V for Vendetta nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Il mio nome è Nessuno

In the future, everyone will be anonymous for 15 minutes.
Banksy

Secondo Linkiesta, l’hacker che ha defacciato il sito della deputata Paola Binetti rivendicando l’azione a nome di Anonymous non sarebbe in alcun modo legato al gruppo. Si tratterebbe di un millantatore, di un falsario, anzi più precisamente di un usurpatore. Il suo comunicato, un apocrifo nel corpus dell’anonymismo ortodosso. Il caso é chiuso? Al contrario, direi che si é appena aperto. In effetti se esistono degli atti apocrifi é necessario che esistano anche degli atti ufficiali, e dunque un’entità in grado di produrli e convalidarli, o invalidarli se necessario. E però Anonymous si presenta come un aggregato spontaneo, un’intelligenza-sciame dai contorni sfumati, un vero grande “partito liquido” come lo sognava Veltroni, nel quale la distinzione tra dentro e fuori, e perciò tra ufficiale e apocrifo, é tenuta a sciogliersi completamente.

Anonymous non é un gruppo, non é un partito, non é un’ideologia, bensì un meme: proprio come i gattini e le trollfaces. E chi smentirebbe un gattino? Come scrive Luca Annunziata su Punto Informatico a proposito del caso Binetti, “nessuno può smentire o confutare che un’azione come quella di oggi sia davvero o meno un’azione di Anonymous”. Insomma la Binetti stessa potrebbe firmarsi Anonymous e scrivere in un forum che “tendenze gay fortemente radicate possono portare alla pedofilia”, magari ricorrendo al fake anonymous meme generator. O uno squilibrato indossare la maschera di Guy Fawkes per massacrare i suoi compagni di scuola. Ecco dunque il paradosso: se chiunque può firmarsi “Anonymous”, non c’é ragione di credere che esista effettivamente un movimento chiamato Anonymous.

Anonymous eredita le sue contraddizioni dalle esperienze che l’hanno preceduto e ispirato. Negli anni Novanta nasceva e moriva Luther Blissett, e tra le varie avventure legate a questo pseudonimo collettivo si ricorda almeno un episodio imbarazzante: la pubblicazione per Mondadori del demenziale regesto net.gener@tion, ad opera di un giovane Giuseppe Genna. Presentato come una burla ai danni dell’industria culturale, il libro poneva tuttavia un problema serio: se chiunque può firmare con il nome Luther Blissett, perché il povero Genna no? Che cosa distingue il Blissett vero dal Luther artificiale? La risposta é semplice: una cascata di comunicati. Il condividuo situazionauta aveva prodotto la sua bella burocrazia, in grado di stabilire di volta in volta la legittimità degli enunciati e degli atti.

Così vanno le cose anche per gli Anonymous, che passano sempre più tempo a prendere le distanze gli uni dagli altri. Un mese fa é apparso su YouTube un video, considerato ufficiale poiché emanato da fonti vicine al nucleo originario, nel quale un anonimo Guy Fawkes confutava una certo comunicato definendolo contrario ai principi del gruppo. Ma tra i principi del gruppo non c’era proprio il fatto che chiunque può aderirvi, e perciò emettere comunicati? Una settimana fa, un tweet su AnonOps denunciava una “fake operation”. Proprio questa sera é apparso un nuovo videoFor All Fake Members” nel quale il solito Guy Fawkes se la prende con gli usurpatori e lancia un’accusa quantomeno surreale: “You are not Anonymous”. Insomma esisterebbero degli anonimi e dei falsi anonimi. Qua si vira alla farsa allegorica, anzi al remake letterale de L’uomo che fu Giovedì di Gilbert K. Chesterton.

La teoria del movimento liquido é suggestiva, e può sedurre gli esteti del casotto, i neo-soreliani digitali e altri rebels without a cause sedotti dalla visione di Fight Club o dalla lettura di Invisibles di Grant Morrison. Tuttavia credere che questa folla disordinata possa sviluppare un’intelligenza collettiva é probabilmente un fantasia derivante dalla lettura sotto acidi della Teoria generale dei sistemi di Bertalanffy, o dalla propensione quasi religiosa a credere che uno Spirito possa “ispirare” il movimento. Nella pratica, é probabile che gli attivisti si stanchino di questa confusione e scelgano di entrare in strutture organizzate, meno sensibili alle infiltrazioni, più efficaci insomma al fine di ottenere risultati concreti. Alcuni, stufi di sentirsi rinfacciare che la maschera di Guy Fawkes gliela vende la Warner, prenderanno a indossare altre maschere, o passamontagna, calze, mutande.

Ogni volta che un ragazzino sigilla una bravata con il marchio di V for Vendetta, gli Anonymous devono sentirsi come Veltroni quel giorno in cui Massimo Calearo passò al gruppo misto. Il problema é che nomi come “democratici”, “indignati” o “anonimi” non aiutano a circoscrivere un’identità. E se una certa misura di vaghezza é fondamentale per costruire enunciati e simboli nei quali possano riconoscersi sensibilità differenti, c’è comunque un limite alla cardinalità di un insieme politico (ovvero al numero di elementi che lo compongono). La questione allora non é nemmeno di giudicare se la filosofia di Anonymous sia coerente ma di stabilire come, di fatto, Anonymous possa logicamente esistere.

Di che cosa Anonymous é il nome? Di varie cose. Di un meme appunto, di una moda, come i jeans strappati e le pettinature emo. Ovviamente non può esistere nessun comitato centrale dei jeans strappati e delle pettinature emo, nessun sigillo di ceralacca che ufficializza i jeans strappati correttamente, nessun concilio ecumenico che legifera in materia denimologica. Ogni persona con i jeans strappati risponde solo dei suoi jeans strappati. Ma Anonymous é anche il nome di una costellazione di persone che tramano assieme, si scambiano informazioni, codici, obiettivi, e localmente provano a darsi coerenza e disciplina. Per non parlare di quelli che fondano blog ufficiali: speriamo che abbiano riempito tutti i moduli. Il paradosso del movimento liquido sta tutto nell’oscillazione tra meme e costellazione, spontaneismo e organizzazione, centro e periferia — e alla fine, esistenza e inesistenza.

Un regime di esistenza “debole” caratterizza la maggior parte degli oggetti sociali e degli aggregati politici. Esiste l’Italia? E l’Europa? E il Tibet, la Macedonia, la Transnistria, l’Abcasia? Sono soprattutto le organizzazioni clandestine, in maniera programmatica, a porsi in uno stato d’indeterminatezza ontologica al fine di sfuggire al controllo e alle sanzioni. Il termine “clandestino“, in effetti, indica proprio il carattere non-iscritto di un oggetto sociale (con buona pace di Maurizio Ferraris secondo cui la documentalità é la proprietà sostanziale degli oggetti sociali). In termini ontologici e filologici, i paradossi di Anonymous non sono molto diversi da quelli che pone un’organizzazione come Al Qaeda.

Suscitò un piccolo scandalo Armando Spataro, il capo dell’antiterrorismo della Procura di Milano, quando un anno fa dichiarò che “Al Qaeda non esiste”. Secondo Spataro, “Esistono dei gruppi che si formano e si uniscono”, e niente più. D’altronde é noto che il termine arabo significa semplicemente base, nel senso di database: una lista di nomi, un annuario di ceffi con le barbe lunghe e le facce cattive. Se altri tuttavia affermano che Al Qaeda esiste, é perché si rilevano dei movimenti non-aleatori di capitale, informazione e persone, riconducibili a una struttura organizzata sebbene decentrata. Soprattutto, l’inesistente Al Qaeda é in grado di emanare un certo numero di atti ufficiali, i comunicati di Osama Bin Laden e dei suoi colonnelli. Al di là delle “fonti autenticate” (i leader riconosciuti e riconoscibili) é peraltro possibile che viga una certa confusione, e per questo resta difficile attribuire certi atti ad Al Qaeda.

Potremmo dire insomma che l’esistenza di un’entità é determinata dallo sviluppo di una facoltà che gli permetta di produrre atti autentici, distinti dagli atti inautentici che le possono essere attribuiti. È possibile distinguere concettualmente, e giuridicamente, un comunicato originale delle Brigate Rosse da un apocrifo, come il famoso comunicato del Lago della Duchessa. Più difficile quando si parla di associazione mafiosa. E per Anonymous? È evidente che stanno combattendo due forze opposte, una centripeta e una centrifuga, una che lavora alla costituzione di un gruppo vero e proprio, l’altra che procede verso il disordine puro. Aspettando l’implosione, Anonymous continuerà a emanare messaggi contraddittori in un regime d’apocrifia incontrollata. Per ora la linea sembra essere: tutti siamo anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi degli altri.



Il cabaret vizioso

They give you masks and costumes and an outline of the story
Then leave you all to improvise their vicious cabaret…
Alan Moore, The Vicious Cabaret

“Domani esce V for Vendetta“, scrivevo il 16 marzo del 2006, e ancora prima di averlo visto già sapevo come sarebbe andata a finire: “Confido nella capacità di questo film d’inquadrare una fetta importante d’inconscio collettivo, di Zeitgeist, d’ideologia”. A visione avvenuta, definivo il film come potenziale scintilla di una rivolta metafisica ma concludevo che non avrebbe avuto alcun effetto reale, poiché si trattava di un semplice prodotto di consumo. Ma le due cose necessariamente si escludono?

Non segnalo la mia profezia per vantarmi — lo so, sono fortissimo — ma per mostrare come tutto fosse prevedibile fin dall’inizio, anche negli uffici della Time Warner. Sul recupero dell’iconografia di V for Vendetta da parte di Indignati e Anonymous (dal 2008) ormai sappiamo tutto, compresi alcuni divertenti paradossi: un terrorista cattolico, Guy Fawkes, che diventa simbolo rivoluzionario; una multinazionale americana che vende la sua maschera in tutto il mondo. Non si tratta, come sostengono alcuni, di un virus scappato dal laboratorio, bensì di un riuscitissimo esperimento di marketing neo-populista di cui può essere interessante tracciare la genealogia.

Ricordate quando avete visto per la prima volta V for Vendetta citato in un contesto politico? Vi rinfresco la memoria: era la primavera del 2007, e Beppe Grillo annunciava il suo Vaffanculo Day postando un’immagine del film. Il sogno del comico genovese era di far saltare (metaforicamente s’intende) il Parlamento italiano proprio come fa il personaggio nel film e nel fumetto. Sono lontani il papismo di Fawkes e l’anarchismo di Moore: nella lettura di Grillo resta solo l’antiparlamentarismo e un generico culto del Volkgeist. Ritrovare oggi un sapore tipicamente grillino in un comunicato apocrifo degli Anonymous, poco dopo che Grillo aveva elogiato le gesta del gruppo di hackers, chiude perfettamente il cerchio. Anonymous, Grillo e Indignati sono tutti usciti da quella “crepa gnostica” di cui scrivevo nel 2006.

“People should not be afraid of their government. Governments should be afraid of their people”, chi l’ha detto?  No, non Thomas Jefferson e nemmeno Alan Moore. Questa citatissima frase esiste solo nel film e appare come baseline in tutto il suo materiale promozionale. Ragazzi attenti: questo é il primo motto rivoluzionario che viene da uno slogan pubblicitario. D’Annunzio is amused. L’industria culturale non é nuova a queste operazioni di circonvenzione d’incapace. Basti pensare alla campagna di lancio del film 2012, che ha contribuito a diffondere la leggenda secondo cui il mondo finirà il 21 dicembre del 2012, ricorrendo al marketing virale e disseminando falsi siti su Internet. In un certo senso, gli Indignati sono prigionieri di un Alternate Reality Game che ha invaso la realtà: ci sono entrati a quindici anni vedendo V for Vendetta, ora ne hanno ventuno e chi li sveglia più?

Dopo essersi fatti menar per il naso dalla Warner, alcuni però ci tengono ancora a passare per verginelli: la maschera di Guy Fawkes non sarebbe una citazione dal film, ma dal fumetto originale. Di questo é convinto anche Alan Moore, che sottovaluta completamente l’impatto della rilettura cinematografica. Grosso errore. Innanzitutto perché, come scrive Lewis Call su Anarchist Studies, “Nelle mani di McTeigue e dei fratelli Wachowski, la faccia di Fawkes aveva realizzato il suo pieno potenziale. Era diventato un simbolo post-moderno veramente nomade, in perpetuo mutamento.” E poi perché gli Indignati fanno riferimento alle due innovazioni, presenti solo nel film, che evidenziavo nel mio post del 2006.

Prima innovazione, “la proliferazione delle maschere, come il subcomandante Marcos, il condividuo blissettiano”. La piazza gremita di persone con la maschera di Guy Fawkes non é una citazione dal fumetto, ma dal film. Che a sua volta probabilmente cita… Essere John Malkovich. Insomma l’idea della maschera come dispositivo anonimizzante e sineddoche della volontà popolare, che é il cuore del recupero iconografico di V for Vendetta, é un aspetto precipuo dell’adattamento hollywoodiano, a sua volta una rimasticatura delle dottrine di guerriglia urbana contemporanee. Fa bene Giulio Itzcovich a parlare di un black-bloc-buster.

Montaggio realizzato da Leonetto

Seconda innovazione, “ristrutturare l’intreccio attorno al progressivo svelamento della verità totalitaria, invece di rendere subito evidente l’ambientazione distopica”. Il nemico non é uno stato totalitario, come nel fumetto, bensì una democrazia in tutto e per tutto simile alla nostra, che cela tuttavia un potere occulto. Si tratta esattamente della stessa struttura di Matrix, e rispecchia la forma mentis gnostico-debordiana dei vari Indignati: viviamo in un mondo realmente rovesciato, governato dagli Arconti.

Questa é insomma la matrice ideologica dei vari movimenti, peraltro molto diversi, che s’ispirano all’iconografia di V for Vendetta. La loro cultura politica, fatta di miti antichi e moderni, intermezzi pubblicitari e favole per bambini, muove dall’apparente fallimento di tutti gli sforzi di razionalizzazione propri della tradizione moderna. Ma nemmeno loro sanno a cosa assomiglia il futuro che la Warner gli ha promesso. Come canta V nel suo Cabaret vizioso, “Ci danno maschere, travestimenti e un canovaccio, poi ci tocca improvvisare…”



La critica come merce

Malvino ripropone una vecchia domanda, “Perché gli intellettuali hanno così scarse simpatie per il libero mercato?” alla quale diedero risposte variamente celebri Raymond Aron e Ludwig von Mises (si veda il kit di autodifesa per liberali inermi di Guido Vitiello). Pensatori di destra, diciamo. Si potrebbe dire che la domanda può essere proposta soltanto “da destra”, perché da sinistra la risposta è evidente, tautologica: gli intellettuali sono di sinistra perché la sinistra è la parte della ragione, gli intellettuali sono contro il mercato perché il mercato è male. Una risposta di sinistra ma tutto sommato poco marxiana, giacché non considera le condizioni materiali di emergenza del discorso anticapitalista. E allora proviamola noi, una risposta (marxiana?).

Gli intellettuali sono contro il mercato perché determinati dal mercato a produrre discorsi di critica al mercato. Gli intellettuali sono la classe che produce critica, e la critica è il bene immateriale che sorregge l’economia postindustriale. La critica è un genere non troppo dissimile dalla fantascienza. I meccanismi di fruizione di un’opera filosofica, di un articolo di giornale, di un saggio di sociologia, sono esattamente gli stessi di un qualsiasi prodotto di entertainment. L’intellettuale è un operatore del tempo libero, un produttore di evasione: utopie, ologrammi dell’altrove, immagini di una realtà alternativa.

Un’ulteriore declinazione della critica è il turismo: cosa significare andare altrove se non “mettere in questione” il proprio luogo di provenienza? La retorica della promozione turistica si articola come continua critica alla società postindustriale, seguendo topos di grottesca apologetica antimoderna (la fusione con la natura incontaminata, le tradizioni ancora intatte, la distanza dallo stress quotidiano, ecc). Ma il turismo prevede il ritorno, come la visione di V for Vendetta o la lettura di Massimo Fini e Antonio Negri prevede il ritorno alla vita quotidiana: la critica veicolata dal mercato contro il mercato è per forza di cose velleitaria. L’evasione è momentanea, eppure sempre più pervasiva e radicale. Il tempo libero si allarga. L’eversione è dappertutto, e in nessun luogo.

L’harakiri culturale dei situazionisti, e quello effettivo di Debord in seguito, nascono da questa consapevolezza terribile. Che la critica della merce è diventata la merce più preziosa. Ma l’avere capito ogni cosa non ha loro impedito di diventare le nuove scimmiette; non lo impedirà a nessuno di noi.



La contraddizione

A visione avvenuta, non c’è molto altro da dire su V for Vendetta, il film. Una di quelle opere di cui la fruizione è superflua per capirne la grandezza, perché essa è nell’idea stessa (com’era per il gibsoniano The Passion), nell’incontro tra l’idea, il medium, il contesto di diffusione. Non importa la convenzionalità della forma artistica, o quanto didascalici siano i riferimenti all’attualità: il messaggio rimane potentemente ambiguo, contradditorio, aporetico – ed è questa la sua forza, non la sua debolezza, come sembra intenderla Massimo Adinolfi. “Da cosa mettono in guardia dunque i fratelli Wachowski: da loro stessi?” scrive, parafrasando il livore di Baudrillard che definì Matrix un film sulla matrice come l’avrebbe prodotto la matrice stessa. Ma certo, questo è il punto: la contraddizione. Un significato è sempre una contraddizione, altrimenti sarebbe una tautologia. V for Vendetta è un’esplosione di significato nei multisala di tutto il mondo, e il vero spettacolo sono gli spettatori inebetiti dall’orgia anarchica che tornano alle loro vite di consumatori, a consumare altre rivoluzioni. Leggere il seguito »



La crepa gnostica

Domani esce V for Vendetta, il film tratto dal fumetto di Alan Moore e David Lloyd, sceneggiato dai matrixiani fratelli Wachowski. Sebbene Moore abbia addirittura richiesto che il suo nome fosse tolto dai credits, nutro qualche buona speranza dall’incontro tra la sua distopia scurissima e le ossessioni neo-gnostiche di Matrix. Non arriverò a dire qualche buona speranza estetica; e contemporaneamente diffido da coloro che nascondono la loro fruizione dietro allo schermo di speranza sociologiche. Diciamo invece che confido nella capacità di questo film d’inquadrare una fetta importante d’inconscio collettivo, di Zeitgeist, d’ideologia. Non c’è nient’altro da chiedere, all’arte.

La cattiva fama di Matrix nasce da un malinteso abbastanza stupido. Matrix è la dimostrazione perfetta di come si può tirare fuori un potenziale drammatico, un’essenza narrativa, dalle teorie metafisiche. La dimostrazione quindi che la metafisica si fruisce come racconto (e più precisamente ha un genere: l’epica). Invece la maggior parte dei critici ha creduto che fosse il contrario, diffondere delle idee in una forma narrativa: da qui le accuse di banalizzare Platone o Cartesio, di fare divulgazione spicciola. Quelli erano solo segnali, scherzi, come il libro di Baudrillard che appare in una delle prime scene. Ma l’Allegoria è semplicemente un furto. Un détournement. Come un rebus, del quale non c’è bisogno di comprendere il significato per cogliere la bellezza da esso generata.

L’Allegoria è anche un nuovo modo di vedere ciò che viene allegorizzato. Matrix getta luce su quelle stesse idee che altrove appaiono in forma latente, senza fucili e occhiali da sole ma sostanzialmente identiche. Neo e Trinity uccidono decine d’innocenti, perché non sono dalla loro parte nel conflitto tra Verità e Apparenza. Nel 1999 Matrix sdogana quel terrorismo metafisico che invaderà la realtà due anni dopo. La guerra santa di Al Qaeda non è diversa dal terrorismo gnostico dei ribelli di Morpheus. Matrix inneggia all’omicidio di massa degli ilici, cioè coloro che non combattono la loro battaglia spirituale di ribaltamento del Falso nel Vero. Nella drammatizzazione dell’ontologia gnostica c’è lo stesso slittamento di senso che nell’interpretazione guerriera di Jihad (tranciando il nodo ermeneutico: la guerra santa dentro l’anima o contro gli infedeli?). Bin Laden e Matrix sono metafore efficienti della separazione ontologica sulla quale si fonda la Metafisica.

E allora V. Il terrorista anarchico. La maschera. Il teatro nel teatro come unica via di fuga dalla finzione. Parlano di prigioni, niente di più gnostico: la storia come prigione. Evey dice: “I was happy. If that’s a prison, then I don’t care”. V risponde: “Don’t you? Your lover lived in the penitentiary that we are all born into, and was forced to rake the dregs of that world for his living (…) Is that happiness worth more than freedom?” Un’altra rivolta metafisica, ancora una volta la politica è solo una metafora; ma già si lessicalizza ovunque. La battaglia diventa reale. Attraverso questa metaforizzazione si articola un meccanismo di appropriazione, da parte di una società passiva di consumatori, di una mitologia terroristica. C’è una crepa gnostica che si sta aprendo. Il film sarà un sintomo o un simbolo? Sta per arrivare la prima vera rivoluzione metafisica oppure ci si limiterà a consumarla nei cinema?



The builders (appunti)

4. Il testo sovrainterpretabile è tale in virtù della sua polisemia; in virtù cioè dell’ipotesi di significanti dotati di più significati. La comprensione del testo risulta però da una selezione dei significati accettabili, e cioè (in negativo) dal la censura dei significati considerati rumori di fondo del significante originario. Solo nell’utopia di certi filosofi del linguaggio, positivisti logici e monogetisti, la censura viene istituzionalizzata nell’ipotesi di un unico livello di denotazione ai margini del quale compiere il perfetto genocidio di ogni significato secondario (è il famoso angosciante sogno della lingua perfetta). Eppure, rifiutare di compiere mirate operazioni censorie nei confronti di sensi sacrificabili ci preclude appunto di comprendere cosa vuol dire il testo che leggiamo – che voglia dire una cosa o che ne voglia dire due, tre, quattro, e via sempre più paranoiando. Sarà questo delicato equilibrio (tra monosemia e sovrainterpretazione) a guidare ciò che ho definito una sorta di filosofia della Storia – che piuttosto, come si vede, ne è una critica letteraria. Critica letteraria per nulla gratuita, poiché identifica i significati di sceneggiature che vengono rappresentate con copiose dosi di sangue; li pone in gerarchia (cos’è rumore di fondo, quali significati possiamo sacrificare?), ne prevede svolte e colpi di scena. Critica necessaria perché essa sola può rendere conto di una scrittura storica razionale, dettagliata, simbolica e polisemica com’è quella dei profeti del nuovo ordine mondiale armati di fucile e Corano. Applicare gli stessi strumenti di lettura che si usano per Joyce; perché costoro scrivono la Storia come fosse il Finnegans Wake.

5. Alan Moore mostra assai bene cosa significhi scrivere la Storia. Lo mostra in Watchmen, che converge in un terrificante atto di terrorismo la cui benigna conseguenza è portare la pace nel modo lacerato dalla guerra fredda (con annessi problemi morali). Lo mostra in V for Vendetta, uno scontro tra distopia e anarchia ridotto a spettacolo di maschere. E l o mostra in From Hell, con pochi dubbi l’opera letteraria più rilevante del decennio trascorso: nella quale William Gull, medico di corte vittoriana e squartatore d’inermi cortigiane, teorizza e pratica la chirurgica disseminazione di simboli sul corpo della Storia, ad influenzarne il corso. Lo fa nella convinzione di compierne il destino intrinseco e in preda a deliri mistici piuttosto gravi, ma la sua riflessione rimane un interessante compendio di idee che fluttuano allegramente nell’aria innanzitutto inglese. Gull cita Hobbes, uno dei primi indagatori moderni delle forme del potere, ” l’unico che precedette l’amico Coleridge nel suggerire che i simboli possono sottilmente influenzare la mente degli uomini”. Potrebbe inoltre riferire i guizzi di Carlyle nel Sartor Resartus, per il cui ironico alter-ego lisergico Prof. Teufelsdrockh ” tutte le cose visibili sono emblemi”, agiscono sul mondo concreto senza rispettare le leggi della fisica: ” l’ordine dato, l’atto si compie; la parola articolata mette le mani in Movimento; la corda, il nodo scorsoio, eseguono”. Il potere viene riconosciuto come una complessa operazione linguistica – le cui modalità andrebbero poi indagate un po’ meno vagamente (per non giungere ad assurde teorie del condizionamento mentale subliminale per le quali i pokémon traviano ignari bambini sulla sudicia via dell’ebraismo, mentre perniciose squadre e compassi ci mutano in massoni). Che i londinesi siano condizionati dall’ordine pagano delle strutture architettoniche, che con la sola forza dei simboli tiene in pugno l’intera città veicolando le strutture gerarchiche di dominazione del maschile sul femminile, è forse esagerato: ma sullo spazio urbano come spazio del potere, incarnazione delle gerarchie e del controllo, scriveranno Foucault ( Sorvegliare e Punire) e ancor prima gli psicogeografi situazionisti (“ non abitiamo un quartiere della città, ma il potere. Abitiamo da qualche parte nella gerarchia.”, I.S. 6, agosto 1961). L’analogia tra la Città e la Storia non è casuale. Lo spazio urbano è il luogo in cui concretamente la Storia va a ferire, squartando o sgretolando, incidendo cicatrici; determinando il particolare e l’universale . Poco interessante cercarvi i segni di un ordine divino; piuttosto quelli di una scrittura umana. In questo caso assassina e fantasiosa come quella di Gull.

4. “Ora che siamo costretti ad ammettere una logica politica sofisticata nel terrorismo islamista” leggevo iniziare un articolo di Adriano Sofri la settimana scorsa. L’elemento di novità (senza il quale l’affermazione sarebbe eccessivamente ovvia) non è tanto ” logica politica”, quanto ” costretti ad ammettere”, e magari ” sofisticata”: che ci intimano di riconsiderare appunto questa logica, alla luce di un disegno che indistintamente sempre più sembra emergere. A fondare però ciò che solitamente intendiamo con ” logica”, un accorgimento linguistico molto semplice che Aristotele precisa nella Metafisica: “rimanga dunque stabilito, come si è detto all’inizio, che il nome esprime un determinato significato e uno solo”. Un accorgimento che la scrittura della Storia del terrorismo internazionale non si premura di rispettare, e anzi nega spudoratamente – come lo nega la scrittura poetica e l’ermeneutica dei testi sacri. Non è un dettaglio curioso, un insignificante sintomo di ossessione, che gli attentati di Madrid siano avvenuti 911 giorni dopo il 9/11 del 2001. Non lo è perché possiamo immaginare che, nell’armonioso progetto di chi ha scelto il giorno, contasse più (o venisse prima) l’impatto simbolico di tale coincidenza che l’altrettanto perfetta influenza sulle elezioni in Spagna. Ristabilire la gerarchia dei livelli di lettura vuole allora dire identificare quali siano i sensi contingenti di un evento, quelli collaterali, e quelli primari. Il giochino numerologico potrebbe indicarci un procedimento di scrittura OuLiPiano, costretto negli angusti limiti di vincoli formali misteriosi e coranici. Raymond Queneau, che studiò Hegel con Kojève, costruì Les Fleurs bleues attorno a stravaganti coincidenze storiche e numeriche che dal 1264 del frate millenarista Gioacchino da Fiore conducevano a intervalli regolari ed evocativi al 1964 dell’autore, determinando con ciò il “contenuto”. Data per certa una costruzione di questo tipo, può risultare superfluo aggrapparsi al significato di una data cercandone motivazioni altre che l’armonia di un procedere matematico: anche se talvolta il genio della costruzione è appunto nel fare coincidere forma e contenuto. Si possono poi individuare sensi senza dubbio superflui, o addirittura mai pensati dall’autore: piacevoli alla lettura di un poema, ma dannosi per un’analisi politica delle cause e dei fini. Che la parola Madrid abbia un’assonanza con talaltra parola araba possiamo forse dimenticarlo, o come i nomi di fiumi nascosti nel Finnegans Wake lasciarlo ad altri, e “tanto meglio per la loro carriera accademica” come dice Eco. Il problema rimane per me questo: quale è il dato più importante (il senso primario) nella scelta del giorno dell’attentato? In che modo i sensi secondari vanno a coincidere con questo? Esiste un senso primario?

6. Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo; acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra». Il Signore discese per vedere la città e la torre che i figli degli uomini costruivano. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è il principio del loro lavoro; ora nulla impedirà loro di condurre a termine ciò che intendono fare. Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro!» Così il Signore li disperse di là su tutta la faccia della terra ed essi cessarono di costruire la città. Perciò a questa fu dato il nome di Babel, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là li disperse su tutta la faccia della terra.