violenza nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Posologia della catarsi

Ma ho questo contro di te: che tu tolleri Iezabel, quella donna che si dice profetessa e insegna e induce i miei servi a commettere fornicazione, e a mangiare carni sacrificate agli idoli.
Apocalisse 2:20

La nostra epoca — o per meglio dire, quella spaventosa macchina da guerra nota come marketing culturale — ha risolto un antico dibattito, ovvero se l’arte debba dilettare o servire al bene comune. Dilettare, ovviamente. Ma facciamo finta per un attimo che l’arte non serva solo ad alienare unità di tempo libero, e che abbia invece un ruolo fondamentale nella regolazione della vita sociale. Che fare, allora, degli artisti irresponsabili che indicano ai giovani la strada della perdizione?

Innanzitutto, si dovrebbe stabilire, una volta per tutte, se l’arte sfoghi oppure alimenti le condotte che rappresenta. Schiere di aristotelici hanno già la risposta pronta — sfoga! purga! purifica! — ma dovranno vedersela con avversari piuttosto agguerriti: dai pontefici romani che si opponevano alla costruzione dei teatri, come racconta Agostino, ad Agostino stesso, che non esita a parlare di una peste anzi di una pandemia, che non debilita i corpi ma i comportamenti, e del vizio che rischia di contaminare tutta la comunità (De Civitate Dei, I, XXXII), per arrivare fino a Jean Jacques Rousseau nella lettera sugli spettacoli, per il quale l’effetto generale del teatro è di “aumentare le inclinazioni naturali e dare nuova energia a tutte le passioni”. Sfortunatamente, pochi oggi sono coloro che prendono sul serio i pontefici romani e i filosofi cristiani o ginevrini, ricacciando piuttosto le loro osservazioni nel proverbiale pregiudizio anti-teatrale, “préjugé barbare” come scrive D’Alambert.

Invece sarebbe opportuno prendere sul serio entrambe le teorie — curativa e infettiva — e comprendere come hanno fatto a sopravvivere malgrado la loro insanabile divergenza. In che misura, sebbene contraddittorie, queste teorie dicono entrambe la verità?

Da sempre, le opposte teorie si confrontano: ai tempi delle guerre di religione, mentre negli editti reali il “cattivo esempio” era ancora definito come fonte di contaminazione (Stati di Orléans, 1560, art. XXIV), i drammaturghi già iniziano a prendersi per taumaturgi (“Une histoire advenue dedans Paris… Ce que pourra chacun inciter/ Suivre le bien, et le mal éviter”, Jean Bretog, Tragédie française à huit personnages traitant de l’amour d’un serviteur envers sa maitresse, et de tout ce qui en advint, 1571). Il Cinquecento è il secolo della riscoperta della Poetica di Aristotele, grazie tra l’altro ai commentarii di Pier Vettori, Giraldi Cintio, Giulio Cesare Scaligero, Alessandro Piccolomini, Lodovico Castelvetro; e altrove è un fiorire di prefazioni e prologhi un poco ipocriti, in cui gli autori vantano i meriti esemplari delle loro tragedie, mentre è ovvio che nella sala tutti s’aspettano soprattutto i fiumi di sangue.

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È davvero suggestiva l’ipotesi omeopatica secondo la quale la rappresentazione parteciperebbe a neutralizzare l’esistenza di un certo fenomeno sociale; questo giustificherebbe la messa in scena di grandi quantità di oscenità, deviazioni, torture, orrori. Sfortunatamente, l’idea dell’arte come una spugna miracolosa che assorbe i mali della comunità non trova oggi molti riscontri empirici: al contrario, si ha notizia talvolta di qualche omicida di massa in pose da Old Boy. Va bene non esagerare il peso di simili fenomeni di emulazione, e tuttavia provano che avviene qualche tipo di trasmissione dalla finzione alla realtà. Perlomeno nelle forme. Almeno fin dai tempi di Goethe i giovani si ammazzano per imitare gli eroi letterari, e risulta davvero poco convincente l’ipotesi secondo cui sarebbero molti di più quelli che hanno deciso di non suicidarsi in seguito alla lettura del Werther. Ma in fondo chi può dirlo? Se poi in certi casi l’arte sfoga e in altri alimenta, da cosa dipende? Prendiamo un esempio caro ai nostri lettori: le donne nude. Come incide la loro esistenza di carta, pixel o celluloide sul bilancio libidinale della nazione? Calma i sensi o fa divampare i fuochi della passione? La risposta è nota a tutti noi blogger, frequentatori dei bassifondi della rete, costretti in uno stato di eccitazione permanente che ci rende aggressivi, intrattabili e terribilmente reazionari.

I sostenitori della teoria dello sfogo citano dunque Aristotele, ma dimenticano che il meccanismo catartico funzionava soprattutto perché al piacere si mescolavano timore e pietà: sfogato attraverso l’arte, è vero, lo spettatore si guardava però bene dall’imitarla e non s’ingenerava alcun circolo vizioso. La perfezione del meccanismo catartico consisteva appunto nell’associare — in modo quasi pavloviano — il piacere al timore, il nodo allo snodo, la causa tentatrice all’effetto ributtante. Attirare il pubblico dilettandolo con le più scabrose condotte e poi stenderlo con una morale terribile. Notava bene Rousseau: è necessario soddisfare la domanda poiché “l’autore che volesse urtare il gusto generale non comporrebbe presto per altri che per sé”. E già Lope de Vega argomentava sul ruolo essenziale del piacere del pubblico e concludeva che a tale fine “tutti i mezzi sono buoni”. Ma il solo piacere non realizza alcuna catarsi, al contrario. La trappola non scatta, la comunità non si purifica.

Il momento è catartico? Assolutamente no. Quale artista oggi prende la pena di condannare i suoi personaggi — insomma chi ha ancora il coraggio di scrivere operette moraliste o tragedie? Lo fece Brian De Palma con Scarface, ha cessato di farlo Quentin Tarantino; e tuttavia, cosa cambia? Saviano insegna: malgrado la fine tragica (o in sua virtù) Tony Montana è sempre un mito per piccoli e grandi delinquenti. Ma chissà, forse una dose di emulatori è fisiologica, forse sono proprio gli infiniti cattivi esempi che il cinema ci ha mostrato ad averci indirizzati sulla retta via, o forse semplicemente non sarebbe cambiato nulla.

Più probabilmente, il capitalismo della seduzione si permette oggi di alimentare ipertroficamente ogni passione perché può anche soddisfarla, in un eterno circolo di consumi culturali dai quali dipendiamo — e che presto, tragicamente, non potremmo più soddisfare. Al modello catartico, insomma, si è sostituito il modello narcotico: il quale senza dubbio è in grado di contenere localmente il desiderio, ma risulta globalmente costoso in termini puramente economici. Ogni sforzo umano e ogni idrocarburo bruciato tendono al soddisfacimento attraverso rappresentazioni di bisogni generati da rappresentazioni, al fine di arginare indefinitamente l’eruzione violenta dei nostri istinti.



Battle Royale

Nel mese di novembre 2006, l’incredibile ritrovamento di un compatto archivio di documenti audiovisivi, quantitativamente esiguo ma particolarmente rappresentativo, gettò qualche luce e suscitò infinite interrogazioni sopra una civiltà sconosciuta e misteriosa: gli Adolescenti.

Poiché questi sembravano in tutto e per tutto diversi dai loro simili delle generazioni precedenti, si stabilì che la loro civiltà aveva subito una mutazione. Da popolo mite essi erano divenuti una razza barbara e perversa; avevano dimessi gli abiti della socialità e liberato le loro pulsioni più feroci. I reperti rendevano noti usi e costumi che causavano raccapriccio nella civiltà degli Adulti. Uno in particolare, nel quale veniva spintonato e sbeffeggiato un Adolescente Alienato, scandalizzò gli Adulti.

Mutanti, di Matteo Bergamelli
Mutanti, di Matteo Bergamelli

Presto però molti Adulti ammisero che questi Adolescenti non si comportavano in maniera così nuova, o particolare. La loro società articolava, in forme perspicue, gli stessi meccanismi e le stesse dinamiche di ogni società umana. E in particolare, di ogni popolazione adolescenziale: la sopraffazione del debole, la paura, eccetera. (Peraltro, nessun Adulto si soffermò a riflettere sulla deliberata esclusione degli Alienati dal proprio spazio sociale e professionale.)

Qualcuno, ch’era stato Adolescente e in seguito aveva preferito integrarsi nella società degli Adulti, ricordava di essere cresciuto in una simile rete di violenze, simboliche e talvolta fisiche. In fondo, la violenza era stata parte essenziale di ogni prima esperienza di socializzazione, anche detta Bildung o formazione ; era un’immagine (eventualmente rovesciata) dei rapporti economici reali nel mondo degli Adulti. Nella società degli Adolescenti, la violenza si presentava nella sua forma pura, non mediata da costruzioni che la mimetizzassero. Si prestava meglio alla riprovazione, ma -– in sostanza –- non presentava alcuna peculiarità rilevante.

I più onesti riconobbero che la violenza subita è un momento della socializzazione, e che l’esclusione di un individuo dal subire la violenza significa in un certo senso escluderlo dalla rete dei rapporti sociali. In particolare, l’esclusione dell’Alienato dal diritto di subire la violenza (forzatamente isolandolo in virtù di una sua presunta intangibilità) significa esclusione dall’unica sorta di rapporto possibile con i suoi simili. A meno ovviamente d’immaginare – sul serio – un mondo adolescenziale idilliaco, nel quale regna la cortesia ed il rispetto del debole e dello sfortunato.

Più realisticamente, subendo la violenza l’Alienato ottiene lo stesso trattamento di qualunque altro Adolescente, e vive una reale esperienza sociale, per quanto spiacevole. Un’esperienza che probabilmente lo stesso Alienato in qualche modo ricerca. La sua passività, immortalata nelle immagini, è in ciò sintomatica. Egli subisce la violenza come partecipa a un gioco, perché la sua alternativa è la solitudine. Se davvero gli Adulti avessero tenuto in conto la soggettività dell’Alienato, avrebbero dato qualche peso al fatto che lui stesso non ha denunciato le aggressioni subite. Il loro disprezzo é palpabile nella decisione di condannare gli aggressori contro la sua volontà.

Queste analisi (che ad ogni singolo caso si rivelarono perfettamente adeguate) riconducevano il fenomeno alla normalità, inserendolo nelle categorie della socialità Adolescente classica. Il moto ipocrita dell’indignazione mediatica si spense. Gli stessi fatti sembravano dalla parte dell’ipotesi continuista, che si concludeva in un vagamente cinico laissez-faire; nell’idea ovvero che il fenomeno andasse simbolicamente sanzionato nel caso specifico, per regolarne l’emergenza, ma globalmente accettato come inestirpabile, naturale, inoffensivo. Nessuno tenne più gran conto dei reperti, né s’interessò alla questione. Si tralasciarono così aspetti che, in forma embrionale e non ancora generalizzabile, presentavano motivi allarmanti (questi sarebbero poi riemersi più avanti, in maniera assai drammatica).

Eppure, altre civiltà di Adolescenti più evolute avevano portato all’estremo quella stessa condizione che la società adolescente italiana presentava in nuce. Una condizione che potremmo definire in maniera assai semplice come “stato di natura”. Nel Regime del Diritto Occidentale, la società adolescente – e il suo correlato istituzionale, la scuola – erano un buco nero.

In America, e più recentemente in Germania, Scandinavia e Canada (fino ad allora, pacifico paese nel quale si lasciava la porta di casa aperta, e ci si limitava a sparare ai tordi), si erano verificate stragi di Adolescenti compiute da altri Adolescenti, all’interno del territorio scolastico. Raramente si era voluta riconoscere la natura eminentemente politica di questi gesti, che sono stati invece ricondotti a patologie individuali, pur sobillate da determinazioni culturali e sociali. È oggi chiaro che questi gesti non avevano nulla di strettamente patologico (non più patologico di un qualsiasi atto di terrorismo) e andavano piuttosto considerati come atti di guerra. Si trattava cioè dell’estrema mossa all’interno di uno stato di conflitto permanente, che passava sotto il nome di vita sociale adolescenziale.

Riprendendo il caso dell’Alienato, non è difficile immaginarlo meno bonario e meno indifferente di come ci è stato descritto; e non è difficile immaginarlo allorché immagina d’imbracciare un fucile e sparare ai suoi compagni uno per uno. Non è nemmeno il caso d’immaginare un Alienato, e si comprenderà vagamente ciò che accadeva nelle scuole americane; cinte da guardie armate e metal-detector. O nelle scuole delle periferie francesi, dov’era di moda l’arma bianca. Si stava valicando una frontiera molto sottile, che separa la “naturale esperienza di socializzazione adolescenziale”, che contempla la violenza, e lo “stato di conflitto permanente”, strutturato dalla violenza. Era un salto di qualità.

Una delle ragioni per le quali gli Adulti Occidentali, nelle loro analisi politiche del conflitto israelo-palestinese o dei crimini di guerra nella ex Jugoslavia, non comprendevano le ragioni di terroristi e belligeranti (e piuttosto sproloquiavano di Pace con il lessico color pastello di un bambino di sei anni) è che per essi era diventato del tutto incomprensibile il sentimento dell’Odio. In Occidente, soltanto un gruppo sociale lo conosceva ancora, o aveva recentemente (a causa di un mutamento della loro condizione sociale) imparato a conoscerlo: gli Adolescenti. Perché la società degli Adolescenti era la prima a essere stata compiutamente dissolta. Si erano smantellate le strutture politiche che irreggimentavano la società adolescente, ovvero smantellata la Scuola, sostituita da un corpus disomogeneo di agenti (insegnanti, programmi, dispositivi di sanzione) che non erano in grado di concentrare e amministrare il potere. La società adolescente era stata consegnata a uno stato di guerra permanente.

Così erano iniziate le cose. Il passaggio al fucile era del tutto coerente. Poco a poco, sempre più numerosi adolescenti imbracciarono le armi, per rivendicare il proprio spazio politico in un universo sociale che li opprimeva. Acquistavano artiglieria pesante su Internet, si scambiavano ricette per preparare esplosivi, si organizzavano sui loro blog. Da principio, regolavano i conti tra di loro. Negli anni tra il 2010 e il 2020 (quando con il decreto Siffredi si chiusero le scuole), più di duecentomila Adolescenti furono uccisi in scontri a fuoco nelle scuole. Nel 2021, gli Adolescenti disponevano di un esercito permanente. Quando attaccarono, gli Adulti non si aspettavano nulla. Vennero sterminati, o tenuti come schiavi. Oggi – che abbiamo dimostrato scientificamente il determinismo, nel laboratorio in Lapponia nel quale noi pochi ultimi sopravvissuti, assieme agli elfi del compianto Babbo Natale, ci siamo rifugiati – sappiamo che nulla era possibile fare per arrestare questo processo. Ho scritto queste poche pagine per raccontare, agli Adulti che un giorno verranno, la storia di come tutto è iniziato.



La guerra liquida

(…) Bisogna capire che non sono più gli Stati ad essere in guerra. La vera minaccia è deterritorializzata o piuttosto defocalizzata. (…) Abbiamo assistito a una grande rivoluzione che ha investito e travolto il concetto di “guerra classica” clausewitziana, un concetto che aveva come sua logica appendice quello di “guerra pura”, una guerra statica fondata sulla minaccia della fine del mondo e della catastrofe nucleare. (…)

Paul Virilio sta parlando del terrorismo (nuova premessa a Pure War, il manifesto del 26/07), alimentando uno spettro che continua a sembrarmi assai poco consistente, e che pure le nostre legislazioni paranoiche continuano a prendere sul serio. Ma ciò che Virilio scrive sulla liquefazione della guerra, per così dire, controparte della dissoluzione degli Stati, non è per ciò meno esatto: basta spostare l’attenzione dal terrorismo a forme di guerra civile più realistiche e quotidiane, come le strategie territoriali della malavita organizzata (in Italia come in Iraq). Sempre più appare confuso il discrime tra il politico e il criminale, come nella vecchia faccenda del “riconoscimento politico”: e il concetto sfuggente di terrorismo non fa che ricoprire questa confusione. Ma il risultato non cambia: la guerra è ovunque, lo Stato muore.



credere, disobbedire, combattere

La posizione politica dei cosiddetti Disobbedienti credo che non sia chiara a nessuno, e men che meno a loro. In verità questa oscurità – questa fondamentale impoliticità che non diventa mai anarchismo, questo qualunquismo radicale, questo internazionalismo di provincia – ha una sua interna coerenza che corrisponde al pensiero del suo rappresentante più noto, il mestrino Luca Casarini. Alcune sue parole in un recente dibattito televisivo sono riuscite a sintetizzare perfettamente l’aporia fondamentale dalla quale sorge la sua visione della politica, un’aporia della quale bisogna riconoscerlo tragicamente consapevole:

A Rina Gagliardi voglio dire che anche dal punto di vista filosofico non esiste, non può esistere, un governo non-violento. Per cui se uno è coerente, il governo non lo deve mai fare. Perché state gestendo il ministero degli interni, i militari… Per cui è tutto un ragionamento, ovviamente, di scelte di vita.

Casarini giudica illegittimi i governi formalmente democratici, e tra l’altro rifiuta il parlamentarismo. Ma è abbastanza intelligente per capire di non essere in grado di fornire un’alternativa praticabile, e di avere un suo preciso ruolo come pura forza antipolitica. La sua è una filosofia della disobbedienza, anzi una estetica della disobbedienza, in quanto del tutto svincolata dai fini. E in ciò non lontana (ma più dolce e bambinesca, come suggerisce il nome del movimento) della filosofia della violenza di Georges Sorel.



Violenza senza fine

I saggi, i forti e puri “uomini della Tradizione”, praticano l’apolitìa; quelli meno saggi, meno forti e puri, possono leggittimamente dedicarsi all’attivismo [...], “senza però cedere interiormente” all’illusione di poter “agire su processi che ormai, dopo gli ultimi crolli, hanno un’irrefrenato corso” [Evola].

Ma in cosa può consistere la legittimità dell’attivismo [...] se tanto non serve a niente?

Per rispondere a questo interrogativo bisogna considerare innanzitutto una cosa: lo schema antropologico proposto dall’ultimo Evola è ricalcato esattamente su quello consueto a innumerevoli dottrine iniziatiche. Vi sono due classi di persone: quella di coloro che giungono al secondo e più alto grado dell’iniziazione, e quella di coloro che, non potendo o non volendo staccarsi dal mondo, restano ad un primo grado di iniziazione. Il comportamento di questi ultimi non può essere forte e puro e privo di illusioni quanto basta; occorre quindi che gli iniziati di grado superiore, i saggi, orientino gli iniziati di grado inferiore verso il raggiungimento di obiettivi mondani [...] che di per sé sono vani, privi di qualsiasi utilità, ma che hanno una preziosa funzione didattica. A forza di perseguire per disciplina degli obiettivi vani, e di insistere al tempo stesso nella difesa della propria interiorità minacciata dal contatto col mondo, anche gli iniziati di grado inferiore, per ora troppo poco forti e puri, si faranno le ossa, diventeranno un giorno sufficientemente forti e puri da potere accedere al grado superiore. In questo caso, il processo di perfezionamento, promosso da un’appropriata didattica del compito inutile, può richiedere molto più della vita di un individuo: ma qui si punta sulla razza [...].

[...] La nostra impressione è che queste farneticazioni abbiano una parte non trascurabile nelle attività terroristiche degli ultimi anni.

F. Jesi, “Uno studio sul neofascismo e sulla cultura di destra: il linguaggio delle idee senza parole”, in Comunità, n. 175, p. 67-68.

Furio Jesi era giovane eppure quasi morto, aveva cioè poco più di trent’anni e cinque lo separavano dalla fine, che su Comunità iniziarono ad apparire suoi lunghi saggi. Talmente lunghi che qualcuno fu poi pubblicato come libro. Per diversi numeri, in ogni numero; un ritmo impressionante. Secondo i canoni consueti Furio Jesi sarebbe scrittore di destra (studioso di Eliade, di Bachofen, di Spengler, di esoterismo, di mito…) – se non si fosse dedicato a smentirlo continuamente, da sociologo della cultura e testimone della storia, lavorando alla decostruzione dell’ideologia di destra. Un’opera necessaria di classificazione, che limpidamente traccia le distanze che lo separano dal supermarket dell’eroismo evoliano, dalla merda che riempie i scaffali delle librerie esoteriche, dalle cave buie dell’eversione. Chi ha parlato di una legittimazione di facciata di fronte alla cultura dominante, una sorta di entrismo “adelphiano” mediato dall’abiura solenne, probabilmente non ha nemmeno aperto una pagina di Jesi.

Qui m’interessa piuttosto confrontare il passo di Jesi citato con un altro. Dapprima in effetti la sua interpretazione della violenza terroristica mi era parsa troppo teorica e troppo irresponsabile per potere essere davvero una spiegazione. Teorica, nel senso che raramente la realtà sociale risponde alle teorie filosofiche che vorrebbero governarla: nessuno, insomma, sarebbe così folle da cadere in questa trappola iniziatica. Irresponsabile, nel senso che mi riesce difficile immaginare un pensiero che legittimi la violenza non come mezzo politico, ma come fine spirituale. In realtà un pensiero del genere esisteva già, ben prima di Evola, di Junger, o di chissà quale altro sanguinario nazista. Georges Sorel aveva teorizzato la stessa “didattica del compito inutile”, la stessa pedagogia della violenza, nella sua filosofia del sindacalismo rivoluzionario. Sorel, pensatore del mito e della violenza, pensatore ambiguo e scomodo, in cui si confondono destra e sinistra. Anche in Sorel si trova l’idea di una violenza senza fine, valida in quanto tale. Una tale idea rappresenta il lato oscuro, sepolto, dell’intera storia del pensiero politico occidentale, che ha isolato la violenza nella sua necessità strumentale. Ed ecco quindi la citazione, dall’introduzione di Roberto Vivarelli agli scritti politici UTET, da pagina 27 in poi:

Qui con grande evidenza si fa luce la preoccupazione moralistica di Sorel, la guerra come la violenza proletaria viste in funzione educativa, di fronte al quale il successo materiale del proletariato, i problemi tattici per ragiungerlo, non contano nulla. [...]

L’accento è posto tutto sulla funzione moralizzatrice della lotta. [...] Il problema di una società più giusta, o almeno meno ingiusta, è totalmente eluso nella rivoluzione permanente teorizzata da Georges Sorel.



La tempesta

J’aurais un grand besoin d’entendre ton opinion sur les évenements récents. Très étrangement autour de moi je n’entends que moralisme, condamnations, des uns ou des autres. Je dois dire que je suis préoccupée, perplexe aussi . Mais j’ai le sentiment que ces voyous des banlieues sont devenus français véritablement par leurs actions récentes. Il ne s’agit pas de les dédouaner de toute responsabilité de casseurs mais de refuser les réactions simplistes du genre “il faut les renvoyer d’où ils viennent”: ils viennent de Hautepierre ou de Sarcelles.

Et c’est là que nous pouvons voir qu’ils sont parfaitement intégrés: ils trouvent ces cités moches tout comme nous les trouvons invivables. Et ils détruisent leur monde comme les soixante-huitards ont détruit le leur, ou plutot celui de leurs parents. Ils sont entrés dans l’espace public ainsi , dans la chose publique. As-tu lu l’article de Glucksmann ? Trois moi d’ état d’urgence ! “Mais nous n’avons pas touché à la liberté de presse”, ça donne des frissons. Il y a quelque chose d’inexorable dans ce que je perçois, j’ai le sentiment de vivre l’histoire.

[lettera firmata]

Cara M.

Ho letto l’ articolo di Glucksmann e mi è sembrato un’accozzaglia di banalità che devono dirsi filosofiche perché non possono essere storiche o sociologiche, ultimo teatro di una poverissima ossessione per il “nichilismo” che s’inebria del sangue che ha vaticinato, ma in sostanza non spiega nulla. Chi danneggia le proprie strutture odia sé stesso, dovrebbe rimboccarsi le maniche invece di fare casino, eccetera eccetera. Parafraso, ma di poco. Ho scritto altrove che le teorie dello scrittore francese sono anti-teorie, che non spiegano ma sottraggono dal campo della spiegazione.

Per ciò che riguarda il confronto con il Sessantotto, anche qui non sono d’accordo: in quel caso si è trattato del confronto tra una generazione e quelle precedenti, ma sostanzialemente all’interno di un meccanismo di riproduzione (nel senso di Bourdieu) delle gerarchie di potere. In altri termini, è stata lotta all’ interno di una classe, un rito di passaggio, una grande festa. Una versione clausewitziana della disputa degli Antichi e dei Moderni. Queste sono scintille di guerra civile. Io credo, come d’altronde accenni anche te, che il problema sia sostanzialmente di natura urbanistica. E sarebbe tempo che i crimini urbanistici venissero individuati come tali: in questo senso dare fuoco alla città (“carattere plein air delle rivoluzioni”, diceva Benjamin), alle strutture, è un messaggio chiaro. Sullo spazio urbano come spazio del potere, incarnazione delle gerarchie e del controllo, hanno scritto Foucault (Sorvegliare e Punire) e gli psicogeografi situazionisti (“non abitiamo un quartiere della città, ma il potere. Abitiamo da qualche parte nella gerarchia”, I.S. 6, agosto 1961).

Ma in questo caso probabilmente è il contrario: è uno spazio come assenza di potere, come assenza di Stato. Lo spazio dell’abbandono. Il concetto stesso di periferia, d’altronde, rimanda alla distanza dal centro – come luogo di emanazione del diritto. L’ipotesi di risolvere la questione con l’esercito, in questo senso, è rivelatoria. Ma giustamente noti che ogni cosa è inesorabile.

Chi fosse lì dovrebbe farselo, un giro in banlieue. Col coraggio dell’antropologo, e la stessa ebbrezza del quadro di Caspar Friederich: in piedi sullo scoglio, a fissare la tempesta che lo divorerà.



La Passione in cifre

In esclusiva, un estratto della sceneggiatura del film di Mel Gibson :

Ascoltate le preghiere di queste anime pie, il nostro Salvatore e Redentore Gesù Cristo apparve e disse loro: « Considerate, sorelle, che ho versato per voi62.000 lacrime, e gocce di sangue nel giardino degli ulivi 97.307. Ho ricevuto sul mio sacro corpo 1.667 colpi. Schiaffi sulle mie guance delicate, 110. Colpi al collo, 120. Sulla schiena, 380. Sul petto, 43. Sulla testa, 85. Ai fianchi, 38. Sulle spalle, 62. Sulle braccia, 40. Alle coscie e alle gambe, 32. Mi hanno colpito la bocca 30 volte. Hanno gettato sul mio prezioso volto i loro infami sputi, 32 volte. Mi hanno preso a calci come una bestia, 370 volte. Mi hanno spinto e gettato in terra, 13 volte. Mi hanno tirato per i capelli, 30 volte. Mi hanno preso e trascinato per la barba, 38 volte. Incoronandomi di spine, mi hanno fatto 303 ferite sul capo. Ho gemito per la vostra salvezza e conversione, 900 volte. Di tormenti che avrebbero potuto uccidermi, ne ho sofferto 162 volte. Di estreme agonie, come se già fossi morto, 19 volte. Portando la mia croce fino al calvario, ho fatto trecentoventuno passi . »

da La clef du paradis et le Chemin du ciel, 1816 (reperibile qui).



The Passion

Una mia amica ha visto The Passion a San Diego :

Ieri sera sono andata a vedere il fantastico film di Mel Gibson, che qua ha fatto scalpore, ed e’ il film che ha incassato di piu’ ed e’ sold out fino a non so che mese…e vattelapesca! Al cinema c’era gente che piangeva e gridava impazzita “Stop it! Stop it!” per la crudezza e la violenza (il soldato romano che frusta quel povero Cristo, nel vero senso della parola, in una maniera davvero sanguinosa), ma io l’ho trovato davvero bello e toccante.