La distruzione
12 ottobre 2003
C’è hype e hype. L’idea che si possa isolare il testo dal suo contesto è semplicemente ridicola: per questo la creazione dell’opera è tanto nell’opera stessa quanto nel modo in cui la si colloca nella realtà . Nel modo, in altri termini, in cui si costruisce una situazione, agendo sulla realtà come se fosse un qualsiasi supporto: una tela, un foglio bianco. A questo punto è ontologicamente impossibile separare la fruizione dell’opera dalla fruizione della situazione: esse sono una cosa sola. Ci sono poi situazioni geniali e situazioni banali, spudorate operazioni di marketing e visionarie operazioni di terrorismo cognitivo. Il loro oggetto è lo stesso (delimitare uno spazio nella realtà per opere di finzione), ma la differenza è la stessa che passa tra un bel libro ed uno brutto, se questa distinzione ha un senso.
La situazione all’interno della quale è stato e sarà letto La Distruzione di Dante Virgili è una di quelle creazioni (senza un vero ed unico autore) che conclude e compie anni di torbide strategie commerciali, di adolescenti pornografiche, di scrittori che amano travestirsi da donna, ecc. Eppure, grazie o malgrado il marketing, ci riporta ad una fruizione originaria dell’oggetto letterario, quando la menzogna doveva ancora essere giustificata, e la letteratura porre le proprie condizioni di possibilità .
Non è infatti molto diversa la storia di questo libro perduto e anomalo, tirato fuori dall’oblio e pubblicato premettendovi più o meno direttamente la non adesione, dalle tradizionali vicende del polveroso manoscritto trovato chissà dove (valga su tutti il Don Quisciotte). Una fruizione immediata, che poteva farsi sognare come rappresentazione veritiera, divenuta impossibile tanto più che la letteratura diventava consapevole di sé stessa, fino a non dover neanche più giustificare lo scandalo della menzogna che si fa spazio nella realtà : Joyce non ci mente dicendoci che ciò che scrive è veritiero, non tenta d’illuderci – sappiamo ormai tutti cos’è un romanzo, sappiamo cosa aspettarci e cosa non aspettarci.
Sarebbe stata così, disillusa, la lettura di questo libro (al di fuori dalla situazione nella quale, invece, l’ho letto): la terrificante, geniale, descrizione della mente di uno psicopatico. Sarebbe rimasta letteratura: e la letteratura che resta letteratura, che non riesce ad irrompere come un’allucinazione nel mondo delle cose, dimentica della sua origine menzognera (la menzogna è sempre un modo di fare intervenire la finzione nella realtà ), è sterile esercizio: non sarà mai leggenda. E invece tutt’altra cosa quando si sottolinea ripetutamente che Virgili era davvero nazista, che la sua opera non rappresenta ma è: me la si prospetta come “ vera”, con la stessa menzogna di Cervantes che afferma che il manoscritto che traduce è “ vero”. Ed è menzogna (seppur virtuale) perché il romanzo di Virgili è troppo patologico, troppo malato, e nello stesso tempo troppo scritto bene, per non apparirepalesemente “ falso”.
Il problema qui non è più se Virgili esista o meno, se sia nazista o meno: fatto sta che inserendolo nel contesto in cui sta per affrontare la sua nuova, probabilmente fortunata, vita editoriale si è riusciti a tramutare un romanzo qualsiasi (come dice Franchini, non un grande romanzo, ma un romanzo) nell’elemento centrale di una grande messa in scena letteraria. Che ha il merito di ripiombare il lettore in un’ingenuità primitiva in cui essere di nuovo, meravigliosamente, ingannato.

