Salisbury, egli semplicemente non è un Sovrano ma un Tiranno. Ovvero qualcuno che indossa gli abiti del Sovrano, la sua corona ed il suo scettro. Un usurpatore. O un capo espiatorio?

Limiti dello Stato

Torniamo dunque alle nostre Stragi di Stato. Immaginiamo la scena del complotto: ancora una volta il Presidente, assieme con il capo dei Servizi Segreti, il Capo della Polizia, il segretario del Partito di maggioranza, un diplomatico straniero, l’amministratore delle Ferrovie dello Stato, Ugo Tognazzi ovviamente, eccetera, riuniti in un tempio massonico, mentre pianificano nei dettagli la strage di Bologna. Questa è una Strage di Stato? Si tratta piuttosto di una cospirazione tra uomini che ricoprono i più alti uffici dello Stato, che produce decisioni del tutto illegittime e illegali. Nessuna Strage di Stato. Ed è così che le istituzioni hanno sempre affrontato gli scandali: “deviazioni”, “mele marce”. Troppo facile? Eppure, il ragionamento è corretto, perché proprio come ogni ufficio è vincolato alla sua funzione, così lo Stato è vincolato alla legalità: non può fare stragi, al massimo operazioni di polizia o guerre. E queste hanno un’altra caratteristica, oltre che la legalità: la pubblicità. Lo Stato non ha un interno, perché ciò che non é pubblico non può essere detto statale, se non ricorrendo al dispositivo eccezionale del Segreto di Stato.

In questo senso, il concetto di “Strage di Stato” é internamente contraddittorio. Le Stragi di Stato sono formalmente impossibili. Lo Stato é per forza innocente, o per meglio dire é ontologicamente vincolato a non compiere certe azioni, che pure sono (o sembrano) necessarie alla sua sussistenza. I rappresentanti si trovano quindi nella necessità di agire al di fuori dalla legge per compiere, “per il bene del popolo”, o più esattamente per l’interesse di una parte della società, atti di cui nessun beneficiario intende prendersi la responsabilità. Questo doppio vincolo paradossale, trasformando il funzionario in un boia, permette di catalizzare ed evacuare la violenza prodotta dal sistema democratico, come “effetto collaterale” o scoria.

Per un’epistemologia del complotto

Rimangono però due nodi al pettine, che andrebbero approfonditi. Il primo sono i Servizi Segreti, poiché, pur essendo un organo dello Stato, aggirano entrambi vincoli della legalità (in una certa ambigua misura) e soprattutto della pubblicità. La domanda “Quis custodiet ipsos custodes?” è uno dei problemi metapolitici più consistenti delle democrazie contemporanee, che le continue riforme dei servizi d’informazione (la più recente nel 2007) tentano di risolvere. Come dichiarato dal verde Daniel Cohn-Bendit, democratico ortodosso, in un’intervista a Repubblica del 2006, non é impossible che “i servizi segreti (…) agiscano anche al di là dei compiti dati loro dai governi”. I Servizi Segreti non sono e non possono essere interamente sotto il controllo dell’esecutivo: in un certo senso, mettono in crisi il confine tra legale e illegale, legittimo e illegittimo, e dunque l’autenticità dei propri atti ufficiali. Mi sono sempre chiesto quale fosse lo statuto politico dei famigerati “memoranda segreti”, se (e in quale misura) possono essere considerati atti d’ufficio. Stupisce, peraltro la pochezza bibliografica sull’argomento, e anche i pochi che l’hanno affrontato (Ernst Kantorowicz ad esempio) non hanno detto molto.

Il secondo nodo riguarda la necessità di costruire un concetto di Stato sostanziale accanto allo Stato formale, kelseniano. Se la sussistenza del sistema (e di tutti i rapporti di potere vigenti) é interamente e regolarmente garantita dal “lavoro sporco”, ovvero illegale, a che serve il concetto giuspositivistico di Stato, che vincola lo Stato alla legalità? Accanto alla “impossibilità (formale) dello stragismo di Stato” la storia d’Italia suggerisce tutt’altro scenario, che per essere compreso necessita forse di un “modello” politico differente, che neutralizzi il dispositivo espiatorio con cui i cittadini democratici – i beati fischiatori – costruiscono l’illusione della propria innocenza. Risolvere tutto nelle deviazioni, nelle mele marce e negli estremismi rischia di decomporre il significato complessivo di tutta la faccenda (e dunque la sostanza del sistema democratico) con l’abile impiego di un deus ex machina espiatorio, eretto a regola del sistema, utile idiota che si prende carico d’ogni lavoro sporco: l’usurpatore.

Per adesso ci sono i fischi, straordinario rituale meta-politico con cui il cittadino democratico sconfessa i propri rappresentanti, e si purifica dalle colpe di crimini compiuti per il suo bene.



Pages: 1 2 3 Next