USA nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



L’era dello Spirito

Barack Obama cita Gioacchino da Fiore.

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Il delitto perfetto

Le tradizioni vanno rispettate: dopo l’uso, il monarca si decolla.

Ma di solito gli assassini non domandano l’approvazione. Non lasciano prove e non esibiscono il loro crimine. Si nutrono di vendetta, e il sangue è l’unica legittimità che cercano. Nessuno, quindi, si sogna d’importunarli per insegnare loro la morale, a maggior ragione se il lavoro sporco lo stanno facendo per conto della Storia.

Ma quando gli assassini tentano il virtuosismo in area, il delitto perfetto – quando scomodano i tribunali, ovvero lo stato di diritto – quando riprendono l’esecuzione in diretta e se ne fanno vanto – allora se le vanno a cercare. E l’equilibrio instabile delle loro ragioni, della loro giustizia, basta un talk show in prima serata a farlo crollare. Dietro alle immagini pulite silenziose edificanti del tiranno giustiziato emergono quelle altre sporche sgranate che non edificano un bel niente e per giunta insegnano le parolacce ai bambini. Dietro alla burla del processo gli enormi buchi di un meta-diritto impossibile e ipocrita, disomogeneo nella sua applicabilità, ingenuo come il Settecento. Infine e soprattutto, dietro alle decisioni di uno stato sovrano, al quale si dedicherebbe una certa dose d’indifferenza, il fantasma dell’occupante con il saltuario vizietto della pena di morte.

D’un tratto la questione, in sé naturale anzi fisiologica, sembra richiedere da chiunque un commento, un giudizio, una ramanzina, uno sciopero della fame, una moratoria internazionale, un’opinione almeno. La morte bella e giusta del tiranno finisce nel cortocircuito di una legittimazione impossibile. Hanno voluto strafare, questa è la verità.



La distruzione del tempo

Bell’articolo del New York Times Magazine (su Internazionale di questa settimana) sulle ragioni del filo-israelismo di destra cristiana e neoconservatori statunitensi. Ad un certo punto si parla del cosidetto sionismo cristiano, ed io ero rimasto ai tempi in cui questo significava pressapoco dare uno stato agli ebrei per liberarsene. Invece questi sono dei fondamentalisti cristiani che, interpretando alla lettera la Bibbia,

credono che Cristo ritornerà sulla Terra soltanto quando gli ebrei si saranno nuovamente impadroniti della Terra Santa.

Comunque poi finisce o con l’Apocalisse o con la conversione al cristianesimo in massa, quindi c’è poco da stare tranquilli. Un’interferenza, quella tra storia universale ed ermeneutica teologica, tra tempo profano e tempo sacro, tra mito ed evento, che appartiene precipuamente alla religione ebraica, che ha in una nazione, in un popolo, il soggetto della Storia. Dobbiamo perciò considerare l’esistenza d’Israele (alla stregua delle distruzioni del tempio e della Shoah) anche da un punto di vista teologico, dal punto di vista dell’economia della salvezza. Alla teologia è dunque lecito ricorrere per comprendere le scelte dello Stato Ebraico, la cui sopravvivenza è, anche, una questione metafisica.

Quello che colpisce (senz’altro perché conosco poco il protestantesimo americano) è che un punto di vista messianico emerga ora anche dalle parti del cristianesimo. Ovvero una religione fondata sull’evento totalizzante della crocefissione, sulla quale si apre una semplice parentesi prima della fine dei tempi. Le debite eccezioni di millenaristi come Gioacchino da Fiore si presentano sempre sul filo dell’eresia. Oggi forse le cose stanno cambiando: quando nei suoi discorsi Bush evoca Dio e la fede, non si tratta soltanto di fare vincere dei valori su degli altri (Occidente contro Islam), ma forse di partecipare al compimento del divenire ultraterreno della Storia universale.