L’hérésie catabaptiste

Une hérésie imaginaire qui découle de sources bien réelles.

Le tèrme « catabaptiste » a été utilisé dans de nombreux sens, dans l’histoire de la théologie. Il indique ici une hérésie – imaginaire, et pourtant plausible — des premiers siècles du christianisme. A. Becherini et G. Bencistà ont développé cette hypothèse dans les moindres détails, avec une touche d’ironie, en s’appuyant sur des citations détournées — comme l’auraient pu faire des hérésiarques véritables.

… Perché sei acqua e all’acqua ritornerai

La tempesta catabattista

Tra il I e il V secolo dopo Cristo l’Asia minore, dall’Egitto al mar Nero, fu attraversata e in parte sconvolta dalla corrente ereticale detta «catabattista». Questi cristiani estremisti trassero il proprio nome dal greco katá, «giù, in basso», e baptistĕs, deriv. di baptismós, «immersione», o forse di bathýs, «profondo», a significare «coloro che si immergono in basso» o «coloro che scendono nel profondo» – questo per rivendicare, come altri prima di loro, il legame col fondamento primo, con l’origine di tutto.

Polemisti e difensori della vera fede li accusarono di adorare divinità pagane (Dagon, Poseidone, anche semplici ninfe) o idoli in cui il volto del Cristo era deformato in quello di un rospo; di avere commerci illeciti con imprecisate ma temibili creature mostruose degli abissi marini (che Basilio di Cesarea chiama «Quelli del profondo»); di macchiarsi, infine, di crimini nefandi come l’annegamento dei neonati o l’uccisione e lo sventramento delle donne gravide al fine di berne le acque.

Non c’è chi non veda che queste accuse, pur nella prevedibile esagerazione, alludono a un rapporto privilegiato con l’elemento liquido; è appunto seguendo queste tracce equoree che sarà possibile ricostruire la vicenda catabattista.

 

Origini

Nel corso dei secoli, verso l’acqua si è volta l’attenzione di molti popoli, che vi hanno visto, da un lato, l’origine della vita e l’occasione del suo rinnovamento, dall’altro lato il mezzo principe per la purificazione di ciò che è impuro (non sfuggiranno le possibili connessioni fra i due aspetti).

Per avere un’idea del vasto arcipelago concettuale e immaginativo da cui sorse l’eresia catabattista cerchiamo, dunque, di delineare almeno un tratto (quello relativo alla rappresentazione dell’acqua) del profilo costiero del continente religioso mediorientale, rilevando anche i fiumi carsici che lo attraversano e contribuiscono a dargli forma.

Già nel pantheon sumerico e poi babilonese è centrale il concetto di Apsu, il luogo delle acque cosmiche sotterranee dalle quali traggono origine i fiumi, ma che rappresenta anche le acque profonde in cui vivono i pesci e la dimora di Ea (Enki), dio dell’acqua e della saggezza, plasmatore del mondo. Su un piano concreto l’Apsu era un bacino o pozzo rituale situato nei templi (vedremo come i catabattisti attribuiranno la massima importanza a oggetti e pratiche di culto rispecchianti entità di livello cosmico). L’immagine di Apsu quale origine di tutto si precisa nell’Enuma Elish, dove diventa la personificazione delle acque primordiali, che confonderà con quelle della sposa Tiamat per dare alla luce l’universo primordiale (primordiale e caotico, va precisato, perché solo in seguito all’intervento di Marduk si produrrà un cosmo ordinato in cui l’umanità potrà trovare posto; e in questa connessione fra le acque primordiali e il caos rileviamo un elemento di ambiguità, inestricabile dalla costellazione concettuale in cui l’acqua si situa, destinato, quindi, a riaffiorare nel pensiero catabattista e ad esservi stigmatizzato dai polemisti cristiani). Significativo di come, nel bacino mediorientale, certi concetti fluiscano da una cultura all’altra e attraverso i secoli è il fatto che il termine Apsu passi nel pensiero greco, come dimostra il calco apasōn presente in Damascio.

Non stupisce, con queste premesse, che il mondo giudaico, prima, e poi quello cristiano abbiano contribuito alla speculazione sull’essenza creativa e soprattutto purificatrice (in quanto ri-creativa) delle acque. Saranno proprio le riflessioni giudee e cristiane che i catabattisti filtreranno come per trarne l’essenza e faranno confluire nella propria visione del mondo.

In Isaia 1,16 e Ezechiele 36,25 l’immersione in acqua emenda dai peccati: per questo l’abluzione presso i giudei è un rito rinnovato molto spesso: «i farisei infatti e tutti i giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame» (Marco 7,2-4).

In Giovanni 2,6, nel raccontare le nozze di Cana, si riferisce che «vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei giudei, contenenti ciascuna due o tre barili». Al riguardo occorre tenere presente anche il I Libro dei Re, 7,23 sgg., dove si descrive il bacino del Tempio, un grande serbatoio di acqua lustrale: è interessante rilevare che la Bible de Jérusalem traduce il termine «bacino» con «il mare», indicando la probabile presenza di un senso superiore: il serbatoio rappresenterebbe, così, il mare cosmico. Troviamo poi la descrizione della Gerusalemme celeste di Apocalisse 22,1-2, dove un fiume d’acqua scaturisce dal Trono di Dio e dell’Agnello e divide la piazza della città in due e su ognuna delle due sponde cresce un albero di vita. Questa descrizione riprende sostanzialmente quella di Genesi 2,10-14, dove si parla dell’Eden. In Ezechiele 47,1-2 è citato l’ingresso del Tempio, da cui scaturisce un fiume; il brano, del resto, è molto importante nella sua interezza (47,1-12), sia per la scansione che mette in pratica (Ezechiele viene gradualmente fatto immergere dal suo accompagnatore nel fiume), germe di un rapporto rituale con le acque, sia per la connotazione del corso d’acqua come fonte di vita (intesa qui nel senso di prosperità economica, ma aperta, ovviamente, a un’intepretazione simbolica).

Un elemento interessante – e importante nella speculazione catabattista – è l’elaborazione concettuale della distinzione fra acque inferiori (terrestri, attinenti alla sfera umana, dette anche dagli eretici «acque secche», forse sotto l’influenza dell’atrýgetos póntos [«mare infecondo»] di Omero) e acque superiori (corrispondenti alle prime ma prossime al divino, dunque «vere acque» e anche «acque umide») che troviamo in Genesi 1,6-9; sull’acqua «superiore» (hypér hýdōr) si può confrontare Giovanni 4,10-15 («acqua viva») e 3,3-5: «gli rispose Gesù: ‘In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio’. Gli disse Nicodemo: ‘Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?’. Gli rispose Gesù: ‘In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto […]’». In questo passo si stabilisce una connessione fra acqua, spirito (dunque acqua di un genere superiore), rinascita, grembo trasfigurato (porta, dunque, per il passaggio a uno stato superiore dell’essere). Va specificato che i catabattisti individuavano (più o meno esplicitamenten da gruppo a gruppo) la sede delle acque superiori nell’abisso, attuando un’apparente inversione: «apparente» perché li confortava quanto scritto da Paolo in I Corinzi, 13,12: «ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa», che giustificava e anzi rendeva necessario il rovesciamento spaziale.

Tertulliano trova parole efficaci sulle virtù generative e rigenerative dell’acqua – non a caso nella sua opera dedicata al battesimo, evento centrale per i catabattisti: l’acqua fu la prima «sede dello Spirito Divino, che la preferì allora a tutti gli altri elementi» (Sul battesimo, III-V), «fu all’acqua per prima che venne comandato di produrre gli esseri viventi […]. È l’acqua che per prima produsse quel che ha vita, affinché il nostro stupore finisse quando un giorno avrebbe generato la vita nel battesimo» (ibid.), «nella formazione stessa dell’uomo, Dio fece uso dell’acqua per condurre a compimento l’opera sua. È bensì vero che la terra gli fornì la sostanza, ma la terra sarebbe stata impari all’opera se non fosse stata inumidita e inzuppata nell’acqua» (ibid.), «perché ciò che produce la vita della terra non donerebbe la vita del cielo?» (ibid.). A questi giudizi possiamo accostare quelli di Giovanni Crisostomo, che nell’Omelia sul vangelo di Giovanni (XXV, 2) scrive che «quando immergiamo la testa nell’acqua come in un sepolcro, il vecchio uomo è sommerso e sepolto tutto intero; quando usciamo dall’acqua, l’uomo nuovo appare simultaneamente». Del resto il lavacro battesimale, almeno nelle prime comunità cristiane, veniva considerato, data la sua natura d’immersione totale, come un seppellimento simbolico insieme a Cristo e il rivestirsi dopo la cerimonia come un passaggio a nuova vita.

 

Riti e credenze

I catabattisti prendono le mosse dalla concettualizzazione neotestamentaria dell’elemento equoreo (radicata, come visto, in un contesto simbolico e mitico più ampio) e cercano di trarne tutte le conseguenze teologiche, etiche e soteriologiche.

La figura centrale di questo processo di rilettura e reinvenzione è ovviamente quella del Cristo; nella sua biografia terrena sarà soprattutto l’episodio della guarigione del cieco nato (Giovanni 9,1-12) che i catabattisti giudicheranno illuminante: in esso, infatti, la natura umana è presentata come corrotta (incapace di conoscere la verità) fin dal principio e bisognosa di un intervento salvifico, che prende la forma di una donazione delle acque. È con la propria saliva che il Cristo trasforma la terra nel fango con cui coprirà gli occhi del cieco ed è in una vasca colma d’acqua che gli ordinerà di lavare gli occhi: non sfugge che il Cristo è sia signore sia fonte egli stesso di acque che sanano. La sua funzione (classica, ortodossa) di tramite e di salvatore è dunque declinata in un senso particolare e, soprattutto, congiunta in un nodo inestricabile al suo corpo.

Ecco, dunque, poste le premesse dello scandalo: il Cristo è inteso come bátrachos («rana», vale a dire anfibio, dotato cioè di una vita doppia, acquatica e terrestre), disceso dalle «acque superiori» (hypér hýdōr) sulla terra abitata dagli umani per redimerli e infine (cioè alla fine della sua missione) tornare al mare (superiore). L’identificazione di Cristo col pesce, diffusa nel cristianesimo primitivo, mostra che questa linea di riflessione era ben attiva, all’epoca, e che i catabattisti non hanno fatto altro che svilupparla. Va detto che il Cristo bátrachos era essenzialmente una metafora, almeno prima di diventare un simbolo, quando frange radicali del movimento iniziarono ad adorare immagini del figlio di Dio con fattezze di anfibio, suscitando l’orrore e lo sdegno degli altri cristiani.

Discende da questa contrapposizione fra alto e basso la ricostruzione dell’acqua superiore come Vera Madre del Cristo, alla quale corrisponde una Madre Inferiore: si parlerà di una Maria Hýdria (equorea, vale a dire divina)[1] contrapposta una Maria Geòdes (terrestre, vale a dire umana), la prima madre del Cristo divino, la seconda dell’uomo Gesù, in ossequio a una vena docetista che attraverserà tutto il movimento.[2]

Per quanto riguarda la sfera rituale, dal mondo giudaico i catabattisti trarranno l’ossessione per la purezza e la purificazione: se da un lato i farisei osservavano rigorosamente i precetti di purità e le frequenti abluzioni o immersioni che praticavano non significavano un passaggio definitivo dal mondo dell’impuro alla comunità dei puri perché la purezza doveva essere ricuperata continuamente, mediante ulteriori abluzioni e immersioni, dopo che atti volontari o involontari l’avevano pregiudicata; dall’altro lato col battesimo (praticato da battisti, emerobattisti e masbotei e sviluppato dai cristiani) si porrà l’esigenza e si affermerà la possibilità di un mutamento definitivo di stato. I catabattisti elaboreranno dunque questi stimoli in una sintesi estrema e originale.

Da questa impostazione, secondo cui le acque donano la purezza ma garantiscono anche la salvezza una volta per tutte, discendono sia un impulso escatologico che questa comunità manterrà a lungo inespresso (e che troverà esplicazione solo al termine della sua vicenda) sia quelle pratiche rituali e quegli usi che furono comuni ai vari gruppi catabattisti, fatte salve alcune divergenze dottrinarie: ricordiamo il parto in acqua (durante il quale spesso i neonati annegavano – evento che era per i catabattisti occasione di gioia, perché il fanciullo era a loro dire «tornato in seno alla madre per essere riconsegnato al Padre», e che attirò su di loro l’accusa di affogare intenzionalmente i nuovi nati); l’utilizzo come specie consacrate per la comunione non di pane e vino ma, come racconta Tertulliano intorno al 200, di murĭa («acqua salata») e pĕrca («pesce persico»)[3]; il consumo di una grande quantità di acqua, bevuta al fine di «sciogliervi la terra», vale a dire purificare il corpo, e di alimenti liquidi o di origine marina o fluviale (nel primo caso per un’estensione analogica della funzione salvifica a tutti i liquidi, visti in opposizione agli alimenti solidi, «secchi» e «immobili», nel secondo per la convinzione che i pesci fossero meno terrestri e impuri); in generale, la ricerca di un rapporto (e anche contatto) stretto e continuo con l’acqua. Se, infine, è probabilmente da escludere che i catabattisti uccidessero le donne incinte a fini rituali, è però vero che identificavano i liquidi amniotici con la bevanda spirituale di cui parla Paolo in I Corinzi 10,1-5.[4]

 

Tendenze

I polemisti cristiani (Lattanzio, Gregorio Nazianzeno, Gregorio Nisseno, Rabbula di Edessa, Basilio di Cesarea) definiscono i seguenti rami del fiume ereticale catabattista:

pitici (dal gr. pýthos, nome di un grosso vaso per liquidi o granaglie – in lat. indicato come dolĭum, «botte» – simile a una giara): coi pitici siamo in presenza della fase arcaica dell’eresia, quando essa era ancora una tendenza particolare dei gruppi giudeo-cristiani e non possedeva che una minima organizzazione sociale, con scarsa coerenza ideologica. In sostanza il termine indica quegli eretici che pur continuando a vivere una vita regolare s’immergevano periodicamente (anche per lungo tempo) fino al collo in orci simili a quelli usati per la purificazione. Lo stretto contatto con l’acqua era dunque già venuto in evidenza ma non aveva ancora subìto la radicalizzazione ideologica alla quale sarebbe andato incontro nei secoli successivi: siamo, dunque, ancora in presenza di un “semplice” precetto di purità. In seguito il termine passa a indicare anche quelle microcomunità che si riunivano per vivere in una vasca o piscina o coloro che, essendo lontani dal mare (o da un qualsiasi corso d’acqua), continuavano a immergersi negli orci (tendenze sporadicamente presenti in microcomunità della Galazia o della Cappadocia). Non è possibile precisare se questa seconda accezione del termine, che cronologicamente è più tarda, faccia riferimento agli stessi costumi ideologici o non sia invece già più radicale (come accade nel caso dei pelagiani);

pelagiani o talassiani (secondo Basilio di Cesarea; dal gr. pélagos o thálassa, «mare»): eretici comunitari, con una rigorosa organizzazione sociale, vivevano in palafitte costruite sotto il pelo dell’acqua in zone marine o lacustri poco profonde. Queste comunità svilupparono la vera ideologia catabattista, fornita di testi dottrinali basati sull’esegesi biblica ed evangelica. In questa fase il movimento sviluppa caratteri ideologici peculiari (mentre in precedenza si caratterizzava, tutto sommato, per una semplice estremizzazione di alcuni precetti farisaici) e l’aspetto della reiterazione battesimale si fa prioritario, fino a diventare un «battesimo continuo», ossia la risposta all’esigenza di vivere senza interruzione nell’acqua al fine di mondarsi costantemente dal peccato (vale a dire: da un peccato che costantemente li assedia) oppure di vivere in una dimensione, quella dell’acqua battesimale, scevra dal peccato (approdando così a una realizzazione compiuta dei presupposti simbolici e mitici della visione catabattista). A tale scopo, nelle rare uscite all’asciutto a cui questi eretici si vedevano costretti, venivano indossati panni bagnati affinché il contatto con l’acqua purificatrice non venisse mai meno. Tali comunità (ben riconoscibili) saranno le prime vittime dell’aggressione dei gruppi cristiani ortodossi;

abissali (dal gr. ábissos «privo di fondo»): tendenza tarda ed estremistica del catabattismo, i cui adepti predicavano la necessità di ritornare in mare aperto e a tale scopo cercavano di riabituarsi gradualmente alla vita subacquea; probabilmente questo cambiamento è dovuto, oltre che a necessità spirituali, a esigenze difensive, in seguito agli attacchi e alle persecuzioni che seguirono la condanna del catabattismo. Gli abissali praticavano tecniche di estasi basate sull’ipossia da annegamento per entrare in contatto con la divinità ed è a questa tendenza che devono essere probabilmente ascritti i numerosi episodi di estremismo e perfino i delitti riferiti dai polemisti cristiani (come, forse, il sacrificio rituale delle donne incinte e l’annegamento dei neonati). Ovviamente sono gli abissali che iniziano a venerare immagini del Cristo bátrachos (non crocifissi – anche per l’influsso docetista –, bensì statue sul tipo del Cristo precettore);

apnoici (dal gr. ápnoia, «mancanza di respiro»): gruppi ascetici, minimali quanto a numero di aderenti, in cui erano messi in pratica ed estremizzati gli insegnamenti degli abissali: poiché la pratica di vivere sulle palafitte con l’acqua all’altezza del petto (tipica della frangia meno radicale dei pelagiani) era considerata come una sconsideratezza – giacché lasciava scoperta la testa, dove fermentava ogni nequizia (nell’incertezza, qui, fra una visione metafisica e una psicologica del peccato) –, questi eretici andavano a sommergersi in mare aperto e non facevano più ritorno. Gli apnoici, infatti, invocavano Paolo (Romani 6,1-4 e 8,11) per dimostrare che il battesimo dev’essere completo e radicale, uguale alla passione del Cristo, vale a dire alla morte dell’uomo Gesù e allo «spargimento delle acque» di Giovanni 19,34 (nel senso della liberazione delle acque dal corpo terrestre e del loro ritorno alla sfera equorea superiore).
Storia

Dalla Palestina, suo luogo d’origine, l’eresia si diffonde da un lato in Fenicia e poi in Siria, dall’altro in Egitto, per raggiungere poi le provincie africane dell’Impero, colonizzando le coste della Cirenaica e della Tripolitania, e tutte le provincie asiatiche che si affacciano sul Mediterraneo, dalla Cilicia all’Ellesponto, nonché Cipro, Rodi e alcune isole egee; gruppi catabattisti, attraverso la Cappadocia e la Galazia, arrivano fino alle provincie del Ponto sul Mar Nero (Elenoponto, Paflagonia, Onoria, Bitinia). La massima espansione del movimento è da datare alla prima metà del IV secolo. In alcuni luoghi i pescatori, ancora impregnati di paganesimo, venerano i catabattisti più radicali come divinità marine; altrove, in regioni cristianizzate, come santi asceti. Tuttavia, già alla metà del II secolo, Ireneo di Lione – almeno se dobbiamo credere a quello che scrive Ambrogio – metteva in guardia da questi eretici che indicava come «adoratores draconis» (o «adoratores leviatani») e invitava a meditare sul passo di Apocalisse 21,1 in cui si parla della scomparsa del mare alla fine dei tempi.

Condannata al concilio di Nicea del 325, l’eresia catabattista si inaridì lentamente, sia per le persecuzioni imperiali (o per i moti spontanei della popolazione sobillata da agitatori ecclesiastici), sia per la svolta che il movimento subì quando la corrente degli abissali prese il sopravvento, dopo un primo momento in cui i catabattisti avevano cercato di difendersi ricorrendo ad attacchi armati nei confronti di alcune città costiere (c.d. Guerre catabattiste del 331-332, durante le quali furono attaccate da eretici giunti via mare, a nuoto o su piccole zattere, le città di Smirne, Rodi, Myra, Attalia e le isole di Coo e Patmos).[5]

Gli abissali, fautori di tendenze apocalittiche, costringeranno gli ultimi aderenti al movimento a una sorta di suicidio di massa, nel 423, al largo di Rodi, nel tentativo di raggiungere l’oltremondo; erano infatti convinti, sotto l’influenza dell’astrologia caldea, egiziana e greca, che in un determinato periodo (per l’individuazione del quale era rilevante l’osservazione delle costellazioni dei Pesci e dell’Acquario e del movimento del sole rispetto ad esse) la Gerusalemme Celeste sarebbe scesa dalle «acque superiori» nel fondo del mare (al largo di Rodi, per l’appunto), dove tutti avrebbero potuto raggiungerla tuffandosi nelle acque.[6]

Secondo le leggende popolari i superstiti della setta, lungi dall’annegare, si sarebbero ricongiunti con certe creature degli abissi che la popolazione identificava coi Telchini, primordiali abitanti di Rodi, esseri anfibi e in parte pisciformi che nel più remoto passato (secondo il racconto di Servio) abbandonarono l’isola dopo averla resa sterile grazie alle acque velenose dello Stige e avere così attirato sopra di sé l’ira di Apollo: stante la primitiva connessione fra i Telchini e l’elemento liquido, era forse inevitabile che il fatto storico si innestasse sul mito, fino a determinare una totale identificazione fra gli eretici gettatisi nelle acque e le malevole creature sovrannaturali, ridottesi, dopo la commistione, al rango di spiriti rancorosi che infestavano le coste e le acque interne di Rodi.

(A. Becherini — G. Bencistà)


[1] Si noti che hydría vale in greco «brocca», «secchio» e non è escluso che alcuni catabattisti alludessero con questo nome alla funzione di contenitore del divino, delle acque superiori. Non sfuggì, invece, ai polemisti ortodossi la somiglianza col termine hýdra, «serpente d’acqua», «idra», che li indusse ad accusare i catabattisti di blasfemia per il fatto di attribuire alla madre di Dio un’essenza mostruosa (per di più l’essenza di un mostro pagano).

[2] Il principio spirituale acquatico (derivante, cioè, dallo hypér hýdōr), chiamato Cristo, è disceso nell’uomo Gesù al momento del battesimo (secondo alcuni catabattisti) oppure subito dopo la concezione nel grembo della madre (secondo altri) e lo ha abbandonato sulla croce (secondo Matteo 27,46 e Giovanni 19,34). Ambrogio riporta che Maria era considerata dai catabattisti soltanto madre di Gesù se non addirittura una metafora per indicare le acque creatrici (qui Ambrogio fa un gioco di parole tra mare e Maria su cui, secondo lui, gli eretici basavano la loro teologia mariana; tale gioco di parole è, però, valido solo in latino e non in greco, lingua dei catabattisti). Giova a questo punto rammentare come – sempre secondo Ambrogio – i catabattisti rappresentassero la discesa dello Spirito su Maria come il matrimonio delle acque superiori con quelle inferiori nella forma di una pioggia che cade sul mare – e qui Ambrogio li accusa di confondere il Vangelo con la leggenda pagana di Zeus e Danae.

[3] In una lettera probabilmente apocrifa di Girolamo ad Agostino troviamo citato un brano da un testo perduto di Epifanio di Salamina (venuto forse in contatto con la setta quando, nel 367, era stato consacrato vescovo della diocesi cipriota) scritto circa un secolo e mezzo dopo Tertulliano, dove sono citati soltanto «mytili vel conchae» («mitili o conchiglie»). Ciò verrebbe a confermare quanto scrive intorno al 400 Teodoro di Mopsuestia (che indica gli eretici col nome di borboritoi, «del fango», «fangosi») quando parla di óstraka («conchiglie») utilizzate per comunicarsi. Tuttavia non è possibile sapere se la natura delle specie consacrate sia cambiata dai tempi di Tertulliano a quelli dei testimoni successivi.

[4] «Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma della maggior parte di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto». In questa reinterpretazione di episodi veterotestamentari i catabattisti trovavano delineata l’opera della salvezza: l’acqua superiore che discende dal cielo sotto forma di pioggia va a fecondare l’acqua inferiore, che è anche l’acqua del mare (per questo Paolo parla di battesimo nella nuvola e nel mare). Anche la manna, il cibo spirituale che proviene dal cielo, è da mettere in relazione allo hypér hýdōr. Cristo-fonte è, infine, uno dei topoi catabattisti della figura del salvatore: è da lui e attraverso di lui che le acque superiori scaturiscono in terra.

[5] Sulle guerre catabattiste l’autore principale è lo scrittore ecclesiastico Gregorio di Myra, che racconta alcuni particolari interessanti: gli eretici avrebbero potuto assalire le città non visti grazie a battelli in grado di navigare sotto l’acqua; tali battelli erano chiamati thibotói, un hapax che Jacques Matter (Histoire critique du gnosticisme et de son influence sur les sectes religieuses et philosophiques des six premieres siècles de l’ère chrétienne, Strasbourg, 1843-1844, vol. 3, Première Appendice: La question des Catabaptistes) collega alla parola ebraica tevàh («contenitore, baule»), termine col quale sono indicate nella Bibbia sia l’arca di Noè sia la culla in cui Mosè bambino fu abbandonato nell’acqua, e a quelle greche kibotós, «cassa» ma anche l’arca di Noè, e thìbis, «cesto» e in particolare il cesto in cui fu deposto il piccolo Mosè. Gregorio scrive che i thibotói erano stati inventati da un certo Giovanni Paflagonio e che avevano prima di tutto una funzione rituale, connessa alle cerimonie di immersione (sulla base della similitudine presente nella Prima lettera di Pietro 3,20-21 tra Noè chiuso nell’arca e salvato dal diluvio e il fedele liberato dai peccati col battesimo).

[6] Nel bacino di Rodi, a est dell’isola e al largo delle coste della Licia, si trovano le acque più profonde dell’intero Mediterraneo: viene da chiedersi se e come i catabattisti fossero a conoscenza di questo fatto (del quale era all’oscuro chiunque nel V secolo).