la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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La distruzione

C’è hype e hype. L’idea che si possa isolare il testo dal suo contesto è semplicemente ridicola: per questo la creazione dell’opera è tanto nell’opera stessa quanto nel modo in cui la si colloca nella realtà. Nel modo, in altri termini, in cui si costruisce una situazione, agendo sulla realtà come se fosse un qualsiasi supporto: una tela, un foglio bianco. A questo punto è ontologicamente impossibile separare la fruizione dell’opera dalla fruizione della situazione: esse sono una cosa sola. Ci sono poi situazioni geniali e situazioni banali, spudorate operazioni di marketing e visionarie operazioni di terrorismo cognitivo. Il loro oggetto è lo stesso (delimitare uno spazio nella realtà per opere di finzione), ma la differenza è la stessa che passa tra un bel libro ed uno brutto, se questa distinzione ha un senso.

La situazione all’interno della quale è stato e sarà letto La Distruzione di Dante Virgili è una di quelle creazioni (senza un vero ed unico autore) che conclude e compie anni di torbide strategie commerciali, di adolescenti pornografiche, di scrittori che amano travestirsi da donna, ecc. Eppure, grazie o malgrado il marketing, ci riporta ad una fruizione originaria dell’oggetto letterario, quando la menzogna doveva ancora essere giustificata, e la letteratura porre le proprie condizioni di possibilità.

Non è infatti molto diversa la storia di questo libro perduto e anomalo, tirato fuori dall’oblio e pubblicato premettendovi più o meno direttamente la non adesione, dalle tradizionali vicende del polveroso manoscritto trovato chissà dove (valga su tutti il Don Quisciotte). Una fruizione immediata, che poteva farsi sognare come rappresentazione veritiera, divenuta impossibile tanto più che la letteratura diventava consapevole di sé stessa, fino a non dover neanche più giustificare lo scandalo della menzogna che si fa spazio nella realtà: Joyce non ci mente dicendoci che ciò che scrive è veritiero, non tenta d’illuderci – sappiamo ormai tutti cos’è un romanzo, sappiamo cosa aspettarci e cosa non aspettarci.

Sarebbe stata così, disillusa, la lettura di questo libro (al di fuori dalla situazione nella quale, invece, l’ho letto): la terrificante, geniale, descrizione della mente di uno psicopatico. Sarebbe rimasta letteratura: e la letteratura che resta letteratura, che non riesce ad irrompere come un’allucinazione nel mondo delle cose, dimentica della sua origine menzognera (la menzogna è sempre un modo di fare intervenire la finzione nella realtà), è sterile esercizio: non sarà mai leggenda. E invece tutt’altra cosa quando si sottolinea ripetutamente che Virgili era davvero nazista, che la sua opera non rappresenta ma è: me la si prospetta come “ vera”, con la stessa menzogna di Cervantes che afferma che il manoscritto che traduce è “ vero”. Ed è menzogna (seppur virtuale) perché il romanzo di Virgili è troppo patologico, troppo malato, e nello stesso tempo troppo scritto bene, per non apparirepalesemente “ falso”.

Il problema qui non è più se Virgili esista o meno, se sia nazista o meno: fatto sta che inserendolo nel contesto in cui sta per affrontare la sua nuova, probabilmente fortunata, vita editoriale si è riusciti a tramutare un romanzo qualsiasi (come dice Franchini, non un grande romanzo, ma un romanzo) nell’elemento centrale di una grande messa in scena letteraria. Che ha il merito di ripiombare il lettore in un’ingenuità primitiva in cui essere di nuovo, meravigliosamente, ingannato.





Violent Unknown Event?

Ci s’interroga sul significato del nome di questo blog.

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Caro video

Prosegue la pubblicazione dell’opera omnia di Lars Von Trier per Raro Video, rinomata per le sue vhs che costano come dei dvd (sono soddisfazioni): dopo Medea ed  Epidemic, questo mese esce Europa. Il film è del 1991, quando l’estremo formalismo del regista danese non si dissimulava ancora in regole stilistiche di studiata sciatteria, ma indugiava nei barocchismi visivi che più tardi condannerà. Oltre a ciò, i soliti insostenibili  Warhol, e Fassbinder a tonnellate (che spero Fuori Orario trasmetterà previa gentile concessione). Per finire una nuova collana di dvd (con libro annesso) dedicati alla videoarte, Intereferenze: dopo Derek Jarman (feat. Brian Eno, Psychic TV, Throbbing Gristle, William Burroughs), il polacco  Zbig Rybczynski, del quale si fa un gran parlare e forse un giorno saprò perché.





League of extraordinary fumettophiles

Qualcuno nelle alte sfere della critica fumettistica se l’è presa a male per certi commenti sul film League of Extraordinary Gentlemen e su “cultori del fumetto” opposto a degli ipotetici “noialtri” che contrariamente ai primi coglierebbero le citazioni letterarie, facendo notare che queste sono in misura ben maggiore nell’originale lavoro di Moore, come appurabile leggendone le note pubblicate sul sito Prospettiva Globale. Poi vedetevela tra di voi.





Salomon saith

Devo citare di nuovo IA: questa volta parla dell’eterno ritorno delle idee citando l’esempio di certe intuizioni già platoniche fatte proprie dalla scienza contemporanea. Non saprei in che misura l’analogia possa essere qualcosa di più che una semplice somiglianza formale (perché se non si sta attenti si arriva a dire che Democrito aveva già previsto la fisica atomica o cose del genere), ma mi è piaciuto ritrovare una continuità con l’altro discorso, quello sulla letteratura postmoderna. Perché il problema è sempre quello: come concepire un’idea di nuovo di fronte all’eterno ritorno dello stesso? E se si nega (come il Bacon che Borges citava in epigrafe a L’immortale) la possibilità di creare qualcosa di nuovo, allora non rimane che ripresentarlo mascherato: la sterile regola del postmoderno, quindi. O no?





Of course, to my left, Mr. Johnny Lydon (cheers and applause)

John Lydon forse lo conoscete. Si faceva chiamare Johnny Rotten e cantava nei Sex Pistols. Io lo rispetto non tanto per questo ma per i suoi lavori successivi con i Public Image Limited, del quale era compositore e muezzin, e con i quali creò uno dei più bei dischi degli Ottanta.

E anche i suoi dischi brutti, io li trovo belli comunque. Pure quell’album (che si chiama proprio così, Album) in cui collabora con Ravi Shankar, Ryuchi Sakamoto e Steve Vai. O il suo album solista, una cosa talmente assurda che non lo vendono più. Ho persino apprezzato la sua intepretazione di un giovane psicotico, a fianco di un Harvey Keitel già cattivo tenente, in un B-movie del 1983, diretto da Roberto Faenza e titolato Copkiller.

Sfortunatamente, in Inghilterra quest’uomo è pressapoco una celebrità, e in quanto tale provvede a sputtanarsi con interviste e partecipazioni a talk show. Proprio così: e ho le prove che se fosse italiano potremmo averlo come presenza fissa da Costanzo. Non vorrei doverlo fare, ma eccovi le trascrizioni delle puntate dello show Politically Incorrect al quale quest’uomo senza dignità ha partecipato: qui, qui, qui, poi qui, ancora qui, e infine qui. Chissà, potrebbe anche seguire le orme di Adriano Pappalardo e finire su qualche isola deserta.





La sterile regola del postmoderno

Giuseppe Genna, tra un accenno di dietrologia e l’ altro, trova il tempo di postare un articolo del 1979 su Thomas Pynchon e la simbologia degli alligatori in V, un argomento molto controverso come potete immaginare, sul quale finalmente qualcuno ha il coraggio di gridare la scomoda verità. E ribadisce l’assoluta necessità che io vada a comprarmi La Distruzione di Dante Virgili, anche perché mi pare di aver capito che non si possa avere un blog senza avere letto il libro in questione. In proposito mi è piaciuta la glossa di Intelligenza Artifiziale a proposito della letteratura postmoderna, della quale viene data una perfetta definizione:

La sterile regola del postmoderno è che siamo troppo intelligenti e troppo vecchi per dire certe cose, quindi abbisogniamo di una maschera cui mettere in bocca quelle stesse parole

Mi viene il dubbio che l’abbia copiata da Eco, ma che importa, sono troppo intelligente per andare a verificare. La fase delineata è una sorta di post-post-moderno, caratterizzata dal fatto che siamo troppo intelligenti e troppo vecchi per far dire certe cose ad una maschera. Quindi rimane il silenzio mistico, perché siamo troppo intelligenti e troppo vecchi un po’ per tutto.

Però un passo oltre Borges (sempre presupponendolo però) lo si è fatto: il finto autore finto è un’idea graziosa. A qualcuno quest’attenzione al contesto, fuori dalla pagina scritta, può sembrare una sottomissione alle regole della pubblicità (che comunque Warhol, e prima ancora le avanguardie, avevano compreso come parte integrante dell’opera) a scapito della “buona letteratura”. Ma una cosa è l’attaccamento morboso alle abitudini pseudo-trasgressive di scrittori alla moda, altro lo scavare nella realtà un’allucinazione che possa proseguire nella pagina scritta, e viceversa; e altro ancora tentare di farlo ripetendo senza fantasia vecchi topoi del postmoderno.





Elephant

Bisogna lasciare da parte le interviste e le dichiarazioni del regista Gus Van Sant, le troppo semplici intepretazioni, e giudicare Elephant soltanto come film. Smettere di paragonarlo al documentario (o presunto tale) di Michael Moore, e coglierne la poesia oltre le intenzioni dell’autore (sceneggiatore, regista, montatore, come una volta). Incomunicabilità, videogiochi violenti, padri ubriachi, armi in vendita su Internet: ce n’era abbastanza per tirarne fuori una banale epica moralista dell’America contemporanea. Eppure, sospeso nella sua rarefatta atmosfera fatta di labirintici piani sequenza, che s’incrociano e convergono (e infine culminano nella tragedia già prevista, colpevolmente attesa dallo spettatore), Elephant basta a sé stesso, non deve cercare in discussioni e dibattiti il suo senso (come un Bowling for Columbine, come un Buongiorno, notte), che si esaurisce nell’immagine. Van Sant ha girato una specie di Funny Games come fosse Arca Russa montata da Tarantino, per terminare con un grottesco e terrificante mimo degli inseguimenti con l’ascia nei corridoi dell’Overlook Hotel di Shining da parte di due adolescenti armati di fucili.

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