Wu Ming nell'epoca della sua riproducibilità tecnica



Cloaca

Il problema ormai lo conosciamo: producendo e immettendo contenuti su Internet gli utenti contribuiscono, senza ricevere alcuna remunerazione monetaria, a rendere attrattive delle piattaforme di scambio che da parte loro producono o sembrano produrre considerevoli profitti. Come se non bastasse, questo user generated content entra in concorrenza con il lavoro culturale, offrendo gratuitamente ciò che prima era venduto. Problema serio, dunque, che vorremmo chiarire in maniera scientifica con gli strumenti della coprolalia.

Nel settembre del 2011, Wu Ming 1 ha pubblicato un lungo articolo intitolato ¬ęFeticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto¬Ľ che, oltre a criticare le condizioni lavorative nelle filiere dei prodotti¬†Apple o dei servizi¬†Amazon, denunciava inoltre lo sfruttamento¬†(sic) sub√¨to dagli utenti di siti come Facebook e Google. Impreziosito da¬†formulazioni infelici –¬†¬ęTu su Facebook di fatto lavori. Non te ne accorgi, ma lavori. Lavori senza essere pagato¬Ľ¬†–¬†l’articolo si prestava facilmente a essere canzonato, ma sollevava questioni importanti sulle trasformazioni dell’economia culturale. Senza citarlo, Wu Ming evocava le tesi di Carlo Formenti, del suo articolo ¬ęLavorare senza saperlo: il capolavoro del capitale¬Ľ (2010)¬†e del suo¬†libro¬†Felici e sfruttati: Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro (2011). Una metafora efficace di queste teorie di matrice marxista √® stata realizzata nel¬†film televisivo¬†Black mirror: 15 milioni di celebrit√† di Charlie Brooker, ambientato in una futuristica prigione-officina dove uomini e donne videogiocano senza sosta per produrre energia, animati dalla speranza di pervenire un giorno alla celebrit√†.

Wu Ming tralascia il fatto evidente che come utenti di piattaforme di scambio consumiamo un servizio. I contenuti che produciamo, in questo senso, sono il prezzo che paghiamo per il servizio. Come mi ricorda la fondazione Elia Spallanzani, ¬ęla posizione di Facebook non √® diversa da quella di chi organizzava una fiera medievale: era un luogo attrezzato in cui vari produttori-consumatori si scambiavano i pettini e le galline. Ora si scambiano le foto dei gatti e le opinioni. Chiaramente controllare la fiera consente un guadagno che pu√≤ apparire ingiusto, specie a dei veteromarxisti come i nostri amici Wu, ma anche quello √® un lavoro¬Ľ.

E che dire di chi pubblica gratuitamente i propri articoli in rete? Non basta fare qualcosa che assomiglia a un lavoro per pretendere un salario. Alla maggior parte delle attivit√† professionali, anche alle pi√Ļ gravose e ingrate, corrisponde uno svago equivalente, che consiste nel praticare lo sforzo in forma o misura differente. In effetti non √® la stessa cosa sollevare pesi in palestra alle sette di sera oppure al mercato ortofrutticolo alle sette di mattina, fare l’amore con il proprio ragazzo oppure farsi scopare da uno sconosciuto, cacciare il tordo di domenica oppure ogni santo giorno.¬†Secondo il gusto personale, si pu√≤ addirittura pagare per ottenere ci√≤ che altri ricevono in cambio di un salario, come nel caso degli scrittori che si rivolgono agli editori ¬ęa spese dell’autore¬Ľ per pubblicare, in perdita dunque, le proprie opere.¬†Certo quando si parla di arte si entra in una zona grigia tra lavoro e diletto, e l’assenza di criteri chiari per distinguerli sembra condannarci a un’eterna confusione. Ma in fondo la confusione regna ovunque: perch√© ci sono uomini che pagano per essere frustati e altri che pagano per frustare? Quale dei due sta effettivamente lavorando senza saperlo?

Per risolvere la confusione, √® necessario abbandonare l’antinomia tra consumo e produzione.¬†In effetti, la produzione consiste in ogni caso nel consumare delle risorse per generare nuovi beni e servizi. Consumo e produzione, da questo punto di vista, sono esattamente la stessa cosa: ovvero¬†la trasformazione di una cosa in un’altra cosa. Carne in cibo e cibo in forza-lavoro — e merda ovviamente, poich√© ogni processo di consumo-produzione comporta una quota di scarti. Come ci ha ricordato Wim Delvoye con i suoi giganteschi macchinari digerenti (Cloaca), la fabbricazione di escrementi √® un processo del tutto identico alla produzione industriale: la merda √® un prodotto come un altro. Solo che (quasi) nessuno la vuole.

Potremmo dire che lo scopo della produzione consiste nel trasformare la materia prima in un bene utile o pi√Ļ utile, mentre il consumo consiste nel trasformare la materia prima in un bene inutile o meno utile; ma staremmo dando una definizione ancora troppo soggettiva. Rischiamo di tornare alla concezione moralista del lavoro culturale inteso come attivit√† superflua.¬†Dovremmo dunque dire che la ¬ęproduzione¬Ľ¬†realizza qualcosa per cui esiste una maggiore domanda (rispetto alla domanda per la materia prima) e il ¬ęconsumo¬Ľ¬†realizza qualcosa per cui esiste una minore domanda. Allora inizieremmo a capire il principio che regola la retribuzione delle attivit√† di consumo-produzione culturale, il cosiddetto¬†prosuming. La sovrapproduzione, come spreco non pianificato, √® una forma di trasformazione per la quale non esiste sbocco commerciale: di conseguenza, il suo risultato √® uno scarto. Le raffinatissime competenze di una generazione di ex-futuri intellettuali sono uno scarto.¬†Questo stesso articolo √® uno scarto.

Ma anche gli scarti possono essere reimmessi nel ciclo produttivo, come da sempre si riutilizzano gli escrementi per l’agricoltura.¬†C’√® gente che¬†compra letame di cavallo, c’√® gente¬†che lo vende e nel frattempo la donna pi√Ļ ricca della Cina si occupa di riciclare spazzatura… Riciclare gli scarti del consumo cognitivo: e¬†se fosse questo il business model di Facebook, del web 2.0 e della coda lunga dell’industria culturale?¬†La merda √® contemporaneamente l’antenato e il paradigma dell’user generated content.¬†Ci pare gi√† di sentire il Wu Ming di turno protestare col pugno alzato e ricordarci che ¬ęquando caghi, stai lavorando¬Ľ.

E invece non va da s√© che ogni attivit√† costituisca un ¬ęplus-lavoro¬Ľ¬†da remunerare.¬†La retribuzione √® il risultato di una negoziazione per stabilire innanzitutto quale sia il bene e quale sia lo scarto del processo di consumo-produzione. Una negoziazione¬†che, prima ancora di stabilire il¬†prezzo della prestazione, serve a stabilire chi si presta a cosa e quale delle parti debba remunerare l’altra. Io pago te per frustarti o te paghi me per farti frustare? Tu paghi me per scrivere o io pago te per pubblicarmi? Ho messo la mia merda in un barattolo, quanto mi dai? Piero Manzoni vendeva la propria a caro prezzo, e Wim Delvoye oggi la produce in serie.¬†Ogni bene pu√≤ essere considerato come uno scarto e ogni scarto pu√≤ essere considerato come un bene: non esiste alcun criterio universale. Quante¬†opere d’arte cancellate, nei tempi antichi e moderni, perch√© non significavano pi√Ļ nulla per i loro distruttori!

Il lavoratore culturale, oggi, si confonde sempre di pi√Ļ con il consumatore culturale. Lavoratore e consumatore si sono definitivamente fusi in una nuova creatura, il prosumer culturale. Producendo, egli consuma risorse. E consumando, egli¬†produce certamente qualche cosa: ma chi vuole questa cosa? (continua)



Feticismo dei pomodori e sfruttamento nascosto

Lo so, con questa storia di Wu Ming ho esagerato. √ą tempo di voltare pagina e trattare¬†un argomento che mi sta particolarmente a cuore, ovvero i pomodori.

Innanzitutto voglio premettere, a scanso di equivoci, che io adoro i pomodori. La mia dieta quotidiana comprende un bel cuore di bue (condito con un filo d’olio extravergine spremuto a freddo), cinque san Marzano dell’agro sarnese-nocerino (da mettere nel sugo con una grossa cipolla) e almeno venti ciliegini che sgranocchio all’aperitivo. Sono un golosone? La questione √© mal posta. Lo faccio perch√© i pomodori mi piacciono e perch√© chi fa il mio lavoro ha bisogno di una dieta sana ed equilibrata. Su questa dieta, scommetto tutti i giorni da vent’anni.

Tuttavia in tempi recenti dei fatti di cronaca hanno turbato la mia colazione. Un giornale locale, il Corriere del Mezzogiorno, ha rivelato le terribili condizioni nei campi di pomodori. A quanto pare, migliaia di uomini diversamente colorati — i cosiddetti negriani — sarebbero sfruttati affinch√© sulle nostre tavole arrivino le preziose solanaceae.¬†Il quadro √® cupo:¬†estrema precariet√† del lavoro, clima di perenne ricatto e assenza di diritti,¬†ritmi inumani,¬†provvedimenti disciplinari ai danni di chi rallenta il ritmo o semplicemente sviene,¬†licenziamenti ‚Äúesemplari‚ÄĚ su due piedi con il reprobo scortato fuori sotto gli occhi dei colleghi.

A giudicare dai commenti in rete, molti cadono dalle nuvole, scoprendo solo ora che i pomodori non crescono sugli alberi, come si suol dire, ma al contrario su una pianta strisciante dall’andamento rizomatico, com’√© appunto il Capitale. Come dovevasi sospettare, il “miracolo” del pomodoro (sapido, carnoso, grande variet√†) si regge sullo sfruttamento di forza-lavoro in condizioni vessatorie, pericolose, umilianti. Per colpa del feticismo gastrofanatico, ogni giorno si pone¬†l‚Äôaccento sul gusto straordinario dei pomodori¬†e implicitamente si derubricano come¬†eccezioni¬†le pratiche¬†assoggettanti.

Se dopo questo discorso qualcuno mi chiedesse: ‚ÄúAllora la soluzione √® non mangiare pomodori?‚ÄĚ, risponderei, come faccio spesso, che la questione √® mal posta. La¬†question est mal pos√©e. Kesyon¬†an se¬†seryezman¬†mete. (Posso dire questa frase in 54 lingue e dialetti.) Certamente, costruire dal basso degli orticelli autogestiti e open source, a base di concimi naturali e non basati sul commercio, √© cosa buona e giusta.¬†Ognuno di noi dovrebbe dedicare qualche metro del suo giardino¬†(o eventualmente della veranda)¬†alla coltivazione dei pomodori.¬†Ma √® importante anche mantenere una presenza critica e informativa nei luoghi dove vive e comunica la maggioranza delle persone, magari¬†sperimentando modi conflittuali¬†di mangiare pomodori. Da parte mia¬†cerco di non essere feticista, di non rimuovere lo sfruttamento che sta a monte di questi prodotti. E’ uno sforzo improbo, ma qualcuno deve pur farlo.



La quarta dimensione

Quando scrivo o commento su un blog, quando aggiorno Wikipedia, quando auto-produco un libro, cosa sto producendo? e cosa sto consumando? Per rispondere a queste domande, ho provato a¬†descrivere la trasformazione dell’industria culturale classica in¬†piattaforma di pubblicazione, circolazione e scambio di contenuti, e ne ho evocato i¬†presupposti ideologici. La lettura di¬†“Feticismo della merce digitale e sfruttamento nascosto: i casi Amazon e Apple” di Wu Ming 1 mi ha perci√≤ fatto l’effetto di uno specchio deformante, nel quale ho visto apparire un ometto tozzo, col ventre prominente e la testa minuscola. Ovvero ben diverso da me, che sono invece slanciato e ben proporzionato.

Gli esiti comici dell’argomentazione di Wu Ming¬†discendono da un errore. L’errore √® chiamare “pluslavoro”, o in generale “lavoro”, ogni forma di generazione di contenuto da parte degli utenti su Internet. Ora, questo errore non √® innocente. L’articolo di Wu Ming partecipa alla costruzione di un mito politico, il mito del¬†proletariato cognitivo. In sintesi: l’operaio della conoscenza,¬†traducendo poesie o pubblicando le foto delle sue vacanze su Internet, si troverebbe sullo stesso piano — o pi√Ļ esattamente, entro la stessa classe — dell’operaio vero e proprio, come quello che gli ha assemblato il computer. L’operazione ideologica di Wu Ming, letteralmente oscena,¬†sta nell’ambiguit√† di quello “sfruttamento nascosto” annunciato nel titolo dell’articolo:¬†se da principio questo sfruttamento rimanda alle condizioni di lavoro presso Apple o Amazon,¬†nell’ultima parte l’autore tenta di recuperarlo¬†per evocare la condizione degli user del web 2.0. Come in ogni barzelletta, √® il rovesciamento finale a suscitare la risata. E come in ogni esercizio di prestidigitazione, tutto sta nel distogliere l’attenzione dalla cosa stessa che viene esibita.

Non voglio parlare in questa sede delle moderne forme di schiavit√Ļ su cui √© fondato il sistema del¬†consumo culturale. Qui m’interessa soprattutto la teoria del pluslavoro. Come ho gi√† scritto altrove gli user, in fondo alla coda lunga, consumano l‚Äôopportunit√† di esprimersi pubblicamente. E come la¬†pagano questa opportunit√†? Rinunciando a riscuotere la somma minuscola in diritti d’autore che spetterebbe loro per il contributo infinitesimale che forniscono alla piattaforma. Questa √® la semplice ragione per cui un abbonamento telefonico ha un costo e l’iscrizione a un social network √® gratuita: i contenuti che forniamo sono il prezzo che paghiamo. In fin dei conti era lo stesso principio del copyleft, ovvero rinunciare a trarre profitto dal lavoro intellettuale per propriziarne la circolazione. Nel frattempo le cose sono un po’ sfuggite di mano, qualcuno ha capito come generare un enorme profitto da questo e si sono creati dei monopoli capaci di imporre le loro condizioni a utenti e editori: ho scritto a questo proposito di societ√† panottica. Ma¬†Wu Ming, come altri scrittori, pensa soprattutto che i suoi status di Twitter o Facebook valgano molto di pi√Ļ e che lo scambio non sia equo. Che ti devo dire? Fanne un’antologia, mettici la fascetta “Dall’autore di Q”, e vedi un po’ se qualcuno te li compra.

Forse tutto nasce da un malinteso. Perch√© ognuno dovrebbe essere pagato per ci√≤ che scrive? Certo, se fuori fanno la fila per leggere il tuo libro, √® naturale che tu ci guadagni. Ad esempio Q essendo un ottimo romanzo, non ho avuto problemi a sborsare quei diciotto euri che costava all’epoca. Wu Ming √© dunque uno scrittore di professione, ma nessuno lo pagher√† (ad esempio) per avere riempito uno spazio pubblicitario con la copertina del suo libro.¬†E poi prendi me, come diceva padre Karras nell’Esorcista: di lettori affezionati ne avr√≤ un centinaio e me ne sto qua buono, appollaiato sulla coda lunga. La mia scrittura non √© un lavoro: √© in minima parte un diletto e in massima parte un tentativo di “fare cose con le parole”. Si tratta sopratutto di una possibilit√† garantita dal capitale economico e culturale di cui dispongo. Ma ecco un’altra delle tare psicologiche del borghese contemporaneo: scambia i propri costosi diletti — scrivere, leggere, cantare, dipingere e in generale gli studi da signorina di buona famiglia — per attivit√† professionali, e poi si lamenta che non lo pagano. Bisognava leggere Veblen prima che fosse troppo tardi.

C’√© differenza tra l’acrobata della domenica e l’artista circense, che tutti i santi giorni esercita il proprio corpo in esercizi sfiancanti e pericolosi. E c’√© anche una grande zona grigia tra queste due attivit√†, nella quale galleggiano file di disoccupati. Ma se ti posizioni sulla coda lunga del circo, le tue capriole non saranno mai un lavoro.¬†Il fatto √® che la quarta dimensione si sta ampliando a dismisura, e ha cambiato forma.¬†Nel Pendolo di Foucault, Umberto Eco definiva quarta dimensione della letteratura il mondo degli autori a proprie spese: un esercito di sfigati che ambiscono a essere pubblicati e ci riescono soltanto pagando dei finti editori. In realt√† questa sfiga √© relativa, e in altre epoche l’editoria a pagamento √© stata praticata da autori come Lewis Carroll, Edgar Allan Poe o Walt Withman.¬†Eco pensava che gli APS avessero torto e il mercato ragione, ma oggi la rivoluzione della coda lunga ha rovesciato questo rapporto. Il problema non √© tanto la qualit√† assoluta di quello che viene pubblicato, quanto la sua pertinenza relativa.

Nessuno √© sfigato sulla coda lunga. Oggi siamo tutti autori a nostre spese, perch√© i costi tendono allo zero, sia per la produzione materiale che per la diffusione digitale. Questa riduzione ¬†dei costi, come ricorda Wu Ming, avviene anche per mezzo dello sfruttamento degli operai nelle fabbriche di tutto il mondo. Ma la sua “narrazione” √© ben comoda: noi non staremmo consumando una risorsa prodotta dallo sfruttamento, bens√¨¬†staremmo¬†partecipando a essere sfruttati. La nostra libert√† di creare e di comunicare √© un pesante fardello: bambini cinesi, condividetela con noi! Partecipate alla nuova alleanza mondiale degli sfruttati! Io dico invece che, nell’argomentazione di Wu Ming, il Capitale √© uno schermo per distogliere l’attenzione e rinviare il vero conflitto di classe geopolitico. Che comunque arriva, sta arrivando, √© arrivato.



La questione mal posta

Wu Ming 1 ha scritto un pezzo su “feticismo della merce digitale” e non so decidere quale sia la parte pi√Ļ divertente. Forse quella in cui invita a non idolatrare Apple o Amazon, tanto per fissare — un po’ alla lontana, diciamo — le solide basi di una nuova lotta di classe? Oppure quell’altro passo in cui, dopo uno confuso viavai d’argomenti, riesce nella magia di paragonare il tempo che passiamo su Facebook alle dodici-quattordici ore di lavoro di un bambino operaio ottocentesco? (Hey Wu Ming, com’√© il carro degli sfruttati? Comodo?) C’√© poi la presa di posizione contro i padroni della rete, colpevoli di lucrare sul pluslavoro intellettuale: coerentissima da parte di uno che da vent’anni combatte il copyright, e oggi si lamenta perch√© “sono altri a fare soldi col tuo lavoro”.¬†No, aspettate, ho trovato. La parte pi√Ļ divertente √® questa:

“Se dopo questo discorso qualcuno mi chiedesse: ‚ÄúAllora la soluzione √® stare fuori dai social media?‚ÄĚ, risponderei che la questione √® mal posta.”

Mal posta? Intendi dire come la questione Mondadori? Ma allora il vostro non è nemmeno un vizio: è un format.



Industria culturale, il punto della situazione

Prima che l’insipido teologo Vito Mancuso lanciasse la pietra dello scandalo, su queste pagine era gi√† iniziata una discussione sulla questione Mondadori con Whatsgoingon, Luca Massaro, Dahlgren e Giulio Mozzi. Ma poich√© la questione rischiava di banalizzarsi nell’ennesima chiacchiera sul conflitto d’interessi, mi √® parso opportuno darle una statura pi√Ļ seria. La statura, ovvero, d’una riflessione su questa industria culturale che vende i segni come se fossero inoffensivi. Altri si sono aggiunti alla discussione, come Elia Spallanzani, Alcor, enpi e Gherardo Bortolotti, che su Alfabeta2 ha collegato l’industria culturale contemporanea al tema dello user generated content. Dopo due settimane intense di post e discussioni, √®¬†arrivato il momento di fare un punto della situazione. Chi fosse arrivato in ritardo pu√≤ iniziare a leggere partendo da questo post, che vale come indice ma apre sulle questioni che ancora restano da affrontare.

Che cos‚Äô√® cambiato nell‚Äôindustria culturale? A leggere i classici sull‚Äôarte nell‚Äôepoca della riproducibilit√† tecnica, si trattava di una poco raccomandabile faccenda di prodotti standarizzati, consumo di massa e alienazione del tempo libero. Le economie di scala governavano l‚Äôeditoria, la discografia e la cinematografia, e non sembravano esserci alternative al trionfo della quantit√† sulla qualit√†: letteratura fabbricata industrialmente, vuota musica commerciale e blockbusters ingenui e infantili. In nome del profitto, l‚Äôarte e la cultura erano state sostituite da un‚Äôignobile contraffazione. Ne scrivo nel post dedicato all’invenzione della cultura di massa. In un altro post, racconto come la societ√† industriale ha prodotto una critica di s√© stessa, annunciando l’avvento d’una¬†cultura della critica di massa.

Questa cultura tenta di raggiungere l’egemonia ¬†nel secondo dopoguerra, ed √® riuscendovi che si passa dalla fase uno alla fase uno e mezzo. Negli anni Sessanta, un‚Äôintera generazione ha manifestato il proprio desiderio di godere (e consumare) senza limiti. Una vera e propria societ√† del desiderio, di cui ho scritto in un altro post, la cui contestazione prende rapidamente la forma di una domanda che il mercato √® stato in grado di soddisfare.¬†Dai prodotti culturali, la borghesia occidentale voleva variet√†, genuinit√†, anticonformismo; voleva una scelta pi√Ļ ampia ‚Äď e l‚Äôindustria culturale trov√≤ il modo di accontentare tutti. Il prodotto pu√≤ essere l’anarchia, come ho scritto in un post che traccia la parabola dei Sex Pistols, o la fantomatica “indipendenza“, di cui ho scritto in un altro post.¬†Per via della diminuzione dei costi unitari di produzione, stoccaggio e distribuzione, cominci√≤ la colonizzazione della “coda lunga” delle domande di nicchia. La nascita di Internet realizz√≤ in seguito le ultime condizioni che hanno permesso all‚Äôindustria culturale di penetrare il mercato con un‚Äôofferta sconfinata di prodotti: “mainstream” e “indipendenti”, “standardizzati” e “customizzati”. I grandi gruppi editoriali non esitano a pubblicare testi sovversivi come se nulla fosse, forse perch√© nulla √®… Ne parlo in un post dedicato al catalogo Mondadori. Panico, irritazione, isteria di massa tra i commentatori alla scoperta che sputare nel piatto in cui si mangia √® soltanto un modo per allungare il brodo. E se non esistesse nulla, l√† fuori? Era l’ipotesi che proponevo in questo post.

Quella che ho raccontato finora √® una fase intermedia di trasformazione dell’industria culturale. Ma il processo non pu√≤ dirsi concluso fintanto che non verr√† raggiunto e illustrato il massimo grado di entropia del mercato, il passaggio teorico alla domanda infinitamente frammentata soddisfatta su scala industriale da un’offerta infinitamente frammentata.¬†Accanto a un piccolo numero di prodotti best-sellers, sui quali √® facile massimizzare i profitti, i grandi gruppi mediatico-culturali hanno rinforzato e ampliato la loro offerta di prodotti a basse tirature. La tecnologia ha inseguito, raggiunto e superato i suoi critici.¬†Ma cosa accade quanto la domanda e l‚Äôofferta sono tanto irrilevanti che non rappresentare nemmeno una nicchia? Si passa alla fase due, o “due zero” come vuole la moda, dell’industria culturale. Logica conseguenza, e superamento, dello stadio di colonizzazione delle nicchie, che caratterizza la strategia dei grandi gruppi editoriali a partire dagli anni Settanta. La strategia paradossale di Mondadori, che pone il profitto prima di ogni considerazione politica, non fa che annunciare un processo di dissoluzione del ruolo di editore. Wu Ming e Che Guevara sono il suo user generated content.

Oggi, anche una canzone che verr√† ascoltata da venti persone, o un libro di cui verranno vendute quattro copie, come questo, √® un prodotto “industriale” reso disponibile da un nuovo tipo di economie di scala. In effetti, in fondo alla coda lunga sta accadendo qualcosa: qui i beni non vengono venduti, ma scambiati e offerti. Ogni giorno, persone pubblicano sul web le loro opinioni, canzoni, filmati, disegni, fotografie, software ‚Äď per non parlare dei piani rivoluzionari e altri propositi sovversivi che circolano sui forum di Internet. Questi “creatori” pi√Ļ o meno dotati si esprimono attraverso varie piattaforme di pubblicazioni (siti web, blog, gruppi di discussione, reti sociali, venditori online) e hanno un pubblico di una persona, dieci, cento o di pi√Ļ. Ci√≤ facendo, contribuiscono a guarnire degli enormi “pacchetti di contenuti” venduti da fornitori di servizi attraverso pubblicit√† e sottoscrizioni.

Sfortunatamente, l’attività creativa sul web è raramente remunerata. Di solito, i creatori sono considerati come dei fruitori generatori di contenuto piuttosto che come dei produttori. Formalmente, stanno scambiando alcuni dei proprio diritti patrimoniali sulla proprietà intellettuale in cambio di un servizio di pubblicazione, e il profitto è raccolto altrove nella catena di valore. Tuttavia, ci sono anche aziende che offrono ai creatori la possibilità di raccogliere una parte del profitto da loro generato, proponendo forme di pubblicazione senza intermediari, e raccogliendo una piccola percentuale per il servizio fornito: è il caso del micropublishing. Ad ogni modo, per ogni creatore in fondo alla coda lunga, tranne che per pochi fortunati, il profitto così generato è minimo, e non può certo costituire una fonte di sostentamento. Ma il profitto o il sostentamento non sono certo gli obiettivi primari dell’attività culturale, che ha innanzitutto una funzione posizionale, ovvero simbolica e sociale, e dunque soltanto indirettamente economica. Anche qui, si recuperano i situazionisti con il loro Potlatch, Bataille con le sue teorie del dispendio gratuito, e tutti quanti. La controcultura novecentesca è come il maiale: non si butta via nulla.

L‚Äôimpatto economico di questo modello √® altrove che nella retribuzione diretta delle produzioni. Soprattutto, la sua eventuale prevalenza rischia di erodere le parti di mercato degli editori tradizionali lontano dalla cima delle classifiche: parti di domanda ma anche di offerta, parti di “fruizione” ma anche di “creazione”. A beneficiare economicamente di questa¬†User Generated Culture sarebbero (e in parte gi√† sono) i nuovi fornitori di servizi culturali e le industrie dell‚Äôhardware e del software, i post-editori cui le grandi major del consumo culturale si avvicinano sempre di pi√Ļ. I creatori, da parte loro, sopraffatti dal tempo libero, consumano l‚Äôopportunit√† di esprimersi pubblicamente. Le battaglie sul copyright sono retroguardia perch√© sulla coda lunga se il bottino complessivo cresce, la parte di bottino si erode, tende a zero anche fosse il 100 %.

Express yourself!

L‚Äôindustria culturale, che produceva oggetti standard per un mercato di massa, si sta trasformando in un dispositivo di allocazione di oggetti irregolari su un mercato frammentato. Se prima era un sistema di selezione e diffusione dei contenuti, oggi sta diventando una piattaforma neutrale di pubblicazione, circolazione e scambio.¬†Lo spazio sempre pi√Ļ grande che sembra essersi disegnato fuori e contro l‚Äôindustria culturale, questo paradiso ritrovato in cui liberamente si creano, si scambiano e si fruiscono gli oggetti culturali, √® in realt√† il cuore stesso di una nuova economia culturale. Ma se il prezzo da pagare per rendere pubblico ogni segno fosse il definitivo svuotamento di ogni significato, la sua tragica banalizzazione, la sua dissoluzione nel mare magnum dell’ironia e della provocazione?



Forse perché nulla è

Bisogna ammettere che tutto √® diventato pi√Ļ semplice.

Le grandi catene di vendita al dettaglio, come la Fnac, propongono un settore ¬ęindipendente¬Ľ in cui esporre artisti indipendenti veri e presunti, e sponsorizzano festival di musica indipendente. Lo slogan anticonformista della catena “Certifi√© non-conforme” nasconde come pu√≤ la vera natura della Fnac: una multinazionale di 143 negozi, fondata nel 1954 da due militanti trotzkisti, che dal 1994 appartiene al gruppo PPR di Fran√ßois Pinault, leader mondiale del lusso e ingegnoso speculatore nel sistema dell’Arte Contemporanea. PPR √® gruppo industriale con una coscienza etica, che nel 2009 ha permesso la diffusione gratuita in televisione e su YouTube del film Home di Yann Arthus-Bertrand, estetizzante denuncia degli effetti terribili dell‚Äôinquinamento, venduto in DVD nei negozi Fnac al prezzo stracciato di 5 euro. Tra gli scaffali della libreria al piano di sopra, si pu√≤ sfogliare la Dialettica dell‚ÄôIlluminismo in edizione economica e rileggere i passi in cui si sostiene che i prodotti industriali ‚Äúsottomettono gli individui al potere totale del capitale‚ÄĚ.

Leggere il seguito »



Ad aziendam

Noi sappiamo benissimo una cosa: i nostri interessi NON coincidono con quelli di B********.

Ma quando Valerio Evangelisti e i Wu Ming affermavano che soltanto pubblicando con Mondadori potevano raggiungere il pi√Ļ vasto pubblico nella pi√Ļ squisita libert√†, intendevano dire che l’evasione fiscale √© un mezzo lecito per raggiungere questo altissimo fine? A me pare che a questi acutissimi analisti dell’economia capitalista sfugga in che modo i loro interessi convergano effettivamente con quelli del gruppo.¬†Si misuri tuttavia il tragicissimo dilemma etico: se per ogni milione di euro non evaso dall’editore rimanesse invenduta anche una sola copia di qualche New Italian Epic novel, vi parrebbe right, vi parrebbe human?