la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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Il dilemma del vitellone

Periodicamente un politico incauto lancia una sparata sui giovani fannulloni, così scatenando il subbuglio di mille code di paglia — «Ho sette lauree, vacci tu a raccogliere i pomodori!» – accompagnato da dotte considerazioni keynesiane sulla natura sempre involontaria della disoccupazione. Ma come si concilia, al di là di ogni giudizio morale, la teoria della disoccupazione involontaria con la realtà di un mercato che nondimeno richiede un certo tipo di manodopera e la soddisfa dislocando milioni di lavoratori da una parte del mondo all’altra? Cosa determina le nostre traiettorie formative e professionali, talvolta demenziali, se non delle scelte deliberate e delle preferenze soggettive?

La tanto vituperata teoria neoclassica della disoccupazione volontaria ha il vantaggio di porre la questione del lavoro in termini di razionalità individuale e può essere utile per capire cosa accade alla classe media occidentale, e italiana in generale. In effetti per chi dispone delle risorse sufficienti è razionale prolungare gli studi universitari, perfezionare un proprio talento o accumulare relazioni, persino andare in tivù da Andrea Diprè, piuttosto che andare a raccogliere pomodori: in questo modo aumenteranno le probabilità di ottenere il successo nel proprio campo, anche se dopo cinque o dieci anni vissuti come I vitelloni di Fellini. Un esempio di questo tipo di strategia è Richard Katz nel romanzo Libertà (2010) di Jonathan Franzen: cantante in uno sconosciuto gruppo rock fino all’alba dei quarant’anni, barcamenandosi tra vari proverbiali «lavoretti», d’un tratto diventa famoso e passa istantaneamente da sfigato a idolo delle folle. Questo tipo di percorso professionale imprevedibile, caratteristico dei mestieri qualificati e delle attività creative, è analizzato bene da Nassim Nicholas Taleb nel suo Cigno Nero (2007).

Un problema sorge tuttavia quando tutti gli agenti ricorrono a questa strategia e si configura un vero e proprio dilemma del vitellone, una «situazione lose-lose» prodotta dal gioco autodistruttivo delle razionalità individuali. Poiché tutti fanno i proverbiali sacrifici per rendersi appetibili sul mercato del lavoro, sono necessari sacrifici sempre più ingenti: si ritarda l’entrata nella vita attiva, si pagano costose formazioni, si lavora gratis o quasi. In un saggio recente sul mondo del lavoro, per definire questo meccanismo si parlava ancora di «efficienza dell’incertezza» diretta a «regolare le fasi iniziali delle carriere professionali dei knowledge workers destinate a sfociare in lavoro dipendente a tempo indeterminato»: beato ottimismo. In verità l’esito sub-ottimale di questa competizione fratricida è il Declassamento Mutuo Assicurato, versione 2.0 della più celebre Mutual Assured Destruction (MAD) che minacciava il mondo durante la guerra fredda. Una corsa all’armamento formativo che non scatenerà nessuna apocalisse atomica, ma che prosciuga i patrimoni e abbassa il costo del lavoro. Naturalmente i primi a soccombere sono coloro che dispongono di meno risorse, ai quali si è lasciato credere — come ad Alberto Sordi ne Lo scopone scientifico (1972) di Luigi Comencini — che fosse possibile vincere al gioco contando soltanto sul talento e la determinazione.

Ma come siamo finiti in questo pasticcio? Se le cose hanno smesso di funzionare, quando è accaduto? La maggior parte delle analisi attribuisce alla famigerata «crisi» l’origine dell’anomalia, se non addirittura a una «precisa scelta politica». Invece sarebbe opportuno rovesciare l’analisi e chiedersi se il difetto di domanda (non c’è lavoro qualificato) non sia piuttosto un eccesso di offerta (siamo troppi e troppo qualificati). La crisi sarebbe dunque l’effetto di un allargamento sovrabbondante della classe media per effetto di fattori politici, economici e demografici — un allargamento che sembrava cosa buona e giusta in quanto faceva girare i consumi, ma di cui nessuno voleva interrogare il limite. Come mostrava in maniera limpida Thomas Mann nei Buddenbrook (1901), la borghesia racchiude in sé i germi del proprio esaurimento. Da questo punto di vista, vagamente schumpeteriano, il meccanismo di declassamento svolge una funzione di regolazione che restituisce la classe a una dimensione sostenibile. La classe media occidentale deve fallire per sopravvivere. Ma come appunto segnalava Joseph Schumpeter, le crisi periodiche possono avere conseguenze imprevedibili…

L’economista austriaco ha avuto modo di verificare empiricamente gli effetti della sua teoria, assistendo all’ascesa del nazionalsocialismo: conseguenza politica di una crisi economica. Inoltre Schumpeter fu esponente di quella diaspora germanica verso l’America che possiamo, a questo punto, considerare come un caso esemplare di sovrabbondanza dell’offerta di forza-lavoro cognitiva. Non fu la persecuzione nazista a cacciare gli intellettuali dall’Europa, ma la crisi: bisogna contarli, metterli in fila uno per uno questi scienziati, artisti e pensatori per rendersi conto che non sarebbe mai stato possibile per tutti quanti «trovare lavoro» in quello spazio tanto piccolo. Erano troppi, ecco tutto. Ed erano essi stessi il segno vivente della crisi, i Christian Buddenbrook per mezzo dei quali la borghesia germanica aveva dissipato il capitale accumulato per generazioni.

Schumpeter distingueva tra crisi normali e crisi patologiche. Sfortunatamente le crisi normali esistono soltanto in teoria, mentre le crisi reali hanno sempre degli aspetti patologici. È patologico, ad esempio, scartare tutte le soluzioni cooperative che permetterebbero di minimizzare il danno e garantirebbero la massima efficienza allocativa delle risorse. È disastroso partecipare a una sfida persa in partenza. Di fronte alla minaccia del declassamento, gli individui iniziano ad assumere comportamenti irrazionali, influenzati da riflessi di classe tenacissimi che rendono ancora più dolorosa la rovina. Così, ad esempio, nelle commedie di Goldoni la borghesia decaduta consuma interamente il proprio patrimonio, ed eventualmente s’indebita, perché incapace di fare altro. Oggi i figli della borghesia, convinti di essere «di sinistra», scendono in strada per rivendicare finanziamenti a musei e orchestre. Nel film Il boom di De Sica (1963) ritroviamo Alberto Sordi che mette in vendita un occhio, letteralmente, per salvare il proprio stile di vita. Ancora più assurdo, un giovane dottorando si sarebbe tolto la vita qualche anno fa perché costretto a mantenersi facendo il bagnino invece che il filosofo. Come raccontava Thomas Malthus nel Saggio sui principi della popolazione: «I contadini del Sud dell’Inghilterra sono così abituati al loro raffinato pane di frumento che si lascerebbero quasi morire di fame piuttosto di vivere come i braccianti scozzesi».

In generale nel modello malthusiano c’è poco spazio per le considerazioni sul sapore del pane: l’incremento demografico è legato principalmente alla produzione agricola e alla soddisfazione dei bisogni primari. Eppure Malthus, nella sua lista dei «freni preventivi» alla crescita della popolazione, menzionava le seguenti domande che un uomo potrebbe porsi prima di fondare una famiglia:

Non corre il rischio di perdere il proprio rango, ed essere costretto a rinunciare alle abitudini che gli sono care? Quale occupazione o mestiere sarà alla sua portata? Non dovrà imporsi un lavoro più gravoso di quello confacente alla sua attuale condizione? E se fosse impossibile garantire ai suoi figli i vantaggi dell’educazione di cui egli ha potuto godere?

Sono considerazioni familiari per la nostra classe media, la quale effettivamente si lascerebbe quasi morire di fame — e all’occasione si ammazza sul serio — piuttosto di finire a vivere come i braccianti negri. Le nostre strategie demografiche non sono allineate alle condizioni di sussistenza (ovvero i bisogni primari) ma alle condizioni di permanenza entro la classe d’origine (ovvero i bisogni secondari). Ed è perciò che, malthusianamente, ci estinguiamo. Non senza aver prima tentato di trascinare tutta la società nel nostro tracollo.

Questa è la tragedia di una classe ricca ma non ricca abbastanza. Come ancora notava Malthus: «Discendere uno o due gradini, a quel punto ove la distinzione finisce e la rozzezza comincia, è un male ben reale agli occhi di coloro che lo provano o che ne sono semplicemente minacciati».

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Doppelgänger

« Gli specchi e la copula sono abominevoli,
poiché moltiplicano il numero degli uomini. »

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Johnny Cash, autore di Hurt

A partire dagli anni Novanta Johnny Cash, veterano della musica country, ebbe l’idea piuttosto originale di dedicarsi alla rilettura di pezzi rock contemporanei — dai Depeche Mode ai Soundgarden, da Nick Cave agli U2 — con risultati ottimi. Ma il suo capolavoro è probabilmente la cover di Hurt dei Nine Inch Nails incisa nel 2002. Proprio come Pierre Ménard con Cervantes, l’ambizione mirabile di Cash era di produrre dei versi che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelli di Trent Reznor, eppure che avesso un significato differente. Ma perché proprio Hurt? Il raffronto tra il testo di Reznor e quello di Cash è senz’altro rivelatore. Il primo, per esempio, canta:

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real
The needle tears a hole
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

Non ci sono dubbi su quello che contiene quella siringa. Scritto da un cantante ventinovenne nel 1994 il testo descrive l’esperienza autodistruttiva dell’eroina. Questo dolore è «familiare» perché chi canta è oramai assuefatto alla droga; eppure questo dolore non basta a scacciare via i ricordi traumatici legati alla tossicodipendenza. Johnny Cash, per contro, canta:

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real
The needle tears a hole
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

Il dolore come unica esperienza della realtà: l’idea è spaventosa. Questa volta si tratta del lamento di un vecchio che ha perso la padronanza del proprio corpo e dei propri sensi, abituato alle siringhe di medicinali che gli vengono inflitte quotidianamente. Ma nonostante il decadimento fisico, nonostante quello che possono pensare gli altri vedendo la sua salma incartapecorita, Cash rimane lucido. E malgrado l’età conserva la memoria di tutto il suo passato. La mente e il corpo si trovano irrimediabilmente scissi.


Altrettanto vivido il contrasto degli stili. L’estetismo nichilista di Reznor — che altrove si autodefiniva Mr. Self-Destruct — ci appare oggi adolescenziale, dopo tutto, e non senza qualche affettazione. Non così lo stile di Cash, che descrive in maniera commovente l’esperienza della vecchiaia. La riscrittura opera tutta sull’analogia tra gli effetti della droga e quelli dell’età. Potrebbe sembrare comico: il massimo del nichilismo adolescenziale finisce per coincidere alla perfezione con la condizione di un anziano. Il risultato, stupefacente, è al contrario di rendere grunge la vecchiaia. A titolo di esempio, vediamo come Reznor descrive le conseguenze della tossicodipendenza sul proprio tessuto sociale:

What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end

L’eroina lo ha reso una persona peggiore, irriconoscibile. Ma soprattutto, ha decimato tutte le persone che conosceva, una dopo l’altra. Il destino del vecchio Cash non è dissimile:

What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end

È la vecchiaia ad averlo trasformato, reso diverso anche se non peggiore in questo caso, ed è la vecchiaia che si è portata via gli amici. Tutto è accaduto molto più lentamente, eppure è accaduto: e il risultato è esattamente lo stesso. A settant’anni suonati, Johnny Cash è una rockstar. La badante è la sua groupie. E se il rock, con tutta la sua retorica del «better burn out than fade away», non fosse altro che un espediente per simulare la vecchiaia, anticiparla, concentrarla in un solo attimo? Mettiamola in termini un po’ più pomposi: la vecchiaia è la giovinezza giunta al suo massimo grado di accumulazione.


Nel ritornello, Reznor fa un bilancio della sua esperienza con la droga. Nella canzone di Cash, gli stessi due versi diventano una riflessione nientemeno che sul senso della vita:

And you could have it all
My empire of dirt

Gli anni si sono accumulati, e i successi, e gli allori: ma tutto quello che resta è un impero di polvere. Johnny Cash barocco, là dove Trent Reznor restava circoscritto nell’autocompiacimento dell’estetica «loser» che in quel 1994 aveva trovato un vate più scanzonato in Beck (“I’m a loser baby, so why don’t you kill me?”). Quello di Reznor è naturalmente un impero di scarti e calcinacci, elementi della sua musica industrial per le masse. And you could have it all, my empire of dirt. Ma se anche Johnny Cash, uno dei più grandi cantanti americani del Novecento americano, considera la propria vita un cumulo di spazzatura, allora dov’è il senso? Cash pensa già alla morte, ci pensa sinceramente e non per vezzo come Reznor che vent’anni dopo aver scritto Hurt è ancora vivo:

I will let you down
I will make you hurt

Morire significa fare soffrire le persone che ci amano. E per quanto si è potuto fare nella vita, l’unica cosa di cui siamo incapaci è evitare loro questa sofferenza. Comunque vada, li deluderemo. Non per debolezza, come per Reznor, ma per ineluttabile destino: «Le temps s’en va, le temps s’en va ma Dame»… E allora cosa conta tutto il resto? Questo ci dice Johnny Cash, in una delle sue ultime canzoni, con le parole di Trent Reznor. Questo ci dice Johnny Cash, autore di Hurt.





Hurt





La radice del male

In questa campagna elettorale specialmente caratterizzata dalla vaghezza dell’offerta politica, sia Beppe Grillo che Silvio Berlusconi hanno flirtato con i temi del sovranità economica e monetaria. A un primo livello, più superficiale, ammiccando ai sostenitori dell’uscita dall’euro; a un secondo livello, meno evidente, suggerendo la possibilità di rivedere l’attuale posizionamento geopolitico dell’Italia; e a un terzo livello, quasi occulto, dando l’impressione di dare credito alla stravagante teoria del signoraggio bancarioâ„¢. Flirtare, ammiccare, suggerire, dare l’impressione: tutto sta nel formulare enunciati che siano interpretati in maniera diversa secondo l’interlocutore, impiegando metafore che alcuni leggeranno sub  figura e altri in veritate. Perché i cospirazionisti fanno comodo fino a un certo punto, però a dargli troppa corda si rischia anche di perdere credibilità. Ancora una volta tutto è nella vaghezza. Mentre andava in onda una campagna elettorale ufficiale si stava svolgendo un’altra campagna elettorale, non-detta ma perennemente evocata, a base di allucinazioni e semplificazioni.

Prendiamo appunto il signoraggio: una truffa di cui siamo vittima da millenni, anzi no da secoli, o magari solo dal 1971, truffa per cui ci troviamo tra le mani delle banconote da dieci, venti o cinquanta euro che però valgono solo pochi centesimi, perché se ci pensate sono solo pezzi di carta, e così i banchieri ci fregano la differenza tra valore nominale e costo di produzione! C’è da dire che l’argomentazione fa acqua, come spiega bene Thomas Morton. Persino Paolo Attivissimo, dal pulpito di uno che confuta ufologi e apparizioni mariane, rifiuta di occuparsi di signoraggio col pretesto che é una scemenza. Questo non ha impedito alla teoria di diffondersi, entro e fuori Internet, grazie anche agli improbabili spot di Alfonso Luigi Marra — alla cui diffusione abbiamo contribuito tutti noi, forse lasciandoci un po’ scappare la burla di mano.

Il successo (crescente) della teoria del complotto sul signoraggio non insegna forse nulla di sensato sull’economia monetaria, ma racconta molto della nostra società. Quella del movimento anti-signoraggio é una storia italiana, vero orgoglio del made in Italy. Emerge in superficie a metà degli anni Novanta con la proposta del giurista Giacinto Auriti di azzerare il reddito da signoraggio, ovvero il profitto ottenuto dalla banca centrale che emette la moneta. Auriti, animatore fin dal 1971 di un circolo di studi politici ed economici, si è ispirato alle teorie del poeta fascista Ezra Pound che vedeva nella moneta, come fonte del debito e dell’usura, la radice di tutte le disfunzioni economiche. Sono proprio queste idee ad ispirare nel 2003 la fondazione di un movimento chiamato, appunto, CasaPound. Ma è tutto il mondo della piccola imprenditoria ad essere sensibile alla critica delle banche “usuraie”, e tanto più sensibile quanto l’accesso al credito si fa difficile.

A rendere popolari le idee di Auriti non è tuttavia un movimento politico bensì un comico di cui si parla molto ultimamente… Nel 1998 Beppe Grillo collabora con l’anziano giurista per lo spettacolo Apocalisse Morbida, nel quale descrive il meccanismo di “stampa e prestito” del denaro e il “sistema del debito” come una truffa ai danni dei cittadini ordita dalle “banche private”. Accortamente Grillo non usa mai la parola “signoraggio” — a rischio di essere confutato — e per questo oggi ancora alcuni accusano di essere “amico dei banchieri”, sottovalutando in maniera ingiusta il suo contributo alla causa. Non è forse anche merito della sua influenza se nel 2011 Antonio di Pietro (che all’epoca si faceva dettare la linea da Gianroberto Casaleggio) credette opportuno presentare un’interrogazione parlamentare sul signoraggio, suscitando un certo sconcerto?

Se Grillo diffonde un certo frame intepretativo (come direbbe Giuliano Santoro) capace di accogliere in sé il concetto per rispondere a una domanda politica ancora latente, la parola “signoraggio” sale alla ribalta nel 2005, con un’incredibile sentenza che accoglie una domanda di risarcimento “derivante dalla sottrazione del reddito di signoraggio”, intentata da un’associazione di consumatori. Il risarcimento, per un totale di 87 euro, equivale a una quota individuale sul totale di cinque milioni di euro che sarebbero stati indebitamente accumulati da Bankitalia tra il 1996 e il 2003. In seguito alla sentenza (diffusa massicciamente su Internet) Bankitalia si è vista recapitare numerose domande di risarcimento, prontamente rimandate al mittente. Per chiudere la questione, il 21 luglio 2006 la Corte Suprema di Cassazione ha stabilito che sussiste difetto assoluto di giurisdizione in ordine a simili pretese in quanto “al giudice non compete sindacare il modo in cui lo Stato esplica le proprie funzioni sovrane, tra le quali sono indiscutibilmente comprese quelle di politica monetaria, di adesione a trattati internazionali e di partecipazione ad organismi sopranazionaliâ€. Ma è troppo tardi: come una palla di neve, la teoria del signoraggio inizia a rotolare e ingrossarsi, assorbendo frammenti di altre teorie economiche e fantaeconomiche…

Il signoraggio è ancora un guscio vuoto, o semi-vuoto, fino all’esplosione della bolla americana dei subprimes nel 2008. D’un tratto, l’onda d’urto del terremoto nella finanza americana lo trasforma in un concetto economico capace di spiegare in maniera semplice la crisi: la finanza è una truffa, il denaro è un inganno, la cartamoneta è un furto. La crisi non esiste. O meglio esiste soltanto come simulazione, come realtà virtuale che ha preso il posto di un’economia sana: non esistono crisi economiche, esistono soltanto crisi finanziarie. Adesso Grillo non è più il solo a denunciare i danni del capitalismo finanziario: mentre la sinistra si ostina a credere nelle virtù miracolose dei rammendi keynesiani, la destra si scopre “antimercatista“. Sei mesi prima che sulle prime pagine dei quotidiani si potesse leggere a caratteri cubitali del fallimento della banca americana Lehman Brothers, Giulio Tremonti pubblicava un libricino di grande successo, La paura e la speranza, che annunciava “la crisi globale che si avvicina”. Tremonti di fatto impostò la campagna elettorale di Berlusconi, che vinse le elezioni legislative del maggio 2008 dimettendo i panni del politico liberale per quelli, oramai pienamente consoni, del leader populista. La diffusione delle idee signoraggiste nell’entourage del cavaliere getta una luce nuova e suggestiva sulle famose “cene eleganti” di Arcore.

Il simultaneo sdoganamento del neo-fascismo, la nuova fortuna dell’anticapitalismo e il crescente euro-scetticismo hanno fatto da terreno fertile alla diffusione delle teorie del complotto sul signoraggio. Nel 2007, le edizioni Macro pubblicano, tra un libro sui rettiliani e l’altro, il saggio Euroschiavi di Marco della Luna e Antonio Miclavez, che deve il suo successo editoriale alla rivelazione dei presunti “segreti del signoraggio”. A questo punto, la storia tipicamente italiana del signoraggio incontra un’altra traiettoria: quella di Zeitgeist: Addendum, secondo capitolo di una serie di documentari cospirazionisti di Peter Joseph visti su YouTube da qualche milione di persone. Dopo un primo Zeitgeist centrato su Gesù Cristo e l’Undici Settembre, L’Addendum muove da una critica dell’economia monetaria per pubblicizzare l’utopia fricchettona del designer Jacque Fresco. Qui la parola “signoraggio” non viene mai formulata, ma le argomentazioni sul potere delle banche, la moneta come debito e la riserva frazionaria si ritrovano nella dottrina italiana del “signoraggio secondario”. In questo caso però Ezra Pound non c’entra nulla: i film e il movimento Zeitgeist sembrano piuttosto un’eredità sfilacciata della controcultura americana, tra no-global, X-Files e new-age scientista.

Le teorie legate al signoraggio si articolano in varie forme e linguaggi, da sinistra a destra, e possono risultare più o meno ragionevoli: si va dal delirio di tipo semi-patologico (i signoraggisti in senso stretto, che denunciano una “differenza tra valore nominale e costo di produzione del denaro”) a formulazioni vaghe che sembrano conciliabili con modelli economici riconosciuti come legittimi. Nel mezzo si parla di “credito sociale“, “fiscalità monetaria“, “reddito di cittadinanza“, “moneta del popolo“, “riserva frazionaria“. Ma come collocare, ad esempio, le opinioni formulate da Luciano Gallino nel suo Finanzcapitalismo, che gode di una certa reputazione tra i lettori di Repubblica? In un certo senso, il capitolo sugli “Effetti perversi della creazione del denaro” nel libro di Gallino non è altro che una versione ripulita, razionalizzata e socialmente accettabile delle teorie anti-signoraggio. Anche per lui, in un certo senso, la crisi è soltanto virtuale, o più precisamente una contaminazione del reale da parte del virtuale. La radice di ogni male è questa zecca impazzita che inonda l’economia di simulacri.

Questo non significa che i signoraggisti dicono le stesse cose del sociologo Luciano Gallino. Significa tuttavia che potremmo considerare alcune loro formulazioni come delle metafore di fenomeni monetari più complessi, cui ricorrono nell’incapacità di descriverli più esattamente, o ancora come delle versioni primitive, infantili, di teoria economica. Poetiche, tornando a Ezra Pound. La “differenza tra valore nominale e costo di produzione” sarebbe allora un modo semplice e istintivo, quasi religioso, di rappresentare qualcos’altro: ad esempio lo scarto tra la ricchezza “reale” e i suoi significanti, gli attivi finanziari in generale. Il signoraggio è una nuova grande narrazione™ che spiega il tracollo dell’economia italian come crisi finanziaria prima che economica, causata da uno scompenso nella rappresentazione del capitale invece che dal calo della produttività del lavoro, dal sottoconsumo, dalla caduta del saggio di profitto o da altri fattori economici strutturali.

In fin dei conti tutte le teorie cospirazioniste possono essere considerate come delle metafore, o personificazioni, metonimie, amplificazioni. Con questa dimensione metaforica e poetica della politica è necessario fare i conti: e nell’impossibilità di educare il maggior numero ad abbandonarla, anzi nell’impossibilità di pensare una politica che non sia fondata sulla retorica, sarebbe opportuno perlomeno lavorare a costruire metafore migliori.





Mister Bombastium

Post suffragium omne animal perplexe. Per una settimana mi sono chiuso nel silenzio — con qualche concessione ai bons mots su facebook — poi d’un tratto mi si è accesa una lampadina sopra la testa. E ho cominciato a capire: il movimento di Beppe Grillo è l’equivalente politico del Bombastium.

Bisogna tornare ai classici, e in particolare alla storia Zio Paperone e il tesoro sottozero firmata da Carl Barks nel 1957. Entrato per caso in una sala d’aste, il multimiliardario paperopolese acquista una palla di Bombastium, un misterioso elemento ambito dai servizi segreti brutopiani, ovvero sovietici. In mezzo a mille peripezie, da Paperopoli fino al Polo Nord, i nipotini scopriranno per caso che il Bombastium è una specie di grosso gelato con una caratteristica specialissima: ogni volta che lo si assaggia, esso ha un sapore differente. Ma prima di capire che la “semiosi infinita”, per così dire, è una caratteristica sostanziale del Bombastium, Qui Quo e Qua perdono tempo a bisticciare sul vero sapore del gelatone: Fragola! Ma vaffanculo, è cioccolato! Sei un morto vivente, è vaniglia!

Così va per il Movimento 5 Stelle. Sostenitori e avversari lo assaggiano e traggono le più disparate, e talvolta disperate, conclusioni: Beppe Grillo è comunista! Beppe Grillo è nazista! Beppe Grillo è per la decrescita e dunque per l’austerità! Beppe Grillo è keynesiano, infatti il programma gliel’ha scritto Stiglitz dopo essersi scolato una bottiglia di grappa Nardini! Chi ha ragione? Chi ha torto? Tutti quanti. L’ideologia grillina è come il Bombastium: il suo sapore dipende dal punto di vista. E ce n’è per tutti i gusti.

Questo spiega anche il successo elettorale, che non può essere attribuito ai soli grillini “lecca-matite” delle barzellette. Basta un minimo sforzo di sospensione dell’incredulità, e si troverà nel discorso grillino ciò che si vuole. Il liberista, che avrebbe magari votato Oscar Giannino, trova la denuncia degli sprechi pubblici e dell’iniquo sistema fiscale. Fragola! Il fascista trova una critica del parlamentarismo e un leader carismatico che strabuzza gli occhi. Vaniglia! Il keynesiano trova il reddito di cittadinanza. Pistacchio! L’hacker di Anonymous trova la democrazia digitale. Stracciatella! Il cospirazionista trova le scie chimiche, il signoraggio e tutte le puttanate che ha letto su Internet. Aloe! E l’uomo qualsiasi spera solo in una forte scossa che basterà, forse per magia, a risolvere i problemi dell’Italia. Tiramisù!

Straordinario questo Bombastium. Il famoso venticinque percento di Grillo è prodotto dall’aggregazione di domande politiche molto differenti. Dal grillino duro e puro stile “siamo la gente, il potere ci temono” al giovane startupper milanese, passando per il militante di sinistra che ha perso ogni punto di riferimento: domande apparentemente inconciliabili, forse contraddittorie. Ma è qui che le cose diventano interessanti. Inconciliabili, non c’è dubbio che lo siano nella pratica: d’altronde Grillo stesso non pensava sicuramente a un programma di governo. Ma che siano state conciliate in un discorso politico, questo è già stupefacente. Ed è nell’ordine del discorso che l’operazione grillina è interessante da analizzare.

Grillo gioca in maniera straordinaria sulla vaghezza del proprio messaggio, adattandolo in funzione dei contesti e degli interlocutori, abbandonando via via certi temi senza mai ammettere gli errori passati (AIDS, metodo di Bella, biowashball, signoraggio…) così da non tagliare fuori nessuno dei suoi potenziali elettori. Questa cosa si chiama retorica politica, e non l’ha certo inventata il comico genovese. La campagna elettorale di Berlusconi era ugualmente vaga, tra brandelli di liberismo ed echi sovranisti: ricordiamo quando da Santoro rispose evasivamente a una sedicente imprenditrice veneta, lasciando intendere a lei di condividere la sua teoria del complotto e agli altri di essere un convinto europeista. Il Partito Democratico, da parte sua, ha scelto di essere vago su temi “eticamente sensibili” che rischiano di costituire una linea di separazione al suo interno. Il mediocre risultato elettorale, da questo punto di vista, non dipende dalle qualità del leader: ma dal limite intrinseco di quello che era possibile dire senza rompere il fragile equilibrio su cui era costituita l’unità politica di una compagine destinata a governare con Mario Monti: un “dettaglio” impossibile da nascondere ma piuttosto difficile da integrare in maniera indolore nel discorso politico di un partito di centro-sinistra.

La vaghezza non è un difetto del linguaggio politico, bensì la sua sostanza. Sta poi agli elettori mettere alla prova il discorso vago per orientarne l’interpretazione e gli sbocchi concreti. Oggi l’ideologia pentastellata ha una sola alternativa: lasciarsi mettere alla prova, chiarirsi, precisarsi, e così perdere molti elettori che ha conquistato sulla base di un malinteso; oppure (se ci riesce) restare vaga, ambigua, inoffensiva protesta, e vaffanculo. Il sociologo Ernesto Laclau, nel suo La ragione populista, illustrava bene i meccanismi di aggregazione della domanda politica: e definisce il discorso pubblico come un “significante vuoto” capace di esprimere significati di vario genere e perciò conciliare gli interessi di classi differenti. La politica si gioca nella costruzione di questi significanti vuoti, nell’occupazione degli spazi, in una continua dialettica con altre forze che naturalmente mettono in discussione la vaghezza del discorso concorrente per eroderne il consenso. Se volessimo spartire la nostra gustosa palla di Bombastium tra gli amanti della fragola, quelli della vaniglia e quelli del pistacchio, non avremmo presto più nessuna palla. Ma se ci rivolgiamo indistintamente agli amanti del gelato buono, senza distinzioni tra frutta e crema, dovremmo riuscire a soddisfare tutti. Chi non ama il gelato buono? A parte la casta, voglio dire.

In questo senso il il piano del linguaggio è interamente sovrapponibile all’estensione del consenso, e ogni variazione sul primo si ripercuote sul secondo. Come ha detto Carlo Freccero qualche giorno fa in un dibattito televisivo, “Grillo ha proletarizzato il piccolo imprenditore”. Ha inventato — sul piano simbolico, linguistico, ovvero strategico e sostanzialmente politico — una nuova classe sociale, composta nientemeno che da tutti coloro che si sentono vittime un’ingiustizia. Lo ha chiamato Popolo, proprio come i borghesi francesi nel 1789 parlavano di Nazione per mettere i proletari dalla loro parte contro l’aristocrazia (la casta dell’epoca). Con meno successo, alcuni sedicenti neomarxisti circoscritti nell’aria vendoliana hanno tentato di fare la stessa cosa con i precari cognitivi. Lo straordinario successo del nostro Mister Bombastium è di avere costruito un discorso capace di tenere assieme, per un attimo e con la forza fragile d’un vaffanculo, cose che sembrava impossibile tenere assieme. Ma questo attimo non durerà in eterno: via via che la vaghezza si dissiperà, l’elettorato grillino è destinato a sciogliersi — proprio come il Bombastium tra le mani di Zio Paperone.

Resta una domanda: quanto è possibile risparmiare usando una palla di Bombastium invece del normale detersivo? Meditate, gente, meditate.





Canone 332, comma 22

Io davvero non voglio guastare la triste festa a nessuno, ma la validità di queste dimissioni papali è tutta da dimostrare. Anzi diciamolo chiaro e tondo: contrariamente a quello che si legge sui giornali di tutto il mondo, e contrariamente alla sua stessa volontà, Benedetto XVI non si è dimesso. C’è una ragione precisa per la quale i papi non osano quasi mai dare le dimissioni, una ragione contenuta tra le righe di quello stesso diritto canonico che in apparenza sembra autorizzarle. Questa ragione è semplicissima: il papa si dimette perché non è in grado di esercitare le sue funzioni, ma l’atto stesso di rinunciare appartiene alle sue funzioni. In altri termini, se il papa è in grado di dimettersi «liberamente», è anche in grado di esercitare il suo ruolo di papa. E viceversa, se il papa non è in grado di esercitare le proprie funzioni «liberamente», le sue dimissioni non possono essere considerate valide. Dettaglio importante: codice alla mano, la rinuncia è il solo atto pontificale che richiede esplicitamente la libertà come condizione di felicità. Ma non è appunto la mancanza di libertà («diminuzione del vigore sia del corpo che dell’animo», «incapacità di amministrare») che Benedetto XVI ha invocato come motivazione della sua rinuncia?

Forse conoscete questo paradosso, anche noto come paradosso del comma 22: «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo». Lo possiamo riformulare come segue per avvicinarci al senso implicito del canone in questione:

«Se il papa non dispone del pieno libero arbitrio può dimettersi, ma se non dispone del pieno libero arbitrio le sue dimissioni non possono considerarsi valide»

Naturalmente il papa non ha ammesso di avere perso le facoltà: ha affermato che le sta perdendo, che le perderà, ovvero che presto non sarà libero nell’esercizio delle sue funzioni. Si parli di salute mentale o fisica, di solidità delle fede, di pressioni esterne… Ma i primi sintomi di decadimento, che hanno convinto Ratzinger a rinunciare, non sono già sufficienti a farci dubitare della sua libertà adesso? Insomma da un punto di vista logico le dimissioni papali sono sempre possibili ma non sono mai valide. Se fossero valide, non sarebbero giustificabili. E dunque sarebbero senza senso, folli. E perciò non sarebbero valide. Detto ancora altrimenti: l’assurda volontà del papa di rinunciare al suo ministero non è forse già la prova del venir meno di quelle stesse facoltà che rendono effettivo il suo atto di rinuncia?

Solo la morte libera il pontefice da questo paradosso, dalle funzioni e dalle responsabilità che lo vincolano. Solo la morte rende la sede effettivamente vacante. Per questo motivo, per fedeltà alla logica interna del diritto canonico, invito tutti a considerare nulle le dimissioni di Benedetto XVI: egli resterà, fino alla morte e persino (se Dio vorrà) attraverso la pazzia o l’incredulità o lo stato vegetativo, il solo e unico vescovo della Chiesa di Roma, capo del Collegio dei vescovi, vicario di Cristo e pastore qui in terra della Chiesa universale. Egli sarà il nostro papa segreto.

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Dieci poesie unte di Alessandro Longo

Smonto un porco

Smonto un porco.
Lo trovo colmo di lardo.
Scatto d’un appetito inconsulto, ingoio tutto.
Con il tonno non m’imbocco: troppo magro.
Grugno di mostro fritto.
O colostro d’orco.
Crostolo di mosto d’ulivo.
Culo d’asino intonso.
Sasso scotto.
Coscio d’orso.
Così m’occupo il gozzo.
Altro non bruco, o vado all’altro mondo.

Nuoto nel sugo

Nuoto nel sugo d’un mondo arrosto.
Insulto il cosmo con un tuffo d’olio.
Mi spalmo su uno scoglio.
Sasso su cui sdrucciolo.
Col calcagno sbriciolo parmigiano.
M’immolo al flutto fitto.
Liquido di cetaceo.
Umor di polipo condito.
Brodo d’abisso impaccato.
Manduco un celenterato.
Mi strozzo ogni minuto.
Ordisco un guscio d’uovo a siluro.
Sprofondo illuso, e mi ungo.
Pranzo: uovo di mostro, fritto.
Trasudo sebo di delfino.
Tronco di stucco, giù per il gozzo.
Occluso come piombo fuso.
Infinito indigesto.
Vedo un plumbeo molo oscuro.
Ho un miraggio d’Odisseo: un cono orrido.
Starò più sano nel Purgatorio.
Il sugo fuso mi ha sciolto di brutto.

Rombo di tuorlo

Col cuore colmo anelo boli.
Sbullono il forno, ne cavo unte croste.
Inanello pomi col pollo che spello.
Luccico di ciò che impecio.
Bando all’albume: m’immolo al tuorlo.
Blocco di brutto zucchero scuro.
Lo distruggo con affanno e mi drogo.
Impasto un mostro salso e lo mielo.
Inglobo un tonno morto.
Stracarico il mattarello.
M’infarino il cappello bruno.
L’alambicco urta un’orco.
Gli fa arrosto il polpaccio.
Lo trancio vivo e lo spremo nell’impasto.
Lo farcisco con uno stormo di pinguino.
È un fardello immane di lardo inumano.
Lo inumo a mano nel fornello.
M’aggrappo al manico nel panico.
Un rombo mostruoso è canto bituminoso.
Cotto a puntino in un diluvio di cedro.
Sgombro il convitato, al colmo d’egoismo.
Lo minaccio col coltello da nasello.
Mangio tutto o muoio matto.
Piatto unico che glasso.
Con un salto lo compatto tutto.
Con i denti mi ci affondo, grasso.
Sganascio a costo dell’inferno.
Ma sarà lui a mangiarmi intero.

Culto lustro

Culto lustro d’olio d’orso.
Bullo bisunto, cubo bolso.
Lardo fritto, narvalo crudo o cotto?
D’accordo.
Gozzo chiuso.
Sussulto di bolso muso bruno.
Muro di prosciutto.
Muto e sporco.
Frullo tutto con l’olio morto.
Un frutto nullo.
Dorso a corno, sordo al lutto.
Cotto o crudo.
Culto lustro.

Fritto un secolo

Figlio stolto.
L’olio ascoso per dispetto ho ritrovato.
Ti raddrizzo il comprendonio, obtorto collo.
Diseredo te e il tuo grembo.
Poi ti fisso un cupo imbuto giù nel gozzo.
Ti ci torchio succo d’uovo e tonno d’osso.
Ogni giorno per un anno, a più non posso.
Collo tondo e marmo al tocco, sarai pronto.
Poi scuoiato, ed affogato nel tuo lardo.
Unto estremo, ti riduco a un bell’arrosto.
Bel vitello, figlio grasso e già tonnato di ritorno.
T’allestisco un bel sepolcro in ferro e bronzo.
Bell’apposto sul pertugio d’un vulcano.
Serro tutto con il chiodo e col martello.
Con del porro tutto intorno al deretano.
Anni cento ten starai a frigger morto.
Corpo nero, agitato maremoto d’unto buio.
Fritto un secolo da morto per dispetto.
Figlio stolto, sarai cera al pavimento.

Scoppio di burro

Aiuto!
Corno di un dio unto.
Tornio di Bluto.
Scoppio di burro!
Chiuso in un muro mollo.
Bolo nell’olio, cuocio.
Colto sul fondo scuro.
Muoio d’unto fritto.
Assurdo scoglio di burro.
M’incaglio sul bordo e rutto.
Urlo tutto il riassunto.
Scoppio subito.
Bluto, aiuto!
Mordo il grugno.
Mungo l’Orco.

Un grasso astro

Dio moribondo.
Un grasso astro.
Culto d’infante.
Colto da infarto.
Occorro io nel mondo.
Pargolo tondo di cordoglio.
Sbrano un orso d’augurio.
Torco il collo d’un capro.
Ungo un cubo di sasso, canto.
Mostro arrosto.
Luccio di scoglio ostrogoto.
Strozzo il pollo più grosso.
Impano il mondo.
Lago fritto d’un olio sacro.
Moribondo il dio.
Vivo il culto del grasso.
Ausculto il grufolio del nuovo mostro.
Il suo turno è vicino.
Occupo un buco, muto.
Non oso motto al suo indirizzo.
Multo ogni suono.
Cotto o crudo.

Ho un porto nel mio corpo

Ho un porto nel mio corpo.
Al buio, un capodoglio.
Stomaco di narvalo.
Spaghetto allo scoglio.
Aglio ammollo nel budello.
Un riccio, sporco e minuto.
Zoccolo fritto, più d’uno.
Col fiato stronco un toro.
Se m’affamo, t’accorcio il giorno.
Accorro al nunzio di ristoro.
Sconvolgo il mondo.
Mi nutro, brano a brano, d’ogni mostro.
Lo scontro duro annuso e voglio.
Pollo stravolto, il guanto raccolgo.
Col tuo odio mi c’imburro il muso.
Col tuo grasso ungo un cucchiaio.
Occhio al morto risorto.
All’oscuro fa solo rimbombo.
Privo di gancio, ti fa morto.

Urlo Unto

Urlo unto in un incubo di burro.
Profilo di narvalo emerso in un fosso fritto.
Ormeggio il mestolo.
Opprimo il mozzo con un prosciutto immenso.
Sgozzo un toro per olocausto.
Scivolo sul grasso che spillo.
Crollo, vegliardo muro di burro.
Occludo tutto.
Spando strutto d’ogni poro.
Pattino d’olio in un formaggio umano.
Includo un mostro nel vitto.
Estrudo strudel dall’orecchio.
Mungo un toro e me ne nutro.
Corro poco, peso troppo.
Rovino al suolo e sprizzo d’intorno.
Non c’è vento che m’asciughi.
Non c’è lama che mi raschi.
Son giaciglio pel bisonte.
Sono unguento pel tricheco.
Se m’affetto, non ho un centro.
Se mi centri, non ha effetto.

Globo Mollo

Attorno al mondo barcollo.
Globo mollo, uomo di strutto.
Coll’inganno ingollo un uovo.
Fuggo il mastino.
Gli cuocio il cucciolo.
Con contorno di midollo.
Son satollo, ma per poco.
Non temo randello, ché rimpallo.
Non m’allungo al materasso.
Mi molleggio su me stesso.
Corro a rullo sul fratello.
Mangio tutto ciò che frollo.
Mi rinfranco nel bugliolo.
Urlo all’oste del novello.
Sbrano pure il menestrello.
Dentro al torso celo il collo.
Sono nuvola di bolo.
Foro botti col succhiello.
Suggo tutto e immondo rutto.
Sempre a zonzo per il mondo.
Dio del grasso, globo mollo.

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