La Grazia come dissimulazione
Nella Teologia della veste di Erik Peterson (1934), che conosciamo grazie a Giorgio Agamben, si svela una verità potenziale sull’origine teologica della nudità. Cadendo, Adamo ed Eva provarono vergogna e presto andarono a coprirsi le vergogne. Ma non perché d’un tratto si fossero accorti di essere nudi, troppo distratti dalla loro intensa attività di nominazione per guardarsi tra le gambe. Piuttosto, a causa del peccato Adamo ed Eva erano diventati nudi, spogliati dalla Grazia che li copriva come un abito (Agostino, La Città di Dio, XIV, 17). Ma se dunque la Grazia celava il corpo nudo, essa era lo strumento di una menzogna. Mordendo il frutto dell’albero della conoscenza, questa benevola illusione decade, il travestimento si dissolve. All’uomo non resta altro che mendicare indietro la Grazia che gli nascondeva l’atroce verità del proprio corpo. Questo è il senso della Grazia nella storia della salvezza, ovvero la sua necessità: che senza di essa la creazione è imperfetta, ed è perciò che dobbiamo essere salvati. La Grazia è un maquillage, che completa e nasconde il lavoro di un demiurgo incapace*. Meccanismo vizioso e misterioso, che ci costringe a scegliere tra la verità e la salvezza - a causa della nostra libertà.
* In modo simile, il sovrano dei regni terreni dispone del potere di Grazia, che sopperisce all’imperfezione del diritto.

