la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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Le ragazze di Angoulême

In gennaio ero al festival del fumetto di Angoulême a fare un reportage per Linus. Le direttive della redazione erano chiare: per far perdonare il mio maschilismo avrei dovuto indagare sulla questione femminile nel mondo del fumetto. Ne è venuto fuori un reportage profondamente imbarazzante, in cui viene fuori il bastardo reazionario che tutti conoscete.

Sono a Angoulême per fare penitenza. Mi trovo al più importante festival del fumetto europeo e ho una sola idea in testa. Trovare delle donne. Parlare con loro. Conoscerle. Capirle. Raccontarle. Sono un maschio bianco eterosessuale e forse ho trovato un’occasione per redimermi. Perché come cantava Britney Spears, I’m not that innocent.

Quando a ferragosto Linus ha pubblicato la “mappa del dibattito culturale in rete” firmata da Valerio Mattioli e dal sottoscritto, non immaginavo il dibattito (appunto) che si sarebbe scatenato a causa di una nostra lieve dimenticanza. Ci eravamo dimenticati delle donne. Ci eravamo dimenticati delle donne, in che senso? Nel senso che della ventina d’intellettuali e giornalisti che avevamo elencato non c’era nemmeno una donna. È stata la scrittrice Claudia Durastanti a sollevare la questione su Facebook. Da allora Valerio ed io ci siamo fatti la nomea di maschi maschiocentrici o perlomeno smemorati.

La verità è che queste selezioni maschiocentriche non sono un’eccezione: prova ne sia la recente polemica scatenata dall’assenza di donne nella shortlist per il premio alla carriera del festival di Angoulême. Trenta fumettisti, da Alan Moore a Milo Manara, e nessuna donna. Come diavolo è possibile dimenticarsi delle donne? Parlo per me: è possibilissimo se si è maschio e si frequentano perlopiù maschi, si dibatte in rete con altri maschi e si scrivono cose che allo stato attuale delle cose spesso, ahimè, interessano perlopiù ai maschi. Il patriarcato è una ben triste torre d’avorio e il web culturale italiano che conosco io non è poi tanto diverso da un ritrovo di lettori di fumetti della Marvel, come quelli che qui ad Angoulême ho visto accalcarsi sullo stand della Panini per comprare l’ultimo Deadpool. “Degli uomini piace il loro andare a caccia di grandezza e inventarsi imprese e avventure”, aveva scritto Luisa Muraro forse pensando proprio a Deadpool e agli accaniti commentatori del sito Nazione Indiana, “ma fa paura quello che poi troppo spesso si lasciano dietro, come rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso” e qui il riferimento sembra proprio essere alla nostra mappa del dibattito culturale. Ammettendo che le donne sono una minoranza nel web culturale italiano italiano, proprio come nella storia del fumetto francese, in fin dei conti è proprio per questo che meritavano di essere rappresentate.

E quindi quale luogo migliore di questo per fare penitenza? Sono arrivato nella mia personalissima Siberia. È qui a Angoulême, nuova Armageddon della guerra tra i sessi, che il collettivo delle creatrici di fumetto ha convocato la battaglia finale per la parità di genere. Oltre alle più consuete rivendicazioni, il collettivo denuncia i tentativi di ricacciare le fumettiste nella riserva indiana del “fumetto femminile”. Eppure la gaffe del premio alla carriera insegna che quando i selezionatori non si pongono esplicitamente la questione femminile — ponderando in funzione del genere i dati forniti dalla loro limitata esperienza — finisce che si dimenticano le donne. Ne parlo con Francesca, titolare di una piccola casa editrice indipendente franco-italiana, che mi conferma un sentimento diffuso: “Non c’è nulla di più umiliante delle mostre o antologie sulle donne. Facci caso, perché non si fa lo stesso per gli uomini?” Perché le differenze di genere, suppongo, come le differenze di classe possono produrre sguardi diversi sul mondo; e su questa diversità può essere interessante riflettere per aprire gli orizzonti maschili, con la loro pretesa di universalità. Risposta sbagliata. “Anche l’idea di fare un numero di Linus speciale sulle donne, guarda, non mi convince tanto.”

Eppure scrittrici come Jane Austen o Riyoko Ikeda, l’autrice di Lady Oscar, m’interessano proprio perché la loro appartenenza di genere fornisce un particolare punto di osservazione sulle questioni sociali. Non credo che sia un caso che le migliori novità presentate a Angoulême siano di autrici donne: Noelle Stevenson, Xia Da, Amandine Meyer, Marietta Ren… Il dubbio cresce in me: a furia di aggirare la questione della differenza non rischiamo di perdere qualcosa, l’equivalente culturale della biodiversità? Il mio sesto senso mi suggerisce che si tratta di una domanda da non porre assolutamente e cerco subito una ragazza a cui porla. Quando chiedo a un’autrice se ritiene che vi sia qualcosa-di-femminile™ in quello che fa, come fanno in televisione, lei mi guarda con riprovazione: “Qualcosa, forse, come c’è qualcosa di legato a tutte le mie esperienze. Le mie origini cinesi, il quartiere in cui vivo, la mia classe sociale. È un mosaico di esperienze.” Ma evidentemente sono stato troppo diretto. “Devo dirti che la tua domanda è del tutto fuori luogo. Apprezzo la tua sincerità, davvero, però dovresti evitare di porla ad altre ragazze perché potrebbero risponderti in maniera meno cordiale.” Scopro con disagio che a questo festival sono tutti molto seri e ignorare le regole non scritte del dibattito in corso significa farsi automaticamente catalogare come bifolco. “Perché insistere tanto sul genere quando potresti parlare del nostro lavoro? È umiliante essere continuamente ricondotte al fatto che siamo donne.” Senza dubbio posso capire la sua stanchezza, tuttavia non mi pare meno stancante la mia condizione di elefante nella cristalleria. Il bello del fumetto, la sua biodiversità appunto, un tempo non consisteva proprio nella sua estraneità a certe ipocrisie della cultura alta?

Forse qui sta il cuore della faccenda: non si capisce quello che sta accadendo ad Angoulême se non si leggono le rivendicazioni femminili alla luce di un altro dibattito, vecchissimo e ben noto ai lettori di Linus, quello sulla legittimità della cosiddetta “arte sequenziale”. Gran parte delle autrici in lotta vengono da un certo fumetto: libri impegnati, mediamente più costosi, sostenuti da una certa stampa. Un fumetto che ha saputo sedurre il pubblico femminile se crediamo a Riad Sattouf quando sostiene che “più della metà dei miei lettori sono donne”. Ma mediamente sono anche libri che vendono poco, cioè meno di quanto sia necessario all’autore per vivere — lo dicono le statistiche presentate venerdì agli Stati Generali del fumetto — fintanto che non vengono miracolati da qualche premio com’è stato per Sattouf o, per citare una donna, Julie Maroh. L’autrice de Il blu è un colore caldo ha moltiplicato per dieci le sue vendite grazie al premio di Angoulême e all’adattamento cinematografico di Abdellatif Kechiche, La vita di Adele, ma quanti autori hanno questo successo?

Escludendo i pochi casi editoriali, stiamo parlando di un segmento di mercato complessivamente minoritario sebbene piuttosto visibile: tutti parlano di “romanzo grafico” ma questo pesa all’incirca un decimo della produzione fumettistica e molto meno in termini di vendite. Per quante ulteriori sovvenzioni e agevolazioni gli autori riusciranno a ottenere, per quanti anticipi potranno strappare con le unghie e coi denti, semplicemente non c’è modo di rendere attrattive queste carriere. Non va meglio agli editori indipendenti: uno di primo lavoro fa lo sceneggiatore per la TV, un altro lavora in un ristorante. Un’autrice su Libération parla di una “età dell’oro del fumetto femminile” e d’altra parte il suo ultimo libro, pur notevole, ha venduto in Francia seicento copie in tre anni. Lo stesso vale, naturalmente, per molti autori maschi. Di cosa stiamo parlando allora? Di un’illusione collettiva, di una bolla speculativa, di una grande scommessa che necessariamente ha più perdenti che vincitori. Quando il ministro della Cultura, in apertura del festival, proclama che “gli autori devono potere vivere del loro talento” non solo dice qualcosa che non corrisponde alla realtà, ma inoltre alimenta false speranze che esacerbano la concorrenza sul mercato del lavoro creativo. Insomma tutto quello che sta accadendo ad Angoulême potrebbe non essere altro che una tempesta in un bicchier d’acqua, un regolamento di conti in seno a una classe sociale allo stremo.

Io però sono qui per ascoltare e imparare, non per fare marxismo spicciolo. E le occasioni non mancano: il collettivo di femministe ha organizzato un blind test con tavole di uomini e donne al fine di dimostrare che non c’è modo di attribuire un genere allo stile. “Stronzate. Io potrei riconoscere senza problemi il disegno di una donna da quello di un uomo”. A cena con un importante fumettista della nuova generazione, raccolgo un parere mostruosamente politicamente scorretto — oltre che scorretto tout court visto che in molti casi (ho fatto il test) il genere è effettivamente irriconoscibile guardando una semplice tavola. Francesca, che ha pubblicato un Kamasutra illustrato per le sue edizioni Squame, ammette di avere trovato in quell’occasione un fil rouge per distinguere i disegni degli uomini da quelli di donne: “In questo libro gli uomini affrontano la rappresentazione del sesso in modo comico, o allora molto crudo. Le donne invece hanno scelto sempre un approccio, come dire, poetico”. Mi vengono in mente disegnatrici per nulla “poetiche” (l’americana Phoebe Gloeckner o la francese TanXXX) ma il mio epistemologo interiore, Karl, mi mormora che nessun modello della realtà è immune da eccezioni. Da parte sua il grande autore, un po’ brillo, aveva continuato a teorizzare: “Siamo onesti, nel disegno delle donne manca qualcosa. Perché il disegno, in fondo, non è altro che l’espressione di una frustrazione sessuale che soltanto il maschio conosce, fin dall’adolescenza.” E allora, non conoscono anche loro, sebbene forse in maniera diversa, la frustrazione sessuale? Con noi c’è anche un’autrice: lascia parlare l’autore con quella tipica indulgenza che hanno certe donne di fronte alle filippiche. Quando gli dico che sto scrivendo un reportage, lui sussulta: “Tutto quello che ti dico non devi scriverlo, non con il mio nome. Altrimenti sono morto, finito.”

Una gaffe sessista può rovinarti la carriera? Nel mio piccolo, ho avuto modo di sperimentare quanta suscettibilità c’è attorno alle questioni di genere, ma la verità è che sono ancora qui su Linus a scriverne. Non contento, insisto per fornire il mio punto di vista sulla questione anche se ho la sensazione che farei meglio a starmene zitto. Alcuni paradossi mi colpiscono: le donne del collettivo vogliono che si parli della questione femminile però quando provo a parlare proprio di quello la maggior parte si ritrae accusandomi di dare troppo peso al fatto che sono donne. “Chiederesti la stessa cosa a un uomo?” In verità ho fatto anche questo e lui, giovane ex-vincitore del premio di Angoulême, mi ha pazientemente risposto: “C’è qualcosa di maschile in quello che faccio, certo, perché sono un uomo. Ma siccome nei miei disegni e nelle mie storie mi ritrovo spesso a essere una donna, c’è anche tanto di femminile.” La verità è che dopo quattro giorni di festival, ragazzi e ragazze sono estenuate dal dibattito. Una giovane autrice, che ha appena pubblicato il suo primo reportage a fumetti proprio sul tema del sessismo nella cultura popolare, deplora: “Avrò visto dieci giornalisti e tutti mi hanno chiesto le stesse cose.”

E così alla fine ops, I did it again. Sono partito con le migliori intenzioni, ho imparato molto, ma ho sempre l’impressione di sbagliare qualcosa. Me ne farei anche una ragione se non fossi circondato da persone che sembrano ritenere illegittima l’espressione di pregiudizi che, tutto sommato, definiscono la mia identità di genere — il mio punto di vista, molto parziale, sul mondo. Prima di andarmene, assisto a una riunione a porte chiuse della più importante rete di librai di fumetto in Francia: su ottanta librai nella sala, conto soltanto quattro donne. Eppure quando l’editore si vanta di avere 30% di autrici donne nel proprio catalogo, ovvero sopra alla media del 12%, il pubblico si sente obbligato ad applaudire il progresso verso la parità. In un articolo su Prismo, Lucia Brandoli Bousquet ha denunciato la schiacchiante minoranza di donne tra chi contribuisce ai siti culturali italiani come se fosse il riflesso di uno sbarramento virile. La dirigente di una casa editrice mi confida: “Quello del fumetto è un ambiente molto maschile e non è raro sentirsi un po’ a disagio in mezzo a tanti uomini”. Tuttavia è vero anche il contrario, poiché in certe professioni e in certi segmenti dell’editoria le donne sono addirittura maggioritarie. Cosa significano tutti questi numeri, se non una fede piuttosto preoccupante nelle virtù taumaturgiche della statistica?

Una statistica è come il sedimento sul fondo di una tazza di tè: sebbene la sua forma possa ricordarci qualcosa, si tratta di un oracolo complesso da decifrare. Ogni disparità segue a cascata da innumerevoli fattori concreti, piccoli e grandi pregiudizi ma anche legittime scelte individuali che si ripercuotono in maniera imprevedibile, cozzano tra loro e per effetto di composizione producono conseguenze del tutto dissimili dalle loro cause. E se molte donne, semplicemente, se ne fregassero del fumetto, delle sterili polemiche in rete e di tutte le costose “avventure e imprese” che c’inventiamo noialtri per illuderci di essere importanti? In fondo i criteri per mezzo dei quali definiamo “successo”, “emancipazione” e dunque “parità” sono costruzioni sociali tanto quanto il genere. Da maschio, proprio non me la sento di propormi come modello da raggiungere.

Forse aveva ragione Herminie Hanin — inventrice della trappola per aerei, pittrice naif e lunatica con tendenze paranoiche,— a disdegnare le onorificenze e i premi descrivendoli come “sonaglietti fatti per divertire gli uomini, che per tutta la vita restano dei bambini”. Ad Angoulême il suo comportamento avrebbe spiccato per dignità. Sul treno del ritorno parlo di questa donna bizzarra a una giovane autrice di successo passata dal genere “girly” delle riviste di moda a romanzi grafici più impegnati. “Che bella storia! Potrei raccontarla in un fumetto”. E se davvero lo farà, allora forse avrò dato anch’io — malgrado tutto — un piccolo contributo alla causa.

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Mark Zuckerberg e l’eredità di Ibn Khaldun

L’idea geniale del filosofo maghrebino fu di applicare ai fenomeni sociali gli studi di Aristotele sulla generazione e corruzione delle forme di vita. Secondo Ibn Khaldun, ogni ciclo storico è composto da una fase di ascesa, caratterizzata dall’accumulazione di ricchezza e dai valori tradizionali, e da una fase di decadenza, caratterizzata dalla perversione dei costumi, da una tassazione sempre più elevata e dal lusso. La generazione ha in sé i semi della degenerazione, la degenerazione ha in sé i semi della successiva generazione. Il punto apicale dello sviluppo coincide con l’inizio della corruzione. In questa fase proliferano le scienze speculative e le arti, finanziate con il surplus accumulato nella fase precedente. Ibn Khaldun era insomma ben consapevole di essere, lui stesso in quanto intellettuale, contemporaneamente un prodotto del boom economico e un segnale della decadenza.

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La società multiculturale sopravviverà alle nozze gay?

Vivere assieme è complicato. Ci sono i ricchi e i poveri, i bianchi e i neri e i razzisti e i credenti e gli eterosessuali e gli omosessuali e tutti gli altri. Nel breve termine, forse anche nel medio, forse persino nel lungo, queste cose non cambieranno: bisogna davvero trovare un modo di vivere tutti assieme. E questo significa riuscire a darci delle regole comuni. Ma come si trova questo equilibrio, se ogni parte in causa rischia di subire come danno i diritti di un’altra parte in causa?

Penso alla sentenza della Corte Suprema USA in merito al matrimonio omosessuale e alle sue implicazioni politiche, anzi meta-politiche. Alcune osservazioni private di Roberto Buffagni, cattolico da combattimento, mi hanno fatto riflettere e pure un po’ spaventato. Per lui, che evidentemente ha il gusto di un certo vittimismo roboante, questa sentenza «è l’atto d’insediamento ufficiale di una nuova religione con la sua teologia civile, l’Editto di Milano di una nuova Cosa che imporrà a tutti i cittadini americani, e a tutti i livelli di governo USA, l’alternativa secca: sacrifica all’imperatore o accettane le conseguenze».

Cosa significa? Che oggi un cattolico come Buffagni non si sentirebbe pienamente cittadino di uno Stato che riconoscesse le nozze gay, proprio come un cattolico inglese del Seicento non poteva essere un suddito del monarca scismatico ed era perciò di fatto un potenziale cospiratore. Uno di questi cospiratori cattolici gode oggi di rinnovata fama: si chiama Guy Fawkes e provò a far saltare in aria il parlamento.

A molti pare del tutto banale, evidente, logico riconoscere un diritto che «nulla toglie» alle coppie eterosessuali, dando una forma giuridica a rapporti che di fatto già esistono. In un’ottica democratica, nessuna eccessiva timidezza deve ostacolare l’azione politica che si ritiene adeguata per garantire i diritti dei cittadini di orientamento omosessuale, laddove ne esistono le condizioni politiche — anche se questo significa imporre la volontà del governo federale a quattordici stati «ribelli». Tuttavia la feroce resistenza di una parte della popolazione dovrebbe spingerci a porci qualche domanda relativa alla convivenza tra gruppi sociali così apertamente in conflitto.

Queste domande non me le farei, è vero, se confidassi nella scomparsa progressiva dei valori tradizionali: in questo caso vedrei la sentenza della Corte Suprema come un salto, magari un po’ brusco, nel senso della Storia. Insomma subiremmo quelle due o tre scosse di assestamento e ci ritroveremmo tra cinquant’anni a riderne tutti assieme. Queste domande invece me le pongo perché credo che mentre oggi in Occidente si prendono misure dirette ad amministrare una società sempre più «aperta», è invece probabile che il peso delle minoranze conservatrici continuerà ad aumentare per effetto congiunto della demografia, dell’immigrazione e della recessione. Si andrà così a creare un tragico sfasamento tra l’ordinamento giuridico e la realtà sociale, che può anche prendere la forma di un conflitto tra dominanti (élites «progressiste») e sconfitti (immigrati e masse «arretrate»).

Cosa intendo dunque per implicazioni «meta-politiche»? È semplice: mi chiedo se per gli Stati democratici, e in questo caso per lo Stato federale americano, non rischi di porsi a un certo momento un problema di legittimità. Esistono, di fatto, fasce di popolazione — cristiani e musulmani principalmente — che considerano l’omosessualità come un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. O comunque un terribile pericolo per la società. Per Buffagni, per esempio, la sentenza segna addirittura l’atto di nascita di una «teologia civile incompatibile con il cristianesimo». Incompatibile, addirittura? Ad essere in gioco è il fragile equilibrio della società multiculturale.

Nella variante più razionale di questa avversione, non è il matrimonio in sé a preoccupare. I conservatori temono piuttosto di essere limitati nella loro libertà ed emarginati da ulteriori misure che potrebbero discendere logicamente dalla decisione della Corte. Potranno esprimere pubblicamente la loro concezione della famiglia? Potranno predicare il Vangelo anche quando contraddice esplicitamente i «valori non negoziabili» della modernità? Potranno rifiutare di mandare i loro figli in una scuola dove insegna un omosessuale? Che ne sarà, insomma, della loro libertà religiosa? D’altra parte, lasciare immutata la legislazione pur di non toccare la libertà religiosa di cristiani e musulmani avrebbe danneggiato i cittadini omosessuali e non sarebbe stata in alcun modo una soluzione.

Bisogna riconoscere ai conservatori che l’interdetto sull’omosessualità (o sulla contraccezione) aveva sicuramente un senso in altri tempi e in altri luoghi. E oggi? La classe media occidentale non ha le risorse economiche sufficienti per finanziare la crescita demografica che seguirebbe dal rispetto di una morale sessuale tradizionale: è quindi totalmente opportuno dotare questa classe delle forme giuridiche adeguate alla regolazione spontanea del suo surplus relativo di popolazione. Questo non incide in alcun modo sulla libertà, per coloro che lo vogliono, di continuare a godere dei vantaggi del matrimonio eterosessuale.

È dunque anche questa «doppia velocità», in fin dei conti, che spaventa i conservatori: da una parte la classe media impoverita che cessa di fare figli, dall’altra un nuovo e più fecondo proletariato alloctono. Spaventa la minaccia di un passaggio di testimone dall’Occidente all’Oriente, il «grand remplacement» sventolato dall’estrema destra francese. È una paura comprensibile, ma confonde la causa con il sintomo o forse il male con il rimedio. È una paura peraltro condivisa dagli stessi progressisti, che devono affrettarsi a modificare l’ordinamento e adattare le istituzioni fintanto che hanno i numeri.

Non è certo che questa mutazione culturale sarà del tutto indolore. Ad oggi, il gesto più eclatante contro «la perdita dei valori tradizionali» e «la massiccia invasione migratoria» da parte di un militante conservatore è stato il suicidio dello storico Dominique Venner davanti all’altare della cattedrale Notre-Dame di Parigi. Ma anche Anders Breivik si considerava «100% cristiano» e giustificò i suoi atti con argomenti omofobi e (soprattutto) xenofobi. I gesti di Venner e di Breivik resteranno casi isolati o il matrimonio gay sarà capace, come sembrano suggerire le prime reazioni, di catalizzare il disagio dei conservatori radicali?

È altamente improbabile che la sentenza della Corte Suprema scateni una nuova guerra civile negli Stati Uniti, malgrado qualche timida resistenza. Le reazioni scomposte del mondo conservatore sembrano essere ad oggi, per gran parte, un sofisticato bluff. Alle nozze gay si dovranno abituare come si sono abituati al divorzio e all’aborto. Eppure il malessere palpabile che i cristiani esprimono non può essere sottovalutato. È l’ennesimo segno di un’incrinatura sulla superficie del corpo politico delle democrazie occidentali. E inoltre annuncia le difficoltà che ci troveremo ad affrontare per assimilare e integrare i nuovi cittadini di cultura islamica, già oggi stigmatizzati quando non si sottomettono alle ordalie della modernità: bestemmia, apostasia, esibizione del corpo femminile, ecc.

La politica essendo tutt’altra cosa che la morale, arroccarsi sulla presunta evidenza di un diritto non serve a nulla. Nessun diritto esiste in natura e nessuno può pretendere di governare una società democratica in nome di valori più giusti degli altri. E questo vale per i conservatori come per i progressisti. Il problema è che una risoluzione salomonica di questo conflitto non era possibile: un perdente doveva esserci per forza.

Forse non c’era modo di essere più prudenti e questo non è un invito ad esserlo. È un invito a ripensare la convivenza civile in un contesto in cui sembra definitivamente caduta la finzione della legittimità come fondamento del potere politico. Quello che resta è la governance più o meno efficace di un permanente conflitto a bassa intensità tra gruppi inassimilabili. Vivere assieme è complicato — finché dura.





Disagioleaks

Dude magazine pubblica a puntate il primo capitolo — “La commedia del debito” — della Teoria della Classe Disagiata: qui le parti uno, due e tre. Si parla di “neoliberismo”, Keynes, Shakespeare e Goldoni. Se invece volete leggerla tutta e subito, così tra vent’anni ve ne potrete vantare, l’ebook si compra qui. Mi sto imborghesendo molto rapidamente quindi avete ancora pochissimo tempo per affezionarvi e poi proclamare che ero meglio prima. Esempi calzanti di questa inesorabile trasformazione sono un articolo che ho scritto per Studio, una conversazione su Ivan Illich con Leonardo Caffo pubblicata su Minima e Moralia e un’altra conversazione con gli artisti Enrico Piras e Alessandro Sau per presentare la loro mostra organizzata dal MAN di Nuoro.

Ho provato a rileggere Il giardino dei ciliegi sostituendo ogni occorrenza dell’espressione «giardino dei ciliegi» con «welfare»: funziona! L’ultimo dramma di Anton Čechov, datato 1904, sembra la prefigurazione di un summit dell’Eurogruppo nel 2015, con i proprietari rovinati nel ruolo che oggi spetta al ministro greco Yanis Varoufakis. Čechov voleva scrivere una farsa sulla crisi del suo tempo ma è da un secolo che viene messa in scena come una tragedia.

Occupy Checov. Leggere i classici al tempo della crisi — continua a leggere su Studio.

È possibile riformare la società industriale in senso illichiano? Ebbene, io non so se sia possibile, non so cioè se questo sistema produttivo potrebbe sopravvivere alla rimozione di certe fonti di spreco e di malessere (penso ad esempio alla competizione scolastica e posizionale) che ne alimentano il funzionamento: eppure direi che è necessario. Il “salto nel buio” dell’anarchia conviviale non fa per me, ma credo che Illich indichi sicuramente una direzione giusta: bisogna mettere in discussione la divisione del lavoro con i suoi effetti perversi, il capitalismo keynesiano con i suoi sprechi, il totalitarismo giuridico con le sue intrusioni nella vita civile e infine l’ideologia individualista, chiamiamola così, che ostacola la realizzazione di una società in grado di autoregolarsi.

La sorte di Ivan Illich: inventario dopo la catastrofe — continua a leggere su Minima e Moralia.

Io direi che il linguaggio dell’opposizione (al potere, al capitalismo…) è quello che ci hanno insegnato, e noi ci limitiamo a ripetere la lezione. Siamo cresciuti dentro: è una sorta di “religione civile”. Uno schema interpretativo che ritroviamo spesso persino nel cinema hollywoodiano e che ha molte origini. In parte è la sedimentazione della retorica antifascista, che ormai applichiamo a qualsiasi cosa: come noto, in ogni discussione a un certo punto arriva una “reductio ad Hitlerum“. Ma prima ancora è la retorica della Rivoluzione francese, con i suoi miti come la Nazione o la Volontà popolare, che negano la complessità della realtà sociale.
Quindi, naturalmente, “vende di più” chi meglio si conforma a questo linguaggio, a questa retorica, che naturalmente non ha come finalità di rovesciare lo status quo ma al contrario di tenerlo in piedi. Alla fine la società finirà per premiare chi riesce nel tour de force di maneggiare questa retorica con tanta destrezza da produrre un discorso massimamente radicale con degli effetti massimamente inoffensivi.

Di rivoluzionari e pompieri. Quando gli artisti intervistano i filosofi — continua a leggere su Art Tribune.





La società industriale e il suo destino…

… Ovvero due articoli che ho scritto per Internazionale e Prismo (curiosamente c’entra sempre Guy Debord, curiosamente si parla sempre di strani loop tra rimedi e soluzioni).

Le scritte, bisogna leggere le scritte. Così mi ha detto Leonardo Bianchi, che il primo maggio era a Milano e che sugli scontri ha scritto un reportage per VICE. Bisogna leggere le scritte sui muri per capire chi sono questi ragazzi in felpa nera, cosa pensano, cosa vogliono. Bisogna leggere le scritte per interpretare delle pratiche di guerriglia urbana che, malgrado le evidenti analogie e continuità, in qualche modo segnano una rottura rispetto alla vecchia tradizione della sinistra extra-parlamentare. E allora ho letto le scritte. Ho cercato di trattarle come indizi, anzi come tracce di un’ideologia nuova della quale una parte degli antagonisti non è nemmeno consapevole. Espressioni enigmatiche come “AUTONOMIA DIFFUSA MONDIALE”, “WE ARE GOD”, “LIBERI E SELVAGGI”, e poi una che mi ha colpito in particolare, “PLAY THE CITY”. Le ho lette, le ho analizzate, le ho googlate, e quello che ho scoperto mi ha fatto esplodere il cervello…

Play the Riot ! “Dark tourism” e “gamification” dello spazio urbano — continua a leggere su Prismo.

Questa volta Tony Stark l’ha fatta grossa. L’idea di partenza sembrava anche buona: costruire un sistema informatizzato, Ultron, per proteggere la terra dalle consuete minacce che popolano l’universo Marvel — razze extraterrestri, divinità impazzite, divoratori di mondi. E poi è successa la catastrofe: il sistema ha iniziato a evolvere, è diventato autocosciente e adesso non vuole più obbedire al suo creatore. E dire che bastava aver visto Terminator o Matrix per farsi venire il sospetto che progettare un’intelligenza artificiale capace d’imparare a ritmo esponenziale non fosse proprio l’idea del secolo. Presto o tardi la macchina arriva alla conclusione necessaria che l’unico modo di salvare il pianeta sia sottomettere la razza umana. Come darle torto? Ci vorranno oltre due ore di parapiglia e un’intera squadra di supereroi — i potenti Vendicatori — per confutare definitivamente il suo argomento…

Avengers 2 o la società del rischio tecnologico — continua a leggere su Internazionale.





Riassunto delle puntate precedenti

Se c’è ancora qualcuno che legge i blog, e in particolare questo blog, segnalo un po’ di miei articoli che sono usciti ultimamente:

Le prefazioni di tre fumettini di Lewis Trondheim pubblicati da ProGlo, riprese su Fumettologica:
-  Imbroglio
- Le avventure della fine dell’episodio
- La nuova pornografia

Due riflessioni sul rapporto tra complessità estetica e condizioni materiali di produzione:
- “L’eredità di William Hogarth o il prezzo della complessità” su Fumettologica
- “Minecraft è l’ultima vera avanguardia?” su Internazionale

Roba di famiglia:
Mio nonno ha inventato il romanzo grafico” (davvero!) su Fumettologica

Uno svergognato riciclaggio occasionato dalle azioni iconoclaste in Iraq:
Magnifici bersagli. Sul destino dell’opera d’arte nel tempo della guerra totale” su Le parole e le cose

E infine una specie di trilogia sulla nuova destra :
- “Che cos’abbiamo fatto per meritarci Diego Fusaro?” su Minima e Moralia
- “Un Gramsci per tutte le stagioni” (sempre Fusaro) su LeftWing
- “Farro per fermare il declino. I vestiti nuovi di CasaPound” su Converso

Ne approfitto per rimandarvi alla pagina facebook, dove accadono sempre belle cose.

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Sarete assimilati? Due riflessioni sulla sovranità dello Stato e l’amministrazione delle periferie

I

Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della banlieue. Catastrofe finale dell’entropia migratoria, paradigma dello “stato di eccezione” o rompicapo amministrativo, scenario post-atomico senza la deflagrazione d’alcuna bomba, la periferia francese è diventata un luogo cruciale del nostro immaginario politico. Mito ma anche concetto, paura irrazionale e profezia ragionevole. Il disaccordo sulle cause — tsunami demografico, delirio urbanistico, ideologia comunitarista, capitalismo selvaggio, ecc. — non serve a nascondere che qualcosa di terribile sta accadendo nella polis occidentale. Il ministro leghista che evoca per l’Italia un “rischio banlieue” non dice nulla di scandaloso e peraltro ripete ciò che disse il leader del centro-sinistra cinque anni fa: “Noi abbiamo le peggiori periferie in Europa. Non credo che le cose siano molto diverse rispetto a Parigi. È solo questione di tempo.” Bene, anzi male, ma tempo per cosa?

Il “rischio banlieue” non evoca semplicemente in un generale disfacimento della periferia — aumento della criminalità, deterioramento delle condizioni economiche, accentuazione dei conflitti comunitari: che sarebbero un rischio soltanto per chi vive — ma un fenomeno politico cruciale, ovvero la costituzione di spazi autonomi dalla giurisdizione statale. Ovviamente, chi evoca un “rischio banlieue” in Italia sottace il fatto che questo rischio è già effettivamente realizzato in alcune parti del paese, e capita dunque che in Francia, per profetizzare il destino catastrofico delle banlieues, si parli di… “rischio Gomorra“. Il mito ha luogo sempre altrove. E i napoletani Cosang sfottono: “la Francia si atteggia ma lì non esiste sistema”.

Nella banlieue proprio come in certi spazi governati dalle cosiddette mafie, le istituzioni e i rappresentanti dello Stato sono considerati illegittimi e rinunciano all’esercizio della sovranità. In effetti si potrebbe dire che, in base a un calcolo puramente economico, la banlieue è lo spazio in cui la rinuncia alla sovranità rende di più di quanto costa. Ma se la banlieue è consustanziale al benessere a basso costo che partecipa a produrre (e questo Saviano lo ha scritto benissimo), la sua “extra-territorialità” rappresenta anche una minaccia. Salendo i gradini di una “scala della delinquenza” fino all’aperta sedizione, la banlieue rischia di costituirsi come soggetto politico ostile. Per amministrare questo rischio, lo Stato interviene puntualmente esercitando una pseudo-sovranità di tipo coloniale e ricorrendo a una forza pressoché militare.

Rispetto alla situazione italiana — radicata nella guerra di unificazione — quella francese stupisce per la sua rapida maturazione, e attira ovviamente la nostra attenzione come fallimentare (o doloso) modello d’integrazione dei flussi migratori. Alla banlieue accade ciò che avrebbe dovuto accadere al proletariato secondo Karl Marx: acquisendo l’autocoscienza, un insieme di individui si costituisce come soggetto politico. Marx aveva torto, perché una classe — proprio come un pezzo di legno — non può raggiungere l’autocoscienza in mancanza di un sostrato. Le recenti vicende francesi suggeriscono però che le segmentazioni etniche, religiose e linguistiche — se pure non determinano naturalmente l’aggregazione — svolgono bene la funzione di sostrato alla soggettivazione politica, dando un contenuto alla fantomatica “coscienza di classe”. E così, tra gli osanna dei cosiddetti islamo-gauchistes è avvenuta una etnicizzazione della lotta di classe. Gli orfani del socialismo si consolano con il nazional-socialismo, gli orfani del comunismo con il comunitarismo.

Non c’è in questo mito alcuna posizione da prendere, perché ci è già data: l’entità nemica che ci minaccia l’abbiamo costruita per nostra necessità, e ne godremo finché non saremo annientati. Nessuno d’altronde ha bisogno d’una soluzione, fintanto che la banlieue continuerà a rendere più di quanto costa. E quando i costi avranno definitivamente superato il benefici, sarà ovviamente troppo tardi per tornare indietro.

II

A quale titolo chiedete l’emancipazione? In considerazione della vostra religione? Ma essa è nemica mortale della religione dello Stato.*

Tra le numerose razze extraterrestri che minacciano la Federazione dei Pianeti Uniti, il motto più suggestivo appartiene senza dubbio ai Borg: “Voi sarete assimilati, la resistenza è inutile”. Essere assimilati dai Borg — cioè diventare simili ai Borg — è terrificante perché significa rinunciare alla propria identità ; tanto vale essere completamente annichiliti. E tuttavia non sarebbe più pacifico un’universo di soli Borg — una pacifica borghesia? Ecco la questione. Das ist hier die Frage.

Der Judenfrage, per esempio. Quando verso la metà dell’Ottocento gli ebrei cominciano a uscire dai ghetti, gli si chiede innanzitutto di assimilarsi — ovvero di rinunciare a ciò che li rende ebrei per accomodarsi alla società in cui vivono. Bruno Bauer, che leggiamo attraverso Karl Marx, pone la condizione: che l’uomo rinunci alla religione per essere emancipato civilmente. La resistenza è inutile. Voi sarete assimilati. O annichiliti.

La questione ebraica di Bauer e Marx è simile ad altre questioni, dalla questione nativo-americana alla questione islamica che tormenta le periferie occidentali. Ovviamente oggi non si parla più di assimilazione, perché nessuno ci tiene a passare per un Borg, ma piuttosto d’un “Islam moderato” che conservi, delle proprie caratteristiche, solo quelle solubili nella società democratica. Magari con l’aiuto di qualche sanzione amministrativa. Sfortunatamente la Storia non è in pendenza, e invece di rotolare tutti docilmente verso l’assimilazione, qualcuno  – cui la pace Borg non conviene — prende la strada opposta della dissimilazione.

Curve di solubilità per sistemi a solubilità diretta e inversa,
dalle quali si deduce che la temperatura della Storia non è costante.

Se lo Stato è naturalmente assimilazionista, la pratica dissimilazionista serve bene a ogni tentativo di sottrarsi alla giursidizione statale e dare forma a entità politiche autonome. Per questo la banlieue — come luogo da assimilare e luogo che si sottrae all’assimilazione — é la figura centrale per comprendere negativamente la posta in gioco del politico. Lo Stato moderno sorge da un duplice processo di centralizzazione e assimilazione, artificiosamente incarnato nella forma mitica della Nazione. I nazionalismi necessariamente perseguono l’assimilazione (più o meno forzata) delle minoranze etniche, linguistiche e religiose: in Francia, in Italia, in Turchia, in Egitto, in Cina, eccetera.

L’assimilazione consiste in una sola cosa, ovvero che tutti s’impegnino a rispettare la stessa Legge, poiché lo Stato moderno consiste nell’esercizio uniforme di una sola Legge. Ma questo è tutt’altro che semplice o banale, perché noi siamo la Legge che ci siamo impegnati a rispettare. Come possiamo allora rinunciare a ciò che siamo? In questo contesto prendono piede le forze centrifughe della dissimilazione, la resistenza inutile delle periferie, dei clan e delle chiese. Di questo, anche di questo, sempre di questo, ci parla il Leviatano di Thomas Hobbes. Perché gli uomini non piombino nella guerra civile, un solo potere deve regnare, una sola Legge, una sola violenza, un solo Dio in terra.

Lo Stato è una divinità gelosa, che non disdegna il fumo degli olocausti. Ma se non fosse altro che un idolo osceno? Ebrei e cristiani lo pensavano dell’imperatore romano. I cattolici inglesi della Regina, i cattolici francesi della Rivoluzione. Oggi, musulmani radicali contestano che la sovranità possa appartenere ad altri che Allah: quando le folle adorano come un idolo la Nazione, argomentava Sayyid Qutb, regna l’Iniquità. Questo monoteismo militante non è una superstizione irrazionale, bensì un ragionevolissimo strumento di lotta politica, sviluppatosi a partire dagli anni Trenta in Egitto, in Pakistan, in Iran. Ragionevolissima è la strategia della dissimilazione, là dove si vogliono conservare o instaurare leggi e poteri locali, piccoli feudi, riserve e fortezze. Ragionevolissima é allora la risposta degli stati, ragionevolissimi i genocidi culturali, ragionevolissima l’islamofobia mascherata da laicità. Ecco tutti gli ingredienti per una tragedia.

Contrariamente a ciò che si pensava, l’assimilazione non è un destino necessario. In effetti, se i Borg ripetono da trent’anni che la resistenza è inutile, è anche vero che continuano ad essere sconfitti.





Persuasori occulti: due riflessioni su terrorismo e marketing

25 luglio 2011*

Poiché di Anders Behring Breivik si dice che sia cristiano, cattolico, protestante, massone, liberale, fallaciano, leghista, neo-templare, contadino, videogamer o metallaro, è comprensibile che cristiani, cattolici, protestanti, massoni, liberali, fallaciani, leghisti, neo-templari, contadini, videogamers e metallari facciano di tutto per prendere le distanze dal suo gesto, condannandolo fermamente e accusandosi reciprocamente di averlo ispirato. Considerando tuttavia che Breivik ha definito le stragi compiute come “the actual marketing operation” necessaria per la distribuzione del suo libro (2083, p. 16), dovrei qui, a nome di tutti gli operatori del marketing editoriale, io stesso condannare fermamente la sua condotta — prima che qualcuno non arrivi ad accusare il marketing di essere una barbara “cultura della morte”.

E però questa ipotesi non é più campata in aria delle altre. Breivik dedica un intero capitolo (3.60) all’importanza del marketing, disciplina da lui studiata all’università, direttamente praticata ed evocata nel suo curriculum tra le competenze-chiave (p. 1400). Il termine appare decine di volte nelle 1500 pagine del memoriale, ed è plausibile che il presunto “fondamentalista cristiano” abbia maggiore familiarità con le cinque forze di Porter piuttosto che con le tre virtù teologali. Molto pragmatico, Breivik afferma: “A Justiciar Knight is not only a valorous resistance fighter, a one man army ; he is a one man marketing agency as well.” (p. 1069) E poi via di consigli pratici sul modo corretto di comunicare, tra i quali spicca l’invito — che né Yukio Mishima né Patrick Bateman avrebbero disdegnato – a farsi le lampade per apparire più seducente. Insomma Andreas Breivik dice, con molto meno stile, quello che già dicevano i ray ban di Andreas Baader.

Ma il cuore dell’operazione di lancio del libro, per quanto possa sembrare mostruoso, è proprio la doppia strage: “The actual military operation is also a sub-task as well as it is a marketing method for the distribution of this compendium among other things” (p. 1410). Il biondo giustiziere è consapevole della “geometrica potenza” del cosiddetto guerriglia marketing — e lo prende alla lettera. Una serie di attentati aveva già fatto la fortuna editoriale di Ted “Unabomber” Kaczynski, le cui oeuvres complètes si trovano oggi facilmente sugli scaffali delle librerie (e di cui Breivik ha copiato alcuni passi). L’emulo norvegese ha prodotto la teoria e perfezionato la pratica, osando accostare esplicitamente la lotta armata al linguaggio del business. Il suo approccio radicale alla promozione editoriale fa di lui un classico “collega che sbaglia”, un “fondamentalista del marketing” che farebbe qualsiasi cosa per un po’ di buzz. In fondo esistono già forme di marketing non convenzionale che lambiscono la legalità, minacciano la società, invocano la morte: dal mural advertising (praticato da agenzie che garantiscono di prendersi carico degli eventuali costi e rischi legali) alle pressioni e connivenze che permettono di trasformare una ragazza timida in un perfetto prodotto rock – suicidio-a-27-anni-precisi compreso nel prezzo.

Ora ci resta solo da osservare e misurare le conseguenze del lancio di 2083 sperando che — malgrado la crisi, la decrescita editoriale, la legge contro gli sconti sui libri, il costo della carta, le irregolarità al premio Strega e milioni di romanzi nascosti nei cassetti di tutto il mondo — altri aspiranti scrittori non seguano l’esempio del cavaliere oscuro.

14 dicembre 2011*

Il tempo forse ci dirà se il militante neo-fascista Gianluca Casseri può effettivamente essere definito, come molti hanno fatto, un emulo del norvegese Anders Behring Breivik. Poiché di Casseri si dice che sia stato un intellettuale, io aspetto fiducioso che spunti qualche manifesto neoceltico che spieghi il suo gesto. Potremo a quel punto, magari, fare un nesso tra Oslo e Firenze. Come ho rilevato pochi giorni dopo gli attentati di luglio, Anders Behring Breivik considerava il suo massacro come una gigantesca operazione di marketing al fine di promuovere il libro-manifesto 2083 – A European Declaration of Independence. Cinque mesi più tardi, é giunto il momento di valutare il suo gesto sub specie artis mercatoriae, e al netto del giudizio politico e morale chiedersi: l’operazione ha funzionato? E con “funzionato” s’intende: sacrificando sessantanove innocenti, l’aspirante templare ha efficacemente promosso il suo libro e le sue idee? Se il calcolo crudele si fosse rivelato esatto, avremmo ragione d’inquietarci.

Innanzitutto bisogna misurare l’impatto immediato dell’evento. Pochi giorni prima dell’attentato, negli USA esce il film Cowboy and Aliens, un blockbuster piuttosto demenziale con Harrison Ford e Daniel Craig. Ma le tendenze di ricerca su Google parlano chiaro: malgrado il budget di 30 milioni di dollari speso per promuovere il film, il livello massimo di esposizione di cui ha goduto Breivik è quasi doppio. Per fare un altro esempio, possiamo citare l’effetto del premio Nobel attribuito allo sconosciuto poeta svedese Tomas Tranströmer, un picco otto volte più basso ; e dire che in libreria un Nobel si misura in decine di migliaia di copie. Non c’è dubbio insomma che le stragi di Oslo abbiano garantito una certa visibilità al loro artefice, e tuttavia era possibile ottenere risultati migliori senza spargere il sangue di sessantanove innocenti né sborsare un soldo: è il caso di Belen Rodriguez, che con i suoi innocenti sessantanove vince l’Internet del mese di ottobre — lanciando inoltre un meraviglioso messaggio d’amore e di pace a tutti i terroristi del mondo.

Ma ottenere l’attenzione non è tutto. E qui bisogna stare attenti a come scende e dove si assesta la curva subito dopo l’evento: lasciando da parte filmoni e filmini poiché non c’entrano granché, è interessante notare come Breivik continui, anche sul lungo termine, ad essere comunque più ricercato del povero Tranströmer… O del pop-filosofo Slavoj Zizek. In generale la curva di ricerche sul terrorista norvegese striscia poco sotto alcuni tra gli intellettuali più celebri e influenti del mondo, come Paul Krugman o Noam Chomsky. Il libro di Breivik, 2083, produce nel mese di ottobre un volume di ricerche 52 volte inferiore alla serie di best-seller Hunger Games, di cui negli USA sono già state vendute 3 milioni di copie: conservando il rapporto, e immaginando un editore abbastanza pazzo da pubblicare Breivik, questi venderebbe circa 60 000 copie. Pura teoria, ovviamente, ma comunque interessante per dare un’idea degli ordini di grandezza. Intanto il pdf del libro si trova facilmente su tutti i siti di download illegale.

C’è da dire infine che a Breivik interessava soprattutto che la gente si convincesse della validità delle sue idee. Ebbene, è ovvio che una parte considerevole di coloro che hanno scaricato e scorso il suo libro — per curiosità, fascinazione, moda — lo ha fatto nel pieno dissenso da queste idee. E tuttavia lo ha fatto, come ho fatto io per scrivere il mio post.

La morale della storia non è rassicurante.





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