Valerio Evangelisti nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Forse perché nulla è

Bisogna ammettere che tutto è diventato più semplice.

Le grandi catene di vendita al dettaglio, come la Fnac, propongono un settore «indipendente» in cui esporre artisti indipendenti veri e presunti, e sponsorizzano festival di musica indipendente. Lo slogan anticonformista della catena “Certifié non-conforme” nasconde come può la vera natura della Fnac: una multinazionale di 143 negozi, fondata nel 1954 da due militanti trotzkisti, che dal 1994 appartiene al gruppo PPR di François Pinault, leader mondiale del lusso e ingegnoso speculatore nel sistema dell’Arte Contemporanea. PPR è gruppo industriale con una coscienza etica, che nel 2009 ha permesso la diffusione gratuita in televisione e su YouTube del film Home di Yann Arthus-Bertrand, estetizzante denuncia degli effetti terribili dell’inquinamento, venduto in DVD nei negozi Fnac al prezzo stracciato di 5 euro. Tra gli scaffali della libreria al piano di sopra, si può sfogliare la Dialettica dell’Illuminismo in edizione economica e rileggere i passi in cui si sostiene che i prodotti industriali “sottomettono gli individui al potere totale del capitale”.

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Ad aziendam

Noi sappiamo benissimo una cosa: i nostri interessi NON coincidono con quelli di B********.

Ma quando Valerio Evangelisti e i Wu Ming affermavano che soltanto pubblicando con Mondadori potevano raggiungere il più vasto pubblico nella più squisita libertà, intendevano dire che l’evasione fiscale é un mezzo lecito per raggiungere questo altissimo fine? A me pare che a questi acutissimi analisti dell’economia capitalista sfugga in che modo i loro interessi convergano effettivamente con quelli del gruppo. Si misuri tuttavia il tragicissimo dilemma etico: se per ogni milione di euro non evaso dall’editore rimanesse invenduta anche una sola copia di qualche New Italian Epic novel, vi parrebbe right, vi parrebbe human?



Il senso delle parole

La versione italiana del fenomeno mondiale chiamato “nuova destra”, e comprendente aspetti disparati ma coerenti come il neoconservatorismo statunitense, il fondamentalismo cristiano, il revisionismo storico, in Italia ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi.

Davvero? Leggo solo ora questo articolo di Valerio Evangelisti pubblicato a fine 2009 su Carmilla, e mi stupisco ancora una volta della poca lucidità dell’eccellente romanziere, poiché come abbastanza noto il “fenomeno mondiale chiamato nuova destra” consiste nell’esatto opposto. Evangelisti sembra piuttosto volere parlare di neoliberismo. Ovviamente ognuno può chiamare “nuova destra” ciò che vuole, se la considera destra e nuova, e soprattutto se ha bisogno di un espediente retorico per terrorizzare il lettore. Il problema è che Evangelisti evoca con tono professorale una definizione errata, e bisogna concludere che sta facendo una strana confusione.

In effetti, la “nuova destra“, mondialmente associata al nome del francese Alain de Benoist, è caratterizzata da un generico anti-americanismo, anti-liberalismo e anti-modernismo. Ah. Spesso cattolica, non disdegna altri ripieghi identitari:  musulmani, pagani, eccetera. Uhm. Poco sensibile al nazionalismo — eredità ottocentesca — si vuole federalista oppure europeista in chiave anti-atlantista. Toh. In Italia (qui una bibliografia) sono vicini alla nuova destra personaggi come Franco Cardini e Massimo Fini, tutto fuorché berlusconiani. Pensa. Come hanno dimostrato le controversie che seguirono l’undici settembre 2001, la nuova destra si posiziona con certezza geometrica agli esatti antipodi dell’ideologia neo-conservatrice. Ops.

La cosa paradossale è che Evangelisti potrebbe quasi avere ragione ad ascrivere Silvio Berlusconi alla nuova destra. Ha quasi ragione perché ha quasi doppiamente torto: totalmente sulla nuova destra e in parte su Berlusconi. Da qualche tempo, in effetti, in seno al centro-destra pare sbiadito l’americanismo neo-conservatore e persino il liberalismo: Giulio Tremonti antimercatista articola il proprio pensiero economico attorno agli assi Dio, Patria e Famiglia, mentre il premier intrattiene cordiali frequentazioni orientali allo scopo (scrivono dei post-marxisti vicini alla nuova destra) “di sganciarsi dal giogo occidentale a dominanza statunitense”. Per giunta, da un paio di anni De Benoist scrive sul Giornale. Certo, questi sono frammenti d’ideologia che risultano da una politica incoerente come ogni politica reale, indeterminata come ogni politica di coalizione, e inefficace come ogni retorica populista, ma è innegabile la svolta.

Senza tema del ridicolo, Evangelisti afferma che chi non condivide la sua analisi “non dispone di strumenti critici storico-economici capaci di raggiungere il livello strutturale dei fenomeni”. A me pare che le sue posizioni siano semplicemente un’elaborata costruzione per affrancarsi dalla colpa d’essere un autore Mondadori. Ciò che colpisce è quanto sia facile produrre analisi prive di fondamento in materia d’ideologia, e quanto dunque sia vano un gioco — la discussione politica — la cui regola consiste sempre e soltanto nel cambiare le regole — ovvero il senso delle parole.



Quasi un cazzo

L’agenda dei prossimi mesi, la sappiamo a memoria: innanzitutto fare i conti con la famigerata economia reale, quindi con gli effetti politici e sociali della crisi. Nessuno però ci parla ancora degli effetti culturali, che sul lungo termine potrebbero riguardarci. La caduta dell’impero americano – se davvero è tale – porterà via con se la musica, la letteratura, l’arte, la scienza, la filosofia di cui ci nutriamo? Sradicherà i canoni di bellezza e di verità che ispirano ciò che noi stessi produciamo? O perlomeno sarà il pretesto per meschini regolamenti di conto, a morte gli analitici, basta le chitarre elettriche, via gli algoritmi di analisi delle reti? Eppure, la cultura americana sembra quantomai viva, quantomai lucida, quantomai diffusa. Basti pensare ai capolavori del cinema contemporaneo, che hanno saputo profetizzare e dare forma alla catastrofe: da Fight Club e Matrix fino a Marie Antoinette.

Per questo mi stupisce Valerio Evangelisti, il quale spiegandoci il crack della finanza, e dicendo varie cose interessanti sul potere di chi controlla il denaro, afferma che il centro della crisi sta nel fatto che “gli Stati Uniti non producono quasi un cazzo”. Il fatto è che gli Stati Uniti producono la cosa più importante, per quanto intangibile, e quella che il mercato paga più caro: il sapere. Non è nulla, dici? Intanto, e finché le cose non cambiano, se vuoi fare funzionare la tua organizzazione ti rivolgi ad Accenture, e gli dai pure qualche tonnellata di economia reale in cambio di un po’ di preziosa astrazione. Se vuoi diventare ingegnere vai al MIT, e poi nella Silicon Valley. Se vuoi capire come si fa un film – o un nucleo terroristico – vai a Hollywood. E se vuoi che il tuo disco rock spacchi, te lo fai produrre da Greg Dulli o da Brian Ritchie.

Ovviamente i paradigmi cambiano. Ma per il momento, il capitale cognitivo di cui dispongono gli USA resta invidiabile. Non avranno le patate, ma hanno l’informazione e sanno come organizzarla. Ed è ciò che basta per continuare a governare il mondo, ancora per un po’.