Wikipedia nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Voci mancanti di fonti

Jorge Luis Borges, non sei nessuno. Douglas Hofstadter, torna a disegnare ambigrammi. Ieri ho scoperto una cosa affascinante, e oggi se ne aggiunge un’altra che compie e corona la vicenda. Dunque c’é questo editore che copia e stampa le pagine di wikipedia, giusto? Wikipedia sapete come funziona: gli utenti collaborano e si correggono tra loro, ma alla fine l’ultima parola ce l’ha la fonte primaria cartacea, il testo pubblicato. Ebbene io non so nemmeno come dirvelo, in fondo per raccontare una cosa tanto meravigliosa le parole non ci sono, eppure é tutto vero, commovente, perfetto, simmetrico: in un centinaio di casi, wikipedia ha usato come fonti primarie proprio quei libri copiati da wikipedia.

Secondo wikipedia (che pure condanna la pratica del circular sourcing) un certo fatto é vero perché riportato in un certo libro, anche se il libro a sua volta riproduce la voce di wikipedia. Questo autoriferimento incrociato — un vero e proprio larsen epistemologico — é senz’altro dovuto a un’aggiunta automatica del libro alla bibliografia (da parte di un redattore di wikipedia) proprio come automatica era la creazione del libro a partire dalla pagina. Per la precisione, é probabile che il redattore non abbia mai letto il libro in questione ma ne abbia semplicemente trovato il titolo: anche perché il libro, magari, non é mai stato stampato. La probabilità di essere stampato e letto tuttavia aumenta considerevolmente quando il libro inizia ad apparire nella bibliografia di wikipedia… Insomma, nel mondo realmente ricorsivo, la realtà é il risultato di un loop infinito.



L’editore automatico

Questa è una storia bizzarra, paradossale, persino affascinante. Una storia vera dell’epoca della coda lunga, che (naturalmente) inizia sulle pagine di Amazon. Comincia con me che capito su una serie di libri dedicata ai generi musicali e capisco rapidamente, per via di una certa incoerenza nella strutturazione dei capitoli, che si tratta di compilazioni tratte da Wikipedia. In effetti l’autore indicato è proprio “fonte wikipedia”, in apparente infrazione della licenza CC-BY-SA con la quale sono rilasciati i contenuti dell’enciclopedia collaborativa. Digitando il nome dell’editore nel motore di Amazon, capito su altri titoli. Agricoltura (38 pp), Abati francesi (54 pp), Accordi Diplomatici Della Prima Guerra Mondiale (52 pp) o ancora Ebraismo (178 pp) o Generi cinematografici (126 pp). La grafica di copertina è sempre identica: sfondo colorato e la fotografia d’un fiore. Il prezzo, prima che Amazon li rendesse indisponibili alla vendita in Italia, era di circa dieci euro l’uno.

Ok, quindi questi prendono voci di Wikipedia e fanno dei libri. Lo facevano in America, e ora lo fanno anche in Italia. Anzi, a dire il vero lo fanno in 24 lingue, dall’arabo al cinese. Il meccanismo è trasparente, a leggere quanto scrivono nelle FAQ del loro sito: le versioni cartacee permettono di evitare la fastidiosa lettura a schermo. Anche se poi su Amazon è facile scambiarli per libri “veri”, e qualcuno rischia di portarsi a casa una voce sui racconti di Bradbury credendo che si tratti dei racconti di Bradbury. Ma tutto questo, lo ammetto, non è molto bizzarro, né tantomeno affascinante. Infatti la storia non è ancora finita.

Quanti sono i titoli prodotti con questo procedimento? Non tre, né quattro o dieci o cento: sono quindicimila solo in italiano, a partire da luglio 2011. E come li produce quindicimila libri un editore straniero, in due mesi? A casaccio. No, davvero: a casaccio. Scorrendo la lista dei titoli, appare evidente che gli elenchi di voci sono raccolti automaticamente a partire dalle categorie di Wikipedia, tra le quali persino meta-categorie proprie all’enciclopedia, che non hanno nessuna pertinenza se stampate nella forma di un libro: Da trasferire (292 pp), Pagine orfane – Letteratura (32 pp), Stub – Atletica leggera (28 pp), Pagine a cui deve essere aggiunto il template sportivo (182 pp) o lo struggente Voci mancanti di fonti (78 pagine dense e poetiche). In modo del tutto automatico dunque, e indipendentemente da ogni competenza semantica, un editore-robot ha prodotto e messo in vendita quindicimila libri, rivolti soprattutto ad acquirenti distratti. Puro Spam editoriale. Ma vediamo: in che senso l’editore ha prodotto questi libri?

Io non credo che questi libri esistano. Vincitori del National Book Award (100 pp) o Episodi di Lost (54 pp) non sono mai stati stampati né giacciono in alcun magazzino. Perlomeno questa mi pare la spiegazione più sostenibile. La probabilità di vendere un singolo libro tra questi quindicimila è molto bassa, cioè precisamente uno su quindicimila ovvero 0,006%. In fin dei conti, ognuno di questi libri equivale all’altro, e non ha in sé alcun valore intrinseco. Tuttavia, la probabilità di vendere uno qualsiasi di questi libri è già migliore. Ipotizzando che su Amazon ci siano circa trecentomila libri italiani in vendita, le probabilità salgono attorno a quindici su trecento, ovvero ben 5%. Tutto sta, dunque, nel stampare questi libri on demand, cosa che la tecnologia ha oramai reso possibile e redditizio.

Il nostro bizzarro editore automatico ha generato quindicimila esche virtuali e stamperà soltanto al momento dell’incauto acquisto. Nessun essere umano di carne e sangue sceglie e compila, nessun volume di carta attende di essere venduto. L’editore automatico è un catalogo di possibilità. In tutto il mondo, la sua strategia è inondare i siti di vendita con la sua merce avariata. E c’è da credere che il suo business model stocastico funzioni. La legge dei grandi numeri gli garantisce, dove e fino a quando la legge glielo permette, di guadagnare senza muovere un dito, lasciando che i suoi libri si producano e si vendano da soli. Se un milione di scimmie in un milione di anni finiranno per riscrivere Shakespeare, l’incontro tra un milione di patacche e un milione di potenziali acquirenti finirà per generare profitto.



L’untore

Nel primo mese d’esistenza di questo blog, che all’epoca si chiamava in altro modo, ed era il 2003, raccontai un aneddoto quantomeno bizzarro: un celebre compositore americano aveva partecipato negli anni Cinquanta a un programma televisivo in Italia, distinguendosi come esperto di funghi. Lo avevo letto in una monografia molto seria, ma nessuno ne parlava su Internet. Poco a poco le cose cambiarono, e in rete iniziarono ad apparire menzioni di questa storia curiosa: da un lato, la moltiplicazione delle fonti (8 440 ad oggi) sembrava corroborare la verità dell’aneddoto, ma dall’altro, avrebbe dovuto insospettirmi… Come mai usavano le mie stesse parole? In buona fede, ho ritenuto corroboranti quelle nuove fonti che magari, in buona fede pure loro, avevano usato me come fonte. Intanto sui forum la gente impazziva e cercava il video, una cosa tanto assurda che di certo qualcuno in RAI avrebbe già dovuto tirarlo fuori.

Sette anni dopo, e da diversi mesi, questa storia figura sulla più celebre enciclopedia in rete. Nonostante i noti limiti di questa enciclopedia collaborativa, la lunga permanenza di un’informazione che riguarda un personaggio celebre avrebbe potuto essere un buon argomento a favore della veridicità della vicenda. Se non fosse per un piccolo dettaglio: l’enciclopedia accredita il mio blog come fonte. Ed così — per una naturale propensione a dubitare di me stesso — che ho iniziato a dubitare seriamente della partecipazione del compositore, dei milioni vinti, dei funghi, delle performances e dell’esistenza del fantomatico video. E per giunta a considerarmi come il principale responsabile di un contagio irreversibile.

Oppure é il contrario. Se fossi io il malato, e sani tutti gli altri? Basta fare una ricerca bibliografica in-testo, cosa che sei anni fa era molto più difficile, per scoprire che decine di libri, fin dagli anni Sessanta, accreditano la leggenda. Il primo? Un giovane e insospettabile semiologo che per giunta, all’epoca, lavorava in RAI. Insospettabile? Oramai siamo come San Tommaso e vogliamo le prove: cosa ce ne facciamo delle innumerevoli testimonianze, tutte secondarie, ora che ci ha preso il sospetto che tutte rimandino a una sola, magari burlesca, e che si corroborino a vicenda, persino in buona fede? La notizia vera si è diffusa in rete, dal 2003, come si sarebbe diffusa se fosse stata falsa; o magari è la notizia falsa ad essersi diffusa tra le pagine dei libri come si sarebbe diffusa se fosse stata vera. Il meccanismo è esattamente lo stesso, perché “facilmente si crede ciò che si ha il bisogno di credere”. Solo la prova può fare la differenza. In assenza della quale, la vicenda del compositore micologo che si fa rimbrottare dall’everyman televisivo non è altro che un mito. Sarà anche “vera oppure falsa” come dicono i logici, ma resta un mito. Un bel mito, peraltro.

Un anno fa moriva in circostanza misteriose l’ultimo testimone della vicenda, trascinando il segreto nella sua tomba. È tempo di fondare una religione.



La rivincita della tradizione

Poco a poco, di evoluzione in evoluzione (l’ultima consiste nel dare maggiore evidenza alle informazioni inserite dagli utenti più affidabili) Wikipedia avrà raggiunto la forma perfetta: quella di una normalissima enciclopedia. Tra qualche anno proporranno di stamparla e rilegarla.

A parte gli scherzi, dovremmo studiare meglio quello strano meccanismo, che passa per imborghesimento, per cui le utopie più radicali finiscono per assomigliare alle tradizioni che contestano: evidente rivincita della selezione naturale (ovvero dei costumi) sui disegni razionali (ovvero sulla volontà).

Post collegati
L’untore ⨯