la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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Lettere dall’esilio. Guy Debord contro la Modernità /ii

Per amore della sintesi un po’ perfida, diremmo che Guy Debord ha passato quasi tutta la sua vita a lamentarsi. Ma ammettiamo che lo fece con grandissimo stile. Una così dolorosa malinconia non si provava, forse, dai tempi di Publio Ovidio Nasone e delle sue lettere dall’esilio pontico. Ed è appunto un esilio quello dal quale Debord pretende di scrivere: esilio non nello spazio ma nel tempo, esilio da una Parigi che non esiste più. Nel suo film del 1978 In girum imus et consumimur igni, con il solito tono monotono Debord proclama:

Mi limiterò dunque a poche parole per annunciare che Parigi (checché ne dicano gli altri) non esiste più. La distruzione di Parigi non è altro che un sintomo della malattia mortale che sta portando via in questo momento tutte le grandi città, e questa malattia è sintomo a sua volta della decadenza materiale della società. Ma rispetto alle altre città, Parigi aveva molto più da perdere. Che immenso privilegio, essere stato giovane in questa città quando, per l’ultima volta, ha brillato d’una luce tanto intensa!

L’impiego del termine “decadenza” e la metafora della “malattia mortale” non sono segnali di una svolta. Già in Sur le passage de quelques personnes à travers une assez courte unité de temps, nel 1959, il suo cinema è una galleria di volti e di strade, un malinconico tributo alla giovinezza perduta: e Debord aveva ventotto anni. L’anno precedente aveva scritto le proprie Memorie.

Quella di Debord è innanzitutto una denuncia del tempo. In una nota a proposito di In girum imus, Debord segnala che il film è costruito attorno a visioni dell’acqua come metafora del tempo e citazioni di poeti dello «scorrere di tutto» (Li Po, Omar Khayyâm, Eraclito, Bossuet, Shelley) opposte a visioni del fuoco che ardeva Saint-Germain negli anni Cinquanta e Sessanta. Alla fine, conclude Debord, «l’acqua del tempo travolge il fuoco e lo spegne». Ancora temi barocchi: il tempo che passa, la giovinezza perduta, la vanità, gli artifici. «Le temps s’en va, le temps s’en va ma Dame» (Ronsard). Il pesante abuso di alcool, da questo punto di vista e se crediamo all’auto-analisi del Panegyrique, serviva a Debord per fermare e rovesciare lo scorrere nel tempo, nuotare controcorrente nelle acque della Senna e ritrovare i propri vent’anni: Isidore Isou e i lettristi, le derive psicogeografiche, le occupazioni alla Sorbona…

In Guy Debord, son art et son temps (1994), amarissimo auto-documentario che prelude al suicidio, Debord cita Le cygne di Baudelaire: «La forma di una città cambia più rapidamente, ahimé, del cuore di un mortale». L’accompagnamento musicale di Lino Léonardi, a base di fisarmonica in stile Amélie Poulain, finisce per intenerire i cuori più duri. Insomma, il sentimento di Debord non sarebbe altro che nostalgia della giovinezza, di vecchi amici scomparsi, di notti fonde a sognare la rivoluzione? Senza dubbio. Eppure questo sentimento, sul quale può essere facile ironizzare, incarnava il trauma di un’epoca, o una successione di traumi vissuti dai parigini a partire dal dopoguerra: le speculazioni edilizie degli anni Cinquanta e Sessanta, l’edificazione delle banlieues, la distruzione delle Halles a partire dal 1971, l’apertura del Centro Pompidou nel 1977, l’installazione delle colonne di Buren nel cortile del Palais Royal nel 1985, che Debord paragona a tanti codici a barre… (continua)





Tempo fuori sesto. Guy Debord contro la Modernità /i

Nell’eredità del situazionismo c’è qualcosa di paradossale. Da una parte, i concetti elaborati tra il 1952 e il 1968 in seno all’Internazionale Lettrista e poi Situazionista sono pervenuti a una posizione egemonica, costituendosi come sovrastruttura ideologica del sistema del consumismo culturale. Ma d’altra parte proprio nel Sessantotto, e proprio con La Società dello Spettacolo, Guy Debord iniziò ad articolare una riflessione tragica sulla modernità, che oggi nutre varie forme di pensiero cosidetto “reazionario” — dalla Nouvelle Droite di Alain de Benoist a certe frange dell’ecologismo e/o anarchismo radicale che possono essere considerate propriamente post-situazioniste. Appunto questo movimento — dal situazionismo al post-situazionismo — ci preme analizzare.

Da una parte, dunque, il situazionismo incarnò la dimensione libertaria, borghese, studentesca e artistica del Sessantotto, che nella storiografia popolare ha oramai del tutto oscurato la dimensione operaia. «Il più grande sciopero generale di Francia», con la sua epica da vecchio romanzo di Emile Zola, non regge il confronto con The Dreamers. Vuoi mettere Etienne Lantier con Eva Green? Così il Sessantotto può oggi essere riassunto nello slogan coniato dai situazionisti di Strasburgo, che poi andrebbe benissimo anche per riassumere il capitalismo: «Vivere senza tempi morti e godere senza limiti». I baby boomers avevano stabilito che la nicciana «morale dei padroni» non andava sconfitta, bensì adottata. L’idea era semplice ma geniale: se gli schiavi avessero preso a desiderare quello che desiderano i padroni, si sarebbero ribellati per ottenerlo. Si trattava insomma di mettere il carro davanti ai buoi, credendo o fingendo di credere che i buoi avrebbero seguito.

In questo senso il situazionismo può essere interpretato come il corrispettivo francese del movimento Hippie in America. In effetti, scavando dietro un Marx di forma e di facciata si ritrovano le medesime fonti d’ispirazione: Freud e Nietzsche, usati per erodere l’autorità dei partiti comunisti occidentali e stilare un elenco di desiderata che il nuovo capitalismo avrebbe dovuto soddisfare. In America chiamarono controcultura il Freud sciamanico di Wilhelm Reich e il Nietzsche satanico di Aleister Crowley. E in Francia Georges Bataille aveva operato la sintesi dei tre «maestri del sospetto» Karl, Sigmund e Friedrich per forgiare un culto mistico della distruzione: altrettanto satanico, a ben vedere.

In questo contesto si muove Guy Debord. Debord che urla in favore di Sade (dal titolo del suo film del 1952) vent’anni dopo che Bataille aveva sdoganato il divin marchese come icona rivoluzionaria. Debord che lancia assieme agli altri lettristi la rivista Potlatch nel 1954, gratuitamente donata ai suoi lettori, recuperando presso Bataille la concezione del potlatch come dono onorifico. Debord che infine critica le attività produttive — «Ne travaillez jamais!» — esaltando le attività improduttive, l’ozio e il tempo libero, proprio come Bataille opponeva creazione e distruzione, accumulazione e spreco, nella Parte Maledetta (1949).

Termini e concetti che sono oggi moneta corrente nei dibattiti sulla coda lunga e sulla proprietà intellettuale. Dibattiti interessanti senza dubbio, che tuttavia si svolgono in un iperuranio in cui sembrano non esistere né forze produttive né rapporti di produzione. Una dimensione meravigliosa nel quale la borghesia sarebbe capace di produrre ricchezza per il solo magico effetto dell’attrito dei suoi scambi culturali.

Il picco di massima popolarità dell’Internazionale Situazionista (e dei concetti sopra elencati) coincide anche con la pubblicazione di un’opera, La Società dello Spettacolo, che mostra però Guy Debord sotto una luce differente. Nel compendiare in un quadro coerente teoria rivoluzionaria e critica del tempo libero, Debord produce un singolare opuscolo impregnato tanto di marxismo quanto di scetticismo barocco. La vida es sueño? Come ha notato Mario Perniola, e come troppi pochi interpreti sottolineano, il Barocco era un «punto di riferimento costante per Debord»: cosa c’è di più barocco, in effetti, che la metafora dello Spettacolo? Se il Barocco è, come Debord scrive al paragrafo 189 della Società dello Spettacolo, «l’arte di un mondo che ha perduto il proprio centro» (Amleto parlava di «tempo fuori sesto» o disarticolato), l’intera opera di Debord lamenta questa perdita e ambisce ad essere, più che ortodossamente marxista, perfettamente barocca. Il situazionismo non è altro davvero: «Il teatro e la festa, la festa teatrale, sono i momenti culminanti del Barocco».

Debord passerà i vent’anni successivi a scavare questo scetticismo e articolare la propria malinconia, non dissimile da un Montaigne rinchiuso nel proprio castello a scrivere gli Essais. Ed é appunto la malinconia il carattere che emerge via via in maniera sempre più evidente nei suoi scritti degli anni Settanta e Ottanta; malinconia che diventa vera e propria visione del mondo e della Storia. (continua)





Remember, remember, the First of April

Domenica primo aprile é accaduta una cosa piuttosto importante. Vorrei dire epocale: per la prima volta, un grande quotidiano nazionale, il Corriere della Sera, ha recensito un e-book autoprodotto, il misterioso Anonymous. La grande truffa. Insomma le cose stanno davvero cambiando. Merito dell’ottimo Guido Vitiello, che ha firmato l’articolo, ma anche di tutti quei ragazzi che passano le notti a defacciare siti in nome di un ideale di libertà, dei quali il libro traccia la gloriosa epopea.





Il vicino di casa

Dopo il successo (?) di Anonymous. La grande truffa, un altro e-book viene a turbare la quiete del mondo editoriale — e con piacere vi presento anche questo, che per fortuna é firmato.

Da un punto di vista strettamente matematico, “Centocinquanta più uno” é un calcolo abbastanza semplice. Ma se invece di un banale calcolo fosse un rompicapo? Di rompicapi, enigmi e altri cubi di Rubik concettuali é pieno l’ultimo libro dello storico delle idee Gianluca Briguglia, e pare dunque logico cominciare dal titolo. Centocinquanta più uno, sono le coordinate temporali di una “espressione geografica” chiamata Italia, sparata nella storia e diretta chissà dove. Passata la sbornia dell’anniversario istituzionale (e la sbornia pure della presunta fine del ventennio berlusconiano) suona la sveglia e, malgrado il mal di testa, é tempo di alzarsi e vestirsi.

Ecco, Gianluca Briguglia é il vicino di casa gentile che viene a prepararti la colazione: una colazione sana e nutriente, piena di cereali e vitamine, dopo anni di junk food. E poi, prima di salutarti e andarsene, discretamente posa sul tavolo una strana copia della Settimana Enigmistica, che invece del Sudoku e del Quesito della Susi tira in ballo Dylan Dog e le cronache medievali, Pinochio e Morgante, George Lakoff e Machiavelli, madonne che piangono e cervelli in fuga…

Unendo i puntini, appare il contorno di un paese: non un ritratto o una fotografia, ma una serie di linee possibili, diritte, sghembe, rotte, continue. Il libro di Briguglia é sopratutto un invito a proporre altri puntini e altri contorni, a confrontare esperienze, racconti, punti di vista. E poiché il dibattito pubblico italiano é fatto di trabocchetti, Briguglia fornisce anche qualche utile suggerimento per evitarli: a cominciare da quello che vorrebbe ogni italiano all’estero come un “fuggiasco”…

La più insidiosa domanda-trabocchetto — Che cos’é l’Italia? — Gianluca Briguglia evita accuratamente di formularla. E per fortuna, perché d’un tratto ci viene capriccio di rispondere parafrasando i teologi neoplatonici: “L’Italia é una sfera infinita, il cui centro è ovunque e la circonferenza in ogni luogo”.





Un libro anonimo per tempi anomali

Mi é stata segnalata la pubblicazione su Amazon.it di un misterioso e-book anonimo su Anonymous, nel quale sono evidenti alcuni plagi da questo blog. Mi dissocio da tutta l’operazione, che mira chiaramente a trasformare il movimento in una specie di oggetto letterario e filosofico, emblematico del paradossale rapporto che l’industria culturale intrattiene con l’antagonismo politico. E ovviamente mi dissocio dai goffi tentativi di marketing virale, stancamente tardo-situazionista, che accompagnano il lancio del libro: dal video con Manuela Arcuri ai finti defacciamenti, dal blog che raccoglie le “papere” di Anonymous al bieco slogan da LIDL che figura sui banner pubblicitari sparsi in rete.





Il complotto

Gli amici dell’Associazione Ustioni proseguono, con straordinaria dedizione e fantasia e puro genio, l’avventura dell’Associazione Amici di Arrigo Boito che lanciai nel lontano 2003. Per chi fosse dalle parti di Verona sabato 17 marzo, intimiamo di recarsi al Teatro Laboratorio Arsenale per assistere alla lettura musicata del Re Orso da parte degli eroici Alessandro Conti e Alessandro Longo.

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Il mio nome è Nessuno

In the future, everyone will be anonymous for 15 minutes.
Banksy

Secondo Linkiesta, l’hacker che ha defacciato il sito della deputata Paola Binetti rivendicando l’azione a nome di Anonymous non sarebbe in alcun modo legato al gruppo. Si tratterebbe di un millantatore, di un falsario, anzi più precisamente di un usurpatore. Il suo comunicato, un apocrifo nel corpus dell’anonymismo ortodosso. Il caso é chiuso? Al contrario, direi che si é appena aperto. In effetti se esistono degli atti apocrifi é necessario che esistano anche degli atti ufficiali, e dunque un’entità in grado di produrli e convalidarli, o invalidarli se necessario. E però Anonymous si presenta come un aggregato spontaneo, un’intelligenza-sciame dai contorni sfumati, un vero grande “partito liquido” come lo sognava Veltroni, nel quale la distinzione tra dentro e fuori, e perciò tra ufficiale e apocrifo, é tenuta a sciogliersi completamente.

Anonymous non é un gruppo, non é un partito, non é un’ideologia, bensì un meme: proprio come i gattini e le trollfaces. E chi smentirebbe un gattino? Come scrive Luca Annunziata su Punto Informatico a proposito del caso Binetti, “nessuno può smentire o confutare che un’azione come quella di oggi sia davvero o meno un’azione di Anonymous”. Insomma la Binetti stessa potrebbe firmarsi Anonymous e scrivere in un forum che “tendenze gay fortemente radicate possono portare alla pedofilia”, magari ricorrendo al fake anonymous meme generator. O uno squilibrato indossare la maschera di Guy Fawkes per massacrare i suoi compagni di scuola. Ecco dunque il paradosso: se chiunque può firmarsi “Anonymous”, non c’é ragione di credere che esista effettivamente un movimento chiamato Anonymous.

Anonymous eredita le sue contraddizioni dalle esperienze che l’hanno preceduto e ispirato. Negli anni Novanta nasceva e moriva Luther Blissett, e tra le varie avventure legate a questo pseudonimo collettivo si ricorda almeno un episodio imbarazzante: la pubblicazione per Mondadori del demenziale regesto net.gener@tion, ad opera di un giovane Giuseppe Genna. Presentato come una burla ai danni dell’industria culturale, il libro poneva tuttavia un problema serio: se chiunque può firmare con il nome Luther Blissett, perché il povero Genna no? Che cosa distingue il Blissett vero dal Luther artificiale? La risposta é semplice: una cascata di comunicati. Il condividuo situazionauta aveva prodotto la sua bella burocrazia, in grado di stabilire di volta in volta la legittimità degli enunciati e degli atti.

Così vanno le cose anche per gli Anonymous, che passano sempre più tempo a prendere le distanze gli uni dagli altri. Un mese fa é apparso su YouTube un video, considerato ufficiale poiché emanato da fonti vicine al nucleo originario, nel quale un anonimo Guy Fawkes confutava una certo comunicato definendolo contrario ai principi del gruppo. Ma tra i principi del gruppo non c’era proprio il fatto che chiunque può aderirvi, e perciò emettere comunicati? Una settimana fa, un tweet su AnonOps denunciava una “fake operation”. Proprio questa sera é apparso un nuovo videoFor All Fake Members” nel quale il solito Guy Fawkes se la prende con gli usurpatori e lancia un’accusa quantomeno surreale: “You are not Anonymous”. Insomma esisterebbero degli anonimi e dei falsi anonimi. Qua si vira alla farsa allegorica, anzi al remake letterale de L’uomo che fu Giovedì di Gilbert K. Chesterton.

La teoria del movimento liquido é suggestiva, e può sedurre gli esteti del casotto, i neo-soreliani digitali e altri rebels without a cause sedotti dalla visione di Fight Club o dalla lettura di Invisibles di Grant Morrison. Tuttavia credere che questa folla disordinata possa sviluppare un’intelligenza collettiva é probabilmente un fantasia derivante dalla lettura sotto acidi della Teoria generale dei sistemi di Bertalanffy, o dalla propensione quasi religiosa a credere che uno Spirito possa “ispirare” il movimento. Nella pratica, é probabile che gli attivisti si stanchino di questa confusione e scelgano di entrare in strutture organizzate, meno sensibili alle infiltrazioni, più efficaci insomma al fine di ottenere risultati concreti. Alcuni, stufi di sentirsi rinfacciare che la maschera di Guy Fawkes gliela vende la Warner, prenderanno a indossare altre maschere, o passamontagna, calze, mutande.

Ogni volta che un ragazzino sigilla una bravata con il marchio di V for Vendetta, gli Anonymous devono sentirsi come Veltroni quel giorno in cui Massimo Calearo passò al gruppo misto. Il problema é che nomi come “democratici”, “indignati” o “anonimi” non aiutano a circoscrivere un’identità. E se una certa misura di vaghezza é fondamentale per costruire enunciati e simboli nei quali possano riconoscersi sensibilità differenti, c’è comunque un limite alla cardinalità di un insieme politico (ovvero al numero di elementi che lo compongono). La questione allora non é nemmeno di giudicare se la filosofia di Anonymous sia coerente ma di stabilire come, di fatto, Anonymous possa logicamente esistere.

Di che cosa Anonymous é il nome? Di varie cose. Di un meme appunto, di una moda, come i jeans strappati e le pettinature emo. Ovviamente non può esistere nessun comitato centrale dei jeans strappati e delle pettinature emo, nessun sigillo di ceralacca che ufficializza i jeans strappati correttamente, nessun concilio ecumenico che legifera in materia denimologica. Ogni persona con i jeans strappati risponde solo dei suoi jeans strappati. Ma Anonymous é anche il nome di una costellazione di persone che tramano assieme, si scambiano informazioni, codici, obiettivi, e localmente provano a darsi coerenza e disciplina. Per non parlare di quelli che fondano blog ufficiali: speriamo che abbiano riempito tutti i moduli. Il paradosso del movimento liquido sta tutto nell’oscillazione tra meme e costellazione, spontaneismo e organizzazione, centro e periferia — e alla fine, esistenza e inesistenza.

Un regime di esistenza “debole” caratterizza la maggior parte degli oggetti sociali e degli aggregati politici. Esiste l’Italia? E l’Europa? E il Tibet, la Macedonia, la Transnistria, l’Abcasia? Sono soprattutto le organizzazioni clandestine, in maniera programmatica, a porsi in uno stato d’indeterminatezza ontologica al fine di sfuggire al controllo e alle sanzioni. Il termine “clandestino“, in effetti, indica proprio il carattere non-iscritto di un oggetto sociale (con buona pace di Maurizio Ferraris secondo cui la documentalità é la proprietà sostanziale degli oggetti sociali). In termini ontologici e filologici, i paradossi di Anonymous non sono molto diversi da quelli che pone un’organizzazione come Al Qaeda.

Suscitò un piccolo scandalo Armando Spataro, il capo dell’antiterrorismo della Procura di Milano, quando un anno fa dichiarò che “Al Qaeda non esiste”. Secondo Spataro, “Esistono dei gruppi che si formano e si uniscono”, e niente più. D’altronde é noto che il termine arabo significa semplicemente base, nel senso di database: una lista di nomi, un annuario di ceffi con le barbe lunghe e le facce cattive. Se altri tuttavia affermano che Al Qaeda esiste, é perché si rilevano dei movimenti non-aleatori di capitale, informazione e persone, riconducibili a una struttura organizzata sebbene decentrata. Soprattutto, l’inesistente Al Qaeda é in grado di emanare un certo numero di atti ufficiali, i comunicati di Osama Bin Laden e dei suoi colonnelli. Al di là delle “fonti autenticate” (i leader riconosciuti e riconoscibili) é peraltro possibile che viga una certa confusione, e per questo resta difficile attribuire certi atti ad Al Qaeda.

Potremmo dire insomma che l’esistenza di un’entità é determinata dallo sviluppo di una facoltà che gli permetta di produrre atti autentici, distinti dagli atti inautentici che le possono essere attribuiti. È possibile distinguere concettualmente, e giuridicamente, un comunicato originale delle Brigate Rosse da un apocrifo, come il famoso comunicato del Lago della Duchessa. Più difficile quando si parla di associazione mafiosa. E per Anonymous? È evidente che stanno combattendo due forze opposte, una centripeta e una centrifuga, una che lavora alla costituzione di un gruppo vero e proprio, l’altra che procede verso il disordine puro. Aspettando l’implosione, Anonymous continuerà a emanare messaggi contraddittori in un regime d’apocrifia incontrollata. Per ora la linea sembra essere: tutti siamo anonimi, ma alcuni sono un po’ più anonimi degli altri.





Il cabaret vizioso

They give you masks and costumes and an outline of the story
Then leave you all to improvise their vicious cabaret…
Alan Moore, The Vicious Cabaret

“Domani esce V for Vendetta“, scrivevo il 16 marzo del 2006, e ancora prima di averlo visto già sapevo come sarebbe andata a finire: “Confido nella capacità di questo film d’inquadrare una fetta importante d’inconscio collettivo, di Zeitgeist, d’ideologia”. A visione avvenuta, definivo il film come potenziale scintilla di una rivolta metafisica ma concludevo che non avrebbe avuto alcun effetto reale, poiché si trattava di un semplice prodotto di consumo. Ma le due cose necessariamente si escludono?

Non segnalo la mia profezia per vantarmi — lo so, sono fortissimo — ma per mostrare come tutto fosse prevedibile fin dall’inizio, anche negli uffici della Time Warner. Sul recupero dell’iconografia di V for Vendetta da parte di Indignati e Anonymous (dal 2008) ormai sappiamo tutto, compresi alcuni divertenti paradossi: un terrorista cattolico, Guy Fawkes, che diventa simbolo rivoluzionario; una multinazionale americana che vende la sua maschera in tutto il mondo. Non si tratta, come sostengono alcuni, di un virus scappato dal laboratorio, bensì di un riuscitissimo esperimento di marketing neo-populista di cui può essere interessante tracciare la genealogia.

Ricordate quando avete visto per la prima volta V for Vendetta citato in un contesto politico? Vi rinfresco la memoria: era la primavera del 2007, e Beppe Grillo annunciava il suo Vaffanculo Day postando un’immagine del film. Il sogno del comico genovese era di far saltare (metaforicamente s’intende) il Parlamento italiano proprio come fa il personaggio nel film e nel fumetto. Sono lontani il papismo di Fawkes e l’anarchismo di Moore: nella lettura di Grillo resta solo l’antiparlamentarismo e un generico culto del Volkgeist. Ritrovare oggi un sapore tipicamente grillino in un comunicato apocrifo degli Anonymous, poco dopo che Grillo aveva elogiato le gesta del gruppo di hackers, chiude perfettamente il cerchio. Anonymous, Grillo e Indignati sono tutti usciti da quella “crepa gnostica” di cui scrivevo nel 2006.

“People should not be afraid of their government. Governments should be afraid of their people”, chi l’ha detto?  No, non Thomas Jefferson e nemmeno Alan Moore. Questa citatissima frase esiste solo nel film e appare come baseline in tutto il suo materiale promozionale. Ragazzi attenti: questo é il primo motto rivoluzionario che viene da uno slogan pubblicitario. D’Annunzio is amused. L’industria culturale non é nuova a queste operazioni di circonvenzione d’incapace. Basti pensare alla campagna di lancio del film 2012, che ha contribuito a diffondere la leggenda secondo cui il mondo finirà il 21 dicembre del 2012, ricorrendo al marketing virale e disseminando falsi siti su Internet. In un certo senso, gli Indignati sono prigionieri di un Alternate Reality Game che ha invaso la realtà: ci sono entrati a quindici anni vedendo V for Vendetta, ora ne hanno ventuno e chi li sveglia più?

Dopo essersi fatti menar per il naso dalla Warner, alcuni però ci tengono ancora a passare per verginelli: la maschera di Guy Fawkes non sarebbe una citazione dal film, ma dal fumetto originale. Di questo é convinto anche Alan Moore, che sottovaluta completamente l’impatto della rilettura cinematografica. Grosso errore. Innanzitutto perché, come scrive Lewis Call su Anarchist Studies, “Nelle mani di McTeigue e dei fratelli Wachowski, la faccia di Fawkes aveva realizzato il suo pieno potenziale. Era diventato un simbolo post-moderno veramente nomade, in perpetuo mutamento.” E poi perché gli Indignati fanno riferimento alle due innovazioni, presenti solo nel film, che evidenziavo nel mio post del 2006.

Prima innovazione, “la proliferazione delle maschere, come il subcomandante Marcos, il condividuo blissettiano”. La piazza gremita di persone con la maschera di Guy Fawkes non é una citazione dal fumetto, ma dal film. Che a sua volta probabilmente cita… Essere John Malkovich. Insomma l’idea della maschera come dispositivo anonimizzante e sineddoche della volontà popolare, che é il cuore del recupero iconografico di V for Vendetta, é un aspetto precipuo dell’adattamento hollywoodiano, a sua volta una rimasticatura delle dottrine di guerriglia urbana contemporanee. Fa bene Giulio Itzcovich a parlare di un black-bloc-buster.

Montaggio realizzato da Leonetto

Seconda innovazione, “ristrutturare l’intreccio attorno al progressivo svelamento della verità totalitaria, invece di rendere subito evidente l’ambientazione distopica”. Il nemico non é uno stato totalitario, come nel fumetto, bensì una democrazia in tutto e per tutto simile alla nostra, che cela tuttavia un potere occulto. Si tratta esattamente della stessa struttura di Matrix, e rispecchia la forma mentis gnostico-debordiana dei vari Indignati: viviamo in un mondo realmente rovesciato, governato dagli Arconti.

Questa é insomma la matrice ideologica dei vari movimenti, peraltro molto diversi, che s’ispirano all’iconografia di V for Vendetta. La loro cultura politica, fatta di miti antichi e moderni, intermezzi pubblicitari e favole per bambini, muove dall’apparente fallimento di tutti gli sforzi di razionalizzazione propri della tradizione moderna. Ma nemmeno loro sanno a cosa assomiglia il futuro che la Warner gli ha promesso. Come canta V nel suo Cabaret vizioso, “Ci danno maschere, travestimenti e un canovaccio, poi ci tocca improvvisare…”





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