Tommaso d’Aquino nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Legge e libertà di espressione /1

Per riflettere sulla libertà di espressione dovremmo forse iniziare col definirne il primo termine: un termine apparentemente trasparente e invece opaco, un termine molto usato o meglio abusato: il concetto di libertà. Nella lingua comune, chiamiamo “libero” colui che non obbedisce a nulla, che agisce secondo la propria volontà, senza interferenze esterne. E qui ci sarebbe senz’altro da discutere ancora, per capire se sia possibile davvero essere liberi, o se la volontà sia invece sempre il prodotto di un’interferenza. Ma ben oltre questo dilemma psicologico e morale, la libertà ha anche un’ambiguità politica. Addirittura, potremmo dire che nel sistema politico che noi conosciamo come democrazia, nel sistema politico nel quale viviamo, il concetto di libertà ha un senso rovesciato.

Perché in fondo la libertà di un soggetto democratico consiste nella sua obbedienza alla legge; è l’obbedienza alla legge che garantisce la libertà. Questa idea si trova già nel pensiero medievale, che la consegna alla filosofia politica moderna e illuminista. Tommaso d’Aquino aveva colto l’esistenza di un rapporto tra la legge e la libertà, un rapporto di filiazione della libertà dalla legge. Questo è forse il fondamento ideologico dello stato di diritto, e lo stato di diritto è il nucleo della democrazia. Il voto è soltanto il momento spettacolare della democrazia, o meglio, proseguendo la metafora botanica, potremmo considerarlo come una semplice buccia: bella d’aspetto e buona a proteggere. Ma ciò che definisce lo stato democratico è proprio questa normazione universale, razionale, astratta – che considera tutti uguali e garantisce a tutti lo stesso trattamento, garantisce la libertà nella sottomissione alla legge. E’ il principio per il quale si obbedisce alla legge per non dovere obbedire a nessun uomo. La legge è sovrana, dicevano gli antichi. E soltanto la legge può porre fine al conflitto permanente, alla guerra di tutti contro tutti.

Quando parliamo di libertà d’espressione, allora, non dobbiamo dimenticare questo: ovvero che se libertà è la sottomissione alla legge, e questa sottomissione è la garanzia che non si sarà sottomessi a nient’altro se non alla legge, allora anche la libertà d’espressione potrà, o dovrà, essere intesa entro questi limiti, in un significato “tecnico” di libertà che ci costringerà forse ad abbandonare l’idea un po’ infantile (e irresponsabile) della democrazia come grande asilo nido nel quale tutto è concesso, nel quale il concesso diventa obbligatorio. Perché se le parole sono atti, se le parole hanno un valore, se le parole sono capaci di trasformare la realtà – e noi vogliamo, crediamo che le parole abbiano questo potere – ed è per questo che le teniamo in grande considerazione – allora le parole, come tutti gli atti, come tutti gli atti politici, come tutto ciò che fa parte del mondo, fanno parte anche di ciò su cui è possibile legiferare, qualora esse rechino danno. Le parole possono colpire, ferire, cambiare, trasformare. E non mi riferisco a una nonnina offesa da una bestemmia, ai bigotti inoffensivi di casa nostra: penso alle polveriere sempre più diffuse dei conflitti etnici e religiosi. Lì dove una parola di troppo è come un dito sul grilletto.

Se studiassimo la storia della censura con meno superficialità, ci accorgeremo forse di come essa sia stata più spesso uno strumento di amministrazione civile che di repressione politica. Pur senza rimpiangerla, possiamo intuirne la necessità. Ma ci basta guardare all’attualità, all’attualità così poco moderna che ci circonda, che la modernità la circonda, la divora, la inghiotte poco a poco. Lì dove le parole contano ancora, pesano come macigni. Lì nel conflitto permanente. Sarà il caso di essere gli ultimi giapponesi della libertà di espressione in un mondo nel quale una vignetta di troppo può provocare una sommossa? O forse questa ostinazione è soltanto un’altra forma di fondamentalismo, il fondamentalismo illuminista? Forse dovremmo semplicemente lavorare a una concezione più matura di libertà.



The edge*

* THOMAS AQUINAS AND THE ARGUMENT FROM CONTINGENCY. PROVING GOD AS A STRATEGY.

Fides et Ratio

When Anselm proposed his ontological argument for the existence of God, he received a great number of objections. A fallacious and anachronistic deduction would be that all these objections came from atheists. In fact, the great enemy of Anselm was a Benedictine monk, Gaunilo of Marmoutiers. Even today, the refusal for a strictly logical demonstration of the existence of God comes mostly from certain Christians. Because faith does not have to be demonstrated. Faith is faith. There is a famous sentence, ascribed to Tertullian: “Credo quia absurdum”. I believe because it’s absurd. In tougher words: It’s absurd, therefore I believe. Leggere il seguito »



la terza via

Sul blog americano dangerous idea sono capaci di commentare per dieci pagine (a stampa) un post su Tommaso d’Aquino e la terza prova dell’esistenza di Dio. Azioneparallela, in confronto, è un pivello.



Fine della Legge

Dio può infrangere la Legge, rendere possibile l’impossibile, in ogni momento tuonare lacerando il senso di ogni cosa. Dio può ignorare l’ordine da lui stesso statuito: è il miracolo. I miracoli sono segni sensibili (semeia), con i quali Dio si manifesta come deliberato criterio d’illegalità. Origine e Fine della Legge. In verità il dibattito teologico fu acceso: Agostino sosteneva che il miracolo è in qualche modo già iscritto nell’ordine della creazione (“Il portento dunque avviene non contro natura ma contro quanto della natura è noto”); diversamente Tommaso: “Si dice propriamente miracolo ciò che avviene al di là dell’ordine dell’intera natura creata”. In ogni attimo Dio può rendere falso ciò che è vero, in quanto è prerogativa della Legge essere al di sopra di sé stessa (vedi Schmitt). Eppure non lo fa. A un certo punto i miracoli cessarono, per permettere la conoscenza. Dio non può giungere a salvare le sue creature dalle onde gigantesche e dai terremoti, perché priverebbe il mondo del suo ordine e quindi della sua conoscibilità. Certo ci si può lamentare del baratto; ma fu l’uomo a scegliere tra il paradiso e la conoscenza, cogliendo una mela. Ora conosce ogni cosa, e potrà prevedere il giorno e l’ora in cui la terra gli si spalancherà sotto i piedi.