la fine dei tempi nell'epoca della sua riproducibilità tecnica
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Il complotto

Gli amici dell’Associazione Ustioni proseguono, con straordinaria dedizione e fantasia e puro genio, l’avventura dell’Associazione Amici di Arrigo Boito che lanciai nel lontano 2003. Per chi fosse dalle parti di Verona sabato 17 marzo, intimiamo di recarsi al Teatro Laboratorio Arsenale per assistere alla¬†lettura musicata del¬†Re Orso¬†da parte degli¬†eroici Alessandro Conti¬†e Alessandro Longo.

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Arrigo vive! ‚®Į




Il mio nome è Nessuno

In the future, everyone will be anonymous for 15 minutes.
Banksy

Secondo Linkiesta, l’hacker che ha defacciato il sito della deputata Paola Binetti rivendicando l’azione a nome di Anonymous non sarebbe in alcun modo legato al gruppo. Si tratterebbe di un millantatore, di un falsario, anzi pi√Ļ precisamente di un usurpatore. Il suo comunicato, un apocrifo nel corpus dell’anonymismo ortodosso.¬†Il caso √© chiuso?¬†Al contrario, direi che si √© appena aperto.¬†In effetti se esistono degli atti apocrifi √© necessario che esistano anche degli atti ufficiali, e dunque un’entit√† in grado di produrli e convalidarli, o invalidarli se necessario.¬†E per√≤¬†Anonymous si presenta come un aggregato spontaneo, un’intelligenza-sciame dai contorni sfumati, un vero grande “partito liquido” come lo sognava¬†Veltroni, nel quale la distinzione tra dentro e fuori, e perci√≤ tra ufficiale e apocrifo, √© tenuta a sciogliersi completamente.

Anonymous non √© un gruppo, non √© un partito, non √© un’ideologia, bens√¨ un meme: proprio come i gattini e le trollfaces. E chi smentirebbe un gattino? Come scrive Luca Annunziata su Punto Informatico a proposito del caso Binetti, “nessuno pu√≤ smentire o confutare che un’azione come quella di oggi sia davvero o meno un’azione di Anonymous”. Insomma la Binetti stessa potrebbe firmarsi Anonymous e scrivere in un forum che “tendenze gay fortemente radicate possono portare alla pedofilia”, magari ricorrendo al fake anonymous meme generator. O uno squilibrato indossare la maschera di Guy Fawkes per massacrare i suoi compagni di scuola. Ecco dunque il paradosso: se chiunque pu√≤ firmarsi “Anonymous”, non c’√© ragione di credere che esista effettivamente un movimento chiamato Anonymous.

Anonymous eredita le sue contraddizioni dalle esperienze che l’hanno preceduto e ispirato. Negli anni Novanta nasceva e moriva¬†Luther Blissett, e tra le varie avventure legate a questo pseudonimo collettivo si ricorda almeno un episodio imbarazzante: la pubblicazione per Mondadori del demenziale regesto net.gener@tion, ad opera di un giovane Giuseppe Genna.¬†Presentato come una burla ai danni dell’industria culturale, il libro poneva tuttavia un problema serio: se chiunque pu√≤ firmare con il nome Luther Blissett, perch√© il povero Genna no? Che cosa distingue il Blissett vero dal Luther artificiale? La risposta √© semplice: una cascata di¬†comunicati. Il condividuo situazionauta aveva prodotto la sua bella burocrazia, in grado di stabilire di volta in volta la legittimit√† degli enunciati e degli atti.

Cos√¨ vanno le cose anche per gli Anonymous, che passano sempre pi√Ļ tempo a prendere le distanze gli uni dagli altri. Un mese fa √© apparso¬†su¬†YouTube un video, considerato ufficiale poich√© emanato da fonti vicine al nucleo originario, nel quale un anonimo Guy Fawkes confutava una certo comunicato definendolo¬†contrario ai principi del gruppo. Ma tra i principi del gruppo non c’era proprio il fatto che chiunque pu√≤ aderirvi, e perci√≤ emettere comunicati? Una settimana fa, un tweet su AnonOps denunciava una “fake operation”. Proprio questa sera √© apparso un nuovo videoFor All Fake Members” nel quale il solito Guy Fawkes se la prende con gli usurpatori e lancia un’accusa quantomeno surreale: “You are not Anonymous”. Insomma esisterebbero degli anonimi e dei falsi anonimi. Qua si vira alla farsa allegorica, anzi al remake letterale de¬†L’uomo che fu Gioved√¨ di Gilbert K. Chesterton.

La teoria del movimento liquido √© suggestiva, e pu√≤ sedurre gli esteti del casotto, i neo-soreliani digitali e altri¬†rebels without a cause sedotti dalla visione di Fight Club o dalla lettura di Invisibles di Grant Morrison.¬†Tuttavia credere che questa folla disordinata possa¬†sviluppare un’intelligenza collettiva √© probabilmente un fantasia derivante dalla lettura sotto acidi della¬†Teoria generale dei sistemi di¬†Bertalanffy, o dalla propensione quasi religiosa a credere che uno Spirito possa “ispirare”¬†il movimento.¬†Nella pratica, √© probabile che gli attivisti si stanchino di questa confusione e scelgano di entrare in strutture organizzate, meno sensibili alle infiltrazioni, pi√Ļ efficaci insomma al fine di ottenere risultati concreti. Alcuni, stufi di sentirsi rinfacciare che la maschera di Guy Fawkes gliela vende la Warner, prenderanno a indossare altre maschere, o passamontagna, calze, mutande.

Ogni volta che un ragazzino sigilla una bravata con il marchio di V for Vendetta,¬†gli Anonymous devono sentirsi come Veltroni quel giorno in cui Massimo Calearo pass√≤ al gruppo misto. Il problema √© che nomi come “democratici”, “indignati” o “anonimi” non aiutano a circoscrivere un’identit√†. E se¬†una certa misura di vaghezza √© fondamentale per costruire enunciati e simboli nei quali possano riconoscersi sensibilit√† differenti, c’√® comunque un limite alla cardinalit√† di un insieme politico (ovvero al numero di elementi che lo compongono). La questione allora non √© nemmeno di giudicare se la filosofia di Anonymous sia coerente ma di stabilire come, di fatto, Anonymous possa logicamente esistere.

Di che cosa Anonymous √© il nome? Di varie cose.¬†Di un meme appunto, di una moda, come i jeans strappati e le pettinature emo. Ovviamente non pu√≤ esistere nessun comitato centrale dei jeans strappati e delle pettinature emo, nessun sigillo di ceralacca che ufficializza i jeans strappati correttamente, nessun concilio ecumenico che legifera in materia denimologica. Ogni persona con i jeans strappati risponde solo dei suoi jeans strappati. Ma Anonymous √© anche il nome di una costellazione di persone che tramano assieme, si scambiano informazioni, codici, obiettivi, e localmente provano a darsi coerenza e disciplina. Per non parlare di quelli che fondano blog ufficiali: speriamo che abbiano riempito tutti i moduli.¬†Il paradosso del movimento liquido sta tutto nell’oscillazione tra meme e costellazione, spontaneismo e organizzazione, centro e periferia — e alla fine, esistenza e inesistenza.

Un regime di esistenza “debole” caratterizza la maggior parte degli oggetti sociali e degli aggregati politici. Esiste l’Italia? E l’Europa? E il Tibet, la Macedonia, la Transnistria, l’Abcasia? Sono soprattutto le organizzazioni clandestine, in maniera programmatica, a porsi in uno stato d’indeterminatezza ontologica al fine di sfuggire al controllo e alle sanzioni. Il termine “clandestino“, in effetti, indica proprio il carattere¬†non-iscritto di un oggetto sociale (con buona pace di Maurizio Ferraris secondo cui la documentalit√† √© la propriet√† sostanziale degli oggetti sociali). In termini ontologici e filologici, i paradossi di Anonymous non sono molto diversi da quelli che pone un’organizzazione come¬†Al Qaeda.

Suscit√≤ un piccolo scandalo Armando Spataro, il capo dell’antiterrorismo della Procura di Milano, quando un anno fa dichiar√≤ che “Al Qaeda non esiste”. Secondo Spataro, “Esistono dei gruppi che si formano e si uniscono”, e niente pi√Ļ. D’altronde √© noto che il termine arabo significa semplicemente base, nel senso di database: una lista di nomi, un annuario di ceffi con le barbe lunghe e le facce cattive.¬†Se altri tuttavia affermano che Al Qaeda¬†esiste, √© perch√© si rilevano dei movimenti non-aleatori di capitale, informazione e persone, riconducibili a una struttura organizzata sebbene decentrata. Soprattutto, l’inesistente Al Qaeda √© in grado di emanare¬†un certo numero di¬†atti ufficiali, i comunicati di Osama Bin Laden e dei suoi colonnelli.¬†Al di l√† delle “fonti autenticate” (i leader riconosciuti e riconoscibili) √© peraltro possibile che viga una certa confusione, e per questo resta difficile attribuire certi atti ad Al Qaeda.

Potremmo dire insomma che l’esistenza di un’entit√† √© determinata dallo sviluppo di una facolt√† che gli permetta di produrre atti¬†autentici, distinti dagli atti inautentici che le possono essere attribuiti. √ą possibile distinguere concettualmente, e giuridicamente, un comunicato originale delle Brigate Rosse da un apocrifo, come¬†il famoso¬†comunicato del Lago della Duchessa. Pi√Ļ difficile quando si parla di associazione mafiosa.¬†E per Anonymous? √ą evidente che stanno combattendo due forze opposte, una centripeta e una centrifuga, una che lavora alla costituzione di un gruppo vero e proprio, l’altra che procede verso il disordine puro. Aspettando l’implosione, Anonymous continuer√† a emanare messaggi contraddittori in un regime d’apocrifia incontrollata. Per ora la linea sembra essere: tutti siamo anonimi, ma alcuni sono un po’ pi√Ļ anonimi degli altri.





Il cabaret vizioso

They give you masks and costumes and an outline of the story
Then leave you all to improvise their vicious cabaret…
Alan Moore, The Vicious Cabaret

“Domani esce V for Vendetta“, scrivevo il 16 marzo del 2006, e ancora prima di averlo visto gi√† sapevo come sarebbe andata a finire: “Confido nella capacit√† di questo film d‚Äôinquadrare una fetta importante d‚Äôinconscio collettivo, di¬†Zeitgeist, d‚Äôideologia”. A visione avvenuta, definivo il film come potenziale scintilla di una rivolta metafisica ma concludevo che non avrebbe avuto alcun effetto reale, poich√© si trattava di un semplice prodotto di consumo. Ma le due cose necessariamente si escludono?

Non segnalo la mia profezia per vantarmi — lo so, sono fortissimo — ma per mostrare come tutto fosse¬†prevedibile fin dall’inizio, anche negli uffici della Time Warner.¬†Sul recupero dell’iconografia di¬†V for Vendetta da parte di¬†Indignati e Anonymous (dal 2008) ormai sappiamo¬†tutto, compresi alcuni divertenti paradossi: un terrorista cattolico, Guy Fawkes, che diventa simbolo rivoluzionario; una multinazionale americana che vende la sua maschera in tutto il mondo.¬†Non si tratta, come sostengono alcuni, di un virus scappato dal laboratorio, bens√¨ di un riuscitissimo esperimento di marketing neo-populista di cui pu√≤ essere interessante tracciare la genealogia.

Ricordate quando avete visto per la prima volta¬†V for Vendetta citato in un contesto politico? Vi rinfresco la memoria: era la primavera del 2007, e Beppe Grillo annunciava il suo Vaffanculo Day postando un’immagine del film. Il sogno del¬†comico genovese era di far saltare (metaforicamente s’intende) il Parlamento italiano proprio come fa il personaggio nel film e nel fumetto. Sono lontani il papismo di Fawkes e l’anarchismo di Moore: nella lettura di Grillo resta solo l’antiparlamentarismo e un generico culto del Volkgeist.¬†Ritrovare oggi un sapore tipicamente grillino in un comunicato apocrifo degli Anonymous, poco dopo che Grillo aveva¬†elogiato le gesta del gruppo di hackers, chiude perfettamente il cerchio. Anonymous, Grillo e Indignati sono tutti usciti da quella “crepa gnostica” di cui scrivevo nel 2006.

“People should not be afraid of their government. Governments should be afraid of their people”, chi l’ha detto? ¬†No, non Thomas Jefferson e nemmeno Alan Moore.¬†Questa citatissima frase esiste solo nel film e appare come¬†baseline in tutto il suo¬†materiale promozionale. Ragazzi attenti: questo √© il primo motto rivoluzionario che viene da uno slogan pubblicitario. D’Annunzio is amused. L’industria culturale non √© nuova a queste operazioni di circonvenzione d’incapace. Basti pensare alla campagna di lancio del film 2012, che ha contribuito a diffondere la leggenda secondo cui il mondo finir√† il 21 dicembre del 2012, ricorrendo al marketing virale e disseminando falsi siti su Internet.¬†In un certo senso, gli Indignati sono prigionieri di un¬†Alternate Reality Game che ha invaso la realt√†: ci sono entrati a quindici anni vedendo V for Vendetta, ora ne hanno ventuno e chi li sveglia pi√Ļ?

Dopo essersi fatti menar per il naso dalla Warner, alcuni per√≤ ci tengono ancora a passare per verginelli: la maschera di Guy Fawkes non sarebbe una citazione dal film, ma dal fumetto originale. Di questo √© convinto anche Alan Moore, che sottovaluta completamente l’impatto della rilettura cinematografica. Grosso errore. Innanzitutto perch√©, come scrive Lewis Call su Anarchist Studies, “Nelle mani di McTeigue e dei fratelli Wachowski, la faccia di Fawkes aveva realizzato il suo pieno potenziale. Era diventato un simbolo post-moderno veramente nomade, in perpetuo mutamento.” E poi perch√© gli Indignati fanno riferimento alle due innovazioni, presenti solo nel film, che evidenziavo nel mio post del 2006.

Prima innovazione, “la proliferazione delle maschere, come il subcomandante Marcos, il condividuo blissettiano”. La piazza gremita di persone con la maschera di Guy Fawkes non √© una citazione dal fumetto, ma dal film. Che a sua volta probabilmente cita‚Ķ Essere John Malkovich. Insomma l’idea della maschera come dispositivo anonimizzante e sineddoche della volont√† popolare, che √© il cuore del recupero iconografico di V for Vendetta, √© un aspetto precipuo dell’adattamento hollywoodiano, a sua volta una rimasticatura delle dottrine di guerriglia urbana contemporanee. Fa bene¬†Giulio Itzcovich a parlare di un black-bloc-buster.

Montaggio realizzato da Leonetto

Seconda innovazione, “ristrutturare l‚Äôintreccio attorno al progressivo svelamento della verit√† totalitaria, invece di rendere subito evidente l‚Äôambientazione distopica”. Il nemico non √© uno stato totalitario, come nel fumetto, bens√¨ una democrazia in tutto e per tutto simile alla nostra, che cela tuttavia un potere occulto. Si tratta esattamente della stessa struttura di Matrix, e rispecchia la forma mentis gnostico-debordiana dei vari Indignati: viviamo in un mondo realmente rovesciato, governato dagli Arconti.

Questa √© insomma la matrice ideologica dei vari movimenti, peraltro molto diversi, che s’ispirano all’iconografia di V for Vendetta.¬†La loro cultura politica, fatta di miti antichi e moderni, intermezzi pubblicitari e favole per bambini,¬†muove dall’apparente fallimento di tutti gli sforzi di razionalizzazione propri della tradizione moderna. Ma nemmeno loro sanno a cosa assomiglia il futuro che la Warner gli ha promesso.¬†Come canta V nel suo Cabaret vizioso, “Ci danno maschere, travestimenti e un canovaccio, poi ci tocca improvvisare‚Ķ”





La progenie del drago

A Bruxelles c’√© un dipinto anonimo della fine del Cinquecento, intitolato Virgo inter Virgines, che colpisce per l’utilizzo ingegnoso degli attributi iconografici come ricami sugli abiti di due sante. Invece della ruota del suo martirio, santa Caterina ha un elegante vestito decorato da ruote;¬†Santa Barbara ce l’ha ricoperto di torri. Tuttavia √© un minuscolo dettaglio sullo sfondo della tela a risvegliare la nostra curiosit√†.¬†Tra san Giorgio e il drago appare una bestiola che sembra un cucciolo di drago. San Giorgio, il drago e il draghetto: un’iconografia bizzarra, di cui sfugge il senso. Il pittore voleva forse intenerirci¬†sulla sorte del mostro, che brutto e cattivo pure lui tiene famiglia? Ricordarci che “ogni scarrafone √© bello a mamma sua”, come nell’antico detto fiammingo?¬†Oppure evocare un segreto che scuote le fondamenta del cristianesimo occidentale?


Di certo non c’√© nulla. Nemmeno che la bestiola sia effettivamente un drago; e non piuttosto una puzzola o un ermellino.¬†Proprio su questo aspetto¬†il dibattito ha fremuto su Friendfeed, l’assolato patio della blogosfera italiana. La mia prima congettura secondo cui il piccolo drago evocherebbe la pianta di¬†dragoncello (dracunculus in latino), nota secondo la dottrina delle segnature per guarire dal morso degli animali velenosi come serpenti e¬†draghi, non ha convinto nessuno.¬†√ą stato Tamas il primo a orientare la riflessione verso i mustelidi: la bestia sarebbe una faina (o gattopuzzo in marchigiano) oppure un ermellino.

La teoria¬†si √© fatta strada a forza di prove documentarie,¬†tentandoci con una simbologia credibile: in assenza di una principessa da salvare, l’ermellino — simbolo di purezza, nobilt√† e verginit√† — ne fa le veci, la sostituisce come vittima sacrificale del drago. Giorgio si presenta dunque come custode della verginit√† delle sante rappresentate in primo piano. Tutto bello, se non fosse che l’ermellino √© solitamente rappresentato con un manto bianco. E se la piccola bestia misteriosa fosse piuttosto una donnola — ovvero “piccola donna”, sempre intesa come rebus sostitutivo della verginit√†? La Fondazione Elia Spallanzani partecipa allo scompiglio zoologico¬†tirando in ballo una pecora, ma √©¬†Leonetto a fornirci la spiegazione pi√Ļ convincente, non senza prima avere ricapitolato la stato della discussione in uno schema.

Una solida tradizione iconografica sembra confermarlo oltre ogni ragionevole dubbio: l’animale sarebbe proprio una donnola,¬†capace con il suo puzzo di uccidere il basilisco. E perci√≤, si suppone, i mostri squamosi in generale. Insomma la donnola, lungi dal rappresentare una vergine indifesa, starebbe piuttosto dando man forte a san Giorgio per sconfiggere il suo avversario. Astridula conforta la tesi citando una descrizione della simbologia della donnola: “Nei tempi antichi, animale domestico popolare, elogiato per la sua lotta coraggiosa contro serpenti, ratti, basilischi, per essere esperta in medicina e in grado di far rivivere i propri piccoli morti, simbolo di Cristo e dei credenti.”

Molto bello anche questo, bravo Leonetto, ma restano due problemi. Che il basilisco non √© un drago, e che il dinamico duo composto da san Giorgio e dalla donnola risulta piuttosto inedito — oltre che imbarazzante. E se alla fine l’animaletto che sguazza nel laghetto con il drago, con il manto dello stesso colore del drago, fosse semplicemente, come sembrava fin dall’inizio… un drago? Sebbene poco diffusa, l’iconografia del cucciolo di drago √© attestata. Nell’Enigma di Piero,¬†Silvia Ronchey cita la testimonianza quattrocentesca del viaggiatore ispanico Pedro Tafur secondo cui, in¬†Libano, dei piccoli rettili venivano considerati progenie del drago¬†ucciso da san Giorgio. Poi attira la nostra attenzione sopra un dettaglio in un affresco del Pisanello di met√† Quattrocento, che rappresenta Giorgio, il drago e ben due cuccioli.

Da parte sua¬†Vittore Carpaccio, in una tela del 1502 custodita alla Scuola degli Schiavoni a Venezia, dipinge un piccolo rettile vicino al drago trafitto da san Giorgio.¬†Se crediamo all’interpretazione di Michel Serres questo piccolo animale, drago in potenza, starebbe a simboleggiare l’impossibilit√† di sconfiggere definitivamente il drago e perci√≤ d’interrompere con la violenza il ciclo della violenza.¬†La vittoria di san Giorgio, insomma, non √© definitiva: proprio come in alcuni finali aperti nei film dell’orrore, il cucciolo di drago ci ricorda che il Male sopravvive. Anche in questa Virgo inter Virgines si nasconde un finale aperto; un adorabile criaturo che potrebbe sembrare una donnola o un ermellino… E invece porta in s√© il germe del Male.

Intanto Serres, partito dal ciclo di Carpaccio per un trip ermeneutico alquanto suggestivo,¬†ha concluso che il Male non va trafitto e bastonato, visto che poi si riproduce e ritorna — ma addomesticato. La successione delle tele nella Scuola degli Schiavoni porta a una conclusione inoppugnabile. La vera vittoria sul Male non √© quella di san Giorgio sul Drago, ma piuttosto quella di san Gerolamo sul Leone, per non parlare di quella di sant’Agostino sullo Yorkshire. Che poi anche qui: Yorkshire? Bichon fris√©? Maltese? La questione resta aperta





La difesa della razza

Secondo uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Psychological Science, chi ha un basso quoziente d’intelligenza √® pi√Ļ propenso ad avere visioni politiche conservatrici e razziste. Tuttavia, secondo uno psicologo della prestigiosa universit√† di Harvard, proprio dal diverso quoziente d’intelligenza dipende la diseguaglianza sociale tra le razze. In particolare, secondo un altro¬†studio pubblicato sulla pure prestigiosa rivista Intelligence, lo squilibrio economico tra Nord e Sud Italia dipende dalla differenza di quoziente d’intelligenza, pi√Ļ basso in Meridione per via della mescolanza genetica con le popolazioni del Medio Oriente e del Nord Africa. Dall’attenta analisi di queste fonti prestigiose (e dalla lettura di un libro di Stephen Jay Gould) possiamo trarre le seguenti conclusioni:

a) Negroidi, semiti, orientali e terroni tendono naturalmente al razzismo per via del loro basso quoziente d’intelligenza.

b) I maschi bianchi benestanti tendono naturalmente a pubblicare riviste prestigiose, nelle quali si trovano dimostrazioni scientifiche dell’inferiorit√† di reazionari, xenofobi, delinquenti, poveracci, cafoni, bigotti, vu cumpra’ e musi gialli.

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I giorni contati

La redazione di Eschaton √© orgogliosa di mostrare qui in anteprima il trailer del nuovo film di Paolo Sorrentino, I giorni contati. Interamente girato in bianco e nero tra Castel Volturno e Uppsala, il film racconta la storia di Cesare, un idraulico esistenzialista combattuto tra l’amore per una giovane escort e il sogno di frodare l’assicurazione. Lo stile di Sorrentino, oramai un marchio di fabbrica, √© qui riconoscibilissimo: ma si apprezza l’encomiabile sforzo di rinnovamento e le discrete citazioni dal cinema di Elio Petri.





I miserabili

Grazie al video postato ieri da Matteo Bordone ho scoperto la figura di¬†Andrea Dipr√®,¬†l’autodefinito “pi√Ļ grande critico d’arte del mondo”. E in fondo perch√© no? La sua estetica relativista porta all’estremo i canoni del Contemporaneo, le provocazioni di Marcel Duchamp (il ready-made) e le teorie di Arthur Danto (la trasfigurazione del banale). Secondo Dipr√©, infatti, Arte √© qualsiasi cosa che venga definita Arte‚Ķ in televisione. Danto si era fermato al museo. In questo senso, qualsiasi crosta diventa Arte, se presentata da Dipr√®. Il critico √© l’intermediario tra l’artista in nuce e l’incarnazione catodica che lo consacra artista a tutto tondo, indipendentemente dal “valore intrinseco” delle opere. Ed √© cos√¨ appunto che Dipr√® descrive il proprio ministero, in senso liturgico:

Ti senti artista? Ti senti pittore, ti senti scultore, ti senti di avere impugnato certi problemi o certe magie dell’arte? Ebbene Andrea Dipr√® che sono io, che ti sta parlando, il critico d’arte Andrea Dipr√®, √© qui. Per te, in questo momento! Oggi l’artista se non va in televisione — un po’ tutti comunque, ma l’artista soprattutto, che vive di conoscenza‚Ķ Come possono amare le tue opere se non ti conoscono?

Secondo alcuni, Andrea Dipr√® non sarebbe altro che un truffatore¬†che lucra sulle velleit√† artistiche degli sprovveduti. Lui difende il suo lavoro in maniera cruda ma efficace: si tratta di dare la possibilit√† a dei “miserabili”, talvolta dei “casi umani”, di ottenere un po’ di visibilit√† e di buone parole sul suo canale satellitare, per un costo tutto sommato onesto. E chiss√† che l’esposizione televisiva (proprio come l’espozione museale, la firma dell’artista o il¬†rating delle agenzie) non basti a dare oggettivamente valore alle opere.

Nell’epoca dell’user generated content, Dipr√® proclama che per essere artisti basta sentirsi tali. √ą davvero il caso di scandalizzarsi? I suoi argomenti assomigliano terribilmente alla retorica dei¬†social networks, alle pubblicit√† dei telefonini, alle parole d’ordine del web 2.0: “crea il tuo blog“, “share your sounds” e “scrivi il tuo libro“. Miserabili insomma siamo tutti noi, artisti e scribacchini della domenica in questa domenica che sembra eterna. Se Dipr√® √© un truffatore, che dire di MySpace? E delle facolt√† di Lettere e Filosofia? E delle scuole di cinema, dei premi letterari (io ne ho vinti due), dei commentatori che ci ripetono quanto scriviamo bene, quanto siamo geniali, quanti likes meritiamo?¬†Il tributo lo paghiamo non in denaro¬†ma in anni e scelte di vita. La nostra tragedia √© quella di¬†Claude Lantier, ne L’Ňíuvre di Emile Zola, che inseguendo la propria ambizione distrugge tutto ci√≤ che tocca.

Andrea Dipr√® ha compreso l’importanza crescente della Quarta dimensione, una bolgia immensa di dilettanti alla ricerca della buona occasione, convinti che le loro spese pi√Ļ o meno pazze siano un investimento. E talvolta funziona. Ma la corsa al riconoscimento √© come un gioco d’azzardo, dove il banco vince sempre e la maggior parte dei giocatori s’impoverisce fino alla bancarotta — illusi d’essere speciali da qualche dea o musa o puttana pazza accasciata al bancone del bar. A che serve poi trascinare Dipr√® in tribunale¬†se la colpa √© della nostra vanit√†?

– — –

Aggiornamento del 6 febbraio. Con le seguenti parole il Prof. Andrea Dipré, che ringrazio, ha commentato il post in una comunicazione privata:

Mi complimento con Lei per aver colto il senso pi√Ļ profondo della mia missione artistica. La mia, infatti,¬†√® l’idea dell’inautentico che diventa autentico. Congratulazioni anche per la Sua composizione artistica di immediata efficacia affabulatoria e storicamente a ridosso del presente.
Cordialmente.
Andrea Diprè




Swasticas on parade

Quando Roberto Benigni vinse l’Oscar per La vita √© bella, Art Spiegelman disegn√≤ una feroce vignetta nel New Yorker, con un ebreo rannicchiato in una cella ad Auschwitz e tra le mani la statuetta. Spiegelman accusava Benigni di avere banalizzato la Shoah e lo faceva evidenziando la sproporzione tra la sofferenza delle vittime e gli onori tributati agli artisti che sulla Shoah campano. Come noto l’industria culturale ha uno stomaco di ferro: digerisce tutto.¬†Il problema √© che Spiegelman stesso, dai tempi di Maus, campa sulla Shoah. Con maggiore dignit√† senza dubbio ; ma cosa cambia per il triste prigioniero?¬†Se oggi Art presiede il festival del fumetto di Angoul√™me deve ringraziare innanzitutto il vecchio Vladek Spiegelman, suo padre, per essersi fatto deportare. Insomma diciamolo: se il fumetto ha finito per essere rispettato alla stregua del cinema o della letteratura, un pochino lo dobbiamo a un certo¬†Adolf Hitler.

Probabilmente anche di questo paradosso e dei sensi di colpa che pu√≤ suscitare parla MetaMaus, il libro che ripercorre la genesi del pi√Ļ celebre “romanzo grafico” degli anni Ottanta.¬†Ma poich√© Spiegelman ama distribuire patenti di correttezza politica in materia olocaustica (come tra gli altri Claude Lanzmann) permettiamoci di formulare un piccolo appunto sul packaging del suo libro, un simpatico svasticorama: da un buco sulla copertina cartonata, in corrispondenza con l’occhio di Vladek, appare la croce uncinata stampata nell’interno del libro, che l√¨ viene accompagnata da altre croci e stelle di David e da un DVD con sopra un’altra bella svasticona. Insomma il nazi-kitsch all’ennesima potenza, fatto gadget editoriale “fisicamente e graficamente invitante” come dicono quelli di Finzioni. Bisogna ammettere che √© irresistibile, e costa solo trenta euro: manca solo il pop-up e il codice per accedere all’applicazione online. Questo s√¨, scommetto che sarebbe piaciuto a Vladek.





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